Diavolo in corpo di Marco Bellocchio (1986)

di Luca Biscontini

Il mondo è quello che è e noi siamo quello che siamo. La psicanalisi non ha certo il compito di trasformare il mondo, ma piuttosto quello di aiutarci ad adattarci ad esso”: sebbene Diavolo in corpo, film del 1986 di Marco Bellocchio in cui per la prima volta risultava decisivo l’apporto dello psichiatra “irregolare” Massimo Fagioli, contenga al suo interno tantissimi temi – dall’elaborazione della fase cosiddetta post-terroristica fino al ripensamento del concetto di desiderio in chiave rivoluzionaria e liberatoria –, questa frase, pronunciata durante una seduta psicanalitica, individua uno dei nodi principali da sciogliere, laddove se interpretato in quel modo, il processo terapeutico tradizionale non si distinguerebbe più da un qualunque tentativo di “riportare nel gregge la pecorella smarrita”. Insomma, lo psicanalista non può essere considerato un soggetto che sostituisce sul versante laico la figura del prete, ma qualcuno che, sulla scia degli insegnamenti di Jacques Lacan e del suo illustre epigono Gilles Deleuze (in coppia con Félix Guattari), sostiene il paziente per condurlo sulla via di una liberazione che, se necessario, può anche portare alla rottura con l’ambiente circostante. Questa era, riferita in maniera grossolana, la “macchina desiderante” di cui si parlava nel leggendario Anti-Edipo: “Non cedere sul proprio desiderio”, ma lasciarlo scorrere deterritorializzandosi, smarcando, se possibile, il muro semiotico del Capitale. Non si tratta, dunque, di continuare a lottare contro la degenerazione a colpi di pistola, ma di innescare nuovi movimenti per delineare scenari inediti.

La premessa estrema del film di Bellocchio – la protagonista Giulia è promessa sposa a Giacomo Pulcini, terrorista pentito che le ha ucciso il padre – permette di dare esemplarmente forma all’isteria di una donna che rischia di colludere perversamente con il suo carnefice, in quanto non vuole decidersi a “seppellire” definitivamente il genitore, laddove l’elaborazione del lutto sarebbe per lei probabilmente troppo dolorosa. Ma un elemento giunge dall’esterno – un significante che marchia, verrebbe da dire, mutuando il gergo lacaniano – modificando sensibilmente l’evolversi degli eventi. Un giovanissimo ragazzo, che ancora non ha terminato la scuola, s’innamora della donna, vivendo con essa una relazione clandestina scabrosa, illecita, “fuori-legge”. Celebre la sequenza della vera fellatio, interpretata con tale naturalezza dalla bravissima Maruschka Detmers da non risultare in alcun modo volgare o, peggio ancora, pornografica, la quale, violando le regole della rappresentazione cinematografica, incarna proprio la volontà degli autori (Marco Bellocchio, Ennio De Concini e soprattutto Massimo Fagioli che la volle fortemente) non di scandalizzare, ma di modulare il concetto di desiderio in maniera sovversiva. È a partire da quel consistente gesto erotico che la protagonista comincia davvero a sganciarsi dal fardello di un passato traumatico e torbido in direzione di un nuovo scenario tutto da delineare e in cui proseguire il proprio cammino.

I morti, come Bellocchio ci suggerisce all’inizio del film, facendo commentare in un’aula scolastica la poesia di Giovanni Pascoli La tovaglia, non sono più spettri che ritornano in forme terrificanti, quanto, piuttosto, figure amiche che ci sostengono. Particolarmente significativo è anche il finale, in cui, alle prese con la prova orale degli esami di maturità, il giovane amante di Giulia, chiamato a interpretare un passo dell’Antigone, comprende la necessità di articolare il rapporto tra “volontà divina” e “libero arbitrio”. Un rapporto inespugnabile, è evidente, laddove tra i due termini non intercorre una dinamica dialettica, poiché essi sono giustapposti su un piano d’immanenza che li rende indiscernibili.

A conti fatti, allora, rimane la speranza (e la convinzione) che il desiderio, lasciato scorrere, espresso fino in fondo, possa davvero costituire un modo per sfuggire a un ordine simbolico decrepito, nel quale la maggior parte delle volte ci si sente fatalmente catturati. Il desiderio è, quindi, ciò che ci individua in quanto soggetti, che permette di sganciarci dal Potere per abbracciare la Potenza, di scardinare la Rappresentazione per approdare a una Trasfigurazione salvifica che riformuli completamente le coordinate dei nostri vissuti emotivi.

Diavolo in corpo non è un film esente da difetti, forzature e incongruenze, eppure, a distanza di oltre trentanni, ha mantenuto un’enorme forza eversiva che lo spettatore di oggi non può fare a meno di registrare. Un film che, comunque la si pensi, fu animato da una sincerissima intenzione di ripensare i rapporti e di balbettare il futuro, esponendo coraggiosamente il suo regista e gli autori a tutta una serie di inevitabili critiche. Da rivedere, dunque, più che mai, alla luce del senno di poi.

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