Ladyhawke, di Richard Donner (1985)

di Carla Nanni

“Impossibile… Impossibile! avanti Topo, scava! Scava!”

Il furbo, piccolo, agile Philippe trova la via di fuga dalle prigioni di Anguillon, le terribili prigioni da cui nessuno è mai scappato. Invece lui sì, il topo si infila in ogni pertugio, rosicchiando la vita con tenacia, e Philippe è come un topo e per questo riesce a fuggire anche questa volta.

Le campane della Chiesa suonano incessanti: è caccia all’uomo. I cavalieri del Vescovo si preparano all’inseguimento, cavalcheranno senza sosta finché Philippe Gaston, il topo, non finirà sulla forca.

C’è qualcuno sulle colline: un cavaliere nero ascolta il suono delle campane che lo raggiunge nell’aria tersa e fredda, il suo mantello riluce nel sole appena sorto e un falco vola sul suo braccio e si ferma ad ascoltare con lui quei rintocchi incessanti.

Etienne Navarre sprona il suo magnifico destriero e sembra non aver atteso niente altro che quel suono da tutta la vita.

Inizia cosi, dopo un intro sfavillante (musica di Andrew Powell & The Philharmonia Orchestra – Alan Parsons Project) una delle più belle favole raccontate negli ultimi decenni. E Ladyhawke ha in sé tutte le caratteristiche e tutte le componenti della fiaba: la magia, la poesia, la lotta tra il bene e il male, il conflitto interiore, l’atto di vero eroismo e l’Amore, quello vero, contrastato, passionale e pieno di ostacoli. C’è il malvagio di turno che è cattivo come non mai, il tirapiedi cafone, c’è una bellissima principessa dagli occhi azzurri come il cielo, il cavaliere senza macchia che lotta per l’onore e per l’amore, un ladro dal volto innocente, un vecchio saggio e ubriacone.

Ladyhawke è una favola che parla a tutti, dove tutti hanno un ruolo in cui ci si possa immedesimare, la colonna sonora (bellissima) descrive ogni sentimento sulla scena e una fotografia magistrale rende magico ogni paesaggio che si incontra cavalcando insieme all’eroe Navarre.

Quella di Donner è una regia pulita, per un film che emoziona in maniera corale, dove tutto è orchestrato perché si possa godere di una storia fantastica, in un contesto che ha la parvenza di essere storico ma che infine è senza tempo, e dove l’amore vero vince su tutto, come sempre dovrebbe essere. Però, pur essendo piena di sentimenti ‘globali’ e ben riconoscibili, è sbagliato non soffermarsi sui personaggi raccontati, perché Donner non ci dà una visione semplice e stereotipata dei suoi eroi, ma mette l’accento su ogni personalità condendolo con suoni e colori che lo rendono unico nel genere.

Proprio gli effetti sonori e il montaggio audio valsero al film le nominations agli Oscar: non ne vinse nessuno, ma sarebbero stati anche ben meritati, viste la facilità e l’intensità con cui questa pellicola rimane nei ricordi anche grazie alla musica e agli effetti sonori.

Tutto nel film si mette in equilibrio sul gioco degli opposti, notte e giorno, aria e terra, amore e odio, tenebra e luce, il forte capitano e il piccolo topo, la struggente bellezza di Isabella (sono francesi solo nella versione italiana) pura come l’Amore e la sanguigna, immorale, tremenda passione che prova il Vescovo per lei.

“E c’è una donna, una bellissima donna, con la pelle d’alabastro e gli occhi di una colomba, la si vede vagare di notte, solo di notte. La luna è il sole per lei e il suo nome è Isabeau. Trova lei e troverai il lupo, il lupo che voglio, il lupo che la ama.”

La bellissima donna è Isabella d’Angiò, interpretata da un’incantevole Michelle Pfeiffer, così bella da elevare l’anima e far innamorare chiunque al primo sguardo, cosi come è successo a Philippe che senza esitazione finisce la frase del vecchio Imperius, che parla di lei “… il volto dell’Amore” (- anche tu – dice Imperius quasi rassegnato all’idea.) Perché Isabella è il volto dell’amore, un amore felice e puro e vitale, contrapposto a quello malvagio, scuro e distruttivo del Vescovo, che è brama e passione sordida.

Jonh Wood interpreta il malvagio Vescovo, tormentato dalla passione folle per Isabeau, il viso sottile e spigoloso, una luce tetra su di lui; egli ha una voce dal tono acido e ‘chiuso’ e l’abito talare indossato per il potere che detiene, malvagio a tal punto da sottoscrivere un patto col diavolo pur di maledire i due amanti, e di una maledizione crudele e diabolica; paga i suoi debiti col maligno con incubi notturni e vige in lui un apparente e freddo autocontrollo. La scena più emblematica è quando Cesar (Alfred Molina, il cacciatore di lupi) piomba nei suoi appartamenti di notte: “Vi insegno io, sciocchi, a catturare un Lupo!”.

Il capitano Navarre è un cavaliere senza macchia e senza paura, con la giusta dose di fermezza davanti ai nemici, il senso di giustizia misurato alla sua caparbia volontà di vendetta. Persevera convinto nelle sue azioni, nero è il suo vestito, nero il manto che veste l’animale in cui si trasforma di notte. Il Lupo è un animale nobile, onesto e dedito alla famiglia, fa di tutto per difendere il suo branco, e se ne è il capo è forte di fronte ai nemici e fermo e deciso rispetto agli amici. Navarre è un capobranco, di giorno e di notte, lo accetta anche Philippe e dall’inizio, anche se in principio il ladruncolo cerca di scappare. Rutger Hauer incarna alla perfezione questo modello, con quel suo volto squadrato e segnato, e gli occhi che penetrano senza che ci sia bisogno di parlare.

“Lo so che ho promesso di non farlo più , Signore, ma so anche che Tu sai quanto debole sia la mia volontà”.

Il protagonista, o comunque il perno su cui gira la storia, è sicuramente Philippe, ladro e giullare di corte. Ha il sorriso grande e si muove dinoccolato, ha un rapporto speciale con Dio (si rivolge a lui continuamente) e sostanzialmente è in lui che avviene il percorso di crescita, quello che esiste in ogni buona avventura e che porta un giovanissimo ladro (egoista e truffaldino), tanto pavido quanto pieno di boria, a compiere azioni di puro altruismo, a tirare fuori il coraggio e lottare per quei principi inalienabili che sono propri di una storia in cui il bene vince sul male.

“E perché non dobbiamo mangiarlo? È forse già quaresima?”

I presupposti per cui la storia non debba finire bene ci sono tutti; la soluzione dovrebbe arrivare dal personaggio meno probabile, il vecchio eremita Imperius, che vive in una torre diroccata, che vive di preghiera, vino e pentimento, proprio per aver tradito i giovani amanti, confessandosi al suo superiore. Leo Kern sogna un’eclissi solare che sistemerà tutto, perché ci sarà un momento in cui la notte e il giorno si confonderanno e diventeranno lo stesso attimo, il giorno in cui Navarre potrà affrontare il Vescovo insieme a Isabeau.

La curiosità è che, pur sforzandoci di collocarlo in un genere, Ladyhawke non è collocabile in modo netto in alcuno: è ambientato in un Medioevo ‘reale’ ma non ci sono cenni storici cui fare riferimento; ha l’elemento del fantastico e della magia o forse più della fiaba da raccontare di sera, attorno ad un fuoco, così come accade a Philippe e Imperius nel film.

L’elemento magico è reso magistralmente dalla fotografia di Storaro, che riesce a catturare la luce del Crepuscolo e dell’Alba, trasformando le colline italiane in veri e propri regni incantati, lasciando l’importanza del periodo storico dell’ambientazione su un gradino più in basso rispetto alla risonanza da dare ad altri elementi.

C’è la lotta, il coraggio, il Male che fa paura, la musica epica che accompagna il clangore delle spade, c’è l’Amore che vince su tutto, la bellezza che non può essere scalfita e la Magia e quel “sempre insieme, eternamente divisi” che ci fa sognare e disperare, sospirando partecipi, quando la commozione di vederlo per un attimo tocca gli occhi di lei, che si trasforma in falco, ai primi raggi di sole. C’è tutto ed è inevitabile che una pellicola del genere rimanga nel cuore di chi lo guarda, anche dopo la milionesima visione.


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