Un lungo viaggio nella notte, di Bi Gan (2018)

🔴 Anteprima – Film uscito il 30 luglio 2020 per Movies Inspired

di Antonio Sofia

Giunto nelle sale in questo weekend, Un lungo viaggio nella notte, del regista cinese Bi Gan, si intitola in originale L’ultima notte sulla terra, in assonanza a un racconto breve di Ricardo Bolano, ma per una volta non si tratta di una di quelle traduzioni arbitrarie che possono lasciare interdetti. Lo stesso regista si è posto il problema di come intitolare il film per il mercato internazionale e ha scelto il titolo omonimo di un’opera teatrale di Eugene O’Neil.
Se già nella scelta del titolo Bi Gan evoca due importanti riferimenti letterari, il suo film non mancherà di suscitare altri collegamenti.

Da Chagall a Bi Gan

La prima parte è intitolata Memory, la seconda Poppy, come nel testo di Paul Celan Poppy & Memory; la locandina del film è una chiara citazione del dipinto La passeggiata di Marc Chagall. Leggendo un po’ di recensioni in giro si potrebbe continuare all’infinito: l’autore richiama i romanzi di Patrick Modiano, i critici scomodano Proust, Joyce, Icaro e il Minotauro, e nel cinema, Wong Kar-wai, Tsai Ming-liang, Hou Hsiao-Hsien, Michelangelo Antonioni, Andrej Tarkovskij, Billy Wilder.
Dunque? Potrei aggiungere Theo Angelopoulos, Federico Fellini, i fratelli Coen.
Ma ha senso perdersi in questa eco infinita? Perché questo film sembra inevitabilmente connesso ad altre esperienze pure così lontane tra loro?
Chi ha visto Un lungo viaggio nella notte ha fatto i conti con un film fatto di cinema. Il montaggio alterna il passato e il presente, il reale e il fantastico, tutto concorre a una dimensione essenzialmente cinematografica. La sala cinematografica stessa compare per due volte come luogo determinante dell’azione: scena di un potenziale omicidio o accesso a una visione salvifica, nel mezzo del film, quando, dinanzi al protagonista munito di occhialini ad hoc, comincia a scorrere un lunghissimo piano sequenza di 59 minuti postprodotto in 3D.

Il piano sequenza ha incluso complesse riprese aeree rielaborate in 3D.

Insomma non è facile parlare di questo lavoro di Bi Gan, che aveva esordito con un altro film coraggioso, Kaili Blues, nel 2015. Eppure, se ci si scarica del pregiudizio innescato dall’azzardo formale, quel pregiudizio che un film così perspicuamente tecnico sollecita, la visione si rivela seduttiva, persino viscerale.
La vicenda è semplice, in apparenza. Tornato a Kaili per il funerale del padre, Luo Hongwu si immerge nei ricordi di un amore perduto dodici anni prima: durante la ricerca di Wan Qiwen, si ritrova a seguire i fili intrecciati della memoria, fili che conducono a sua madre scomparsa e alle radici popolari del suo paese d’origine.
Lou Hongwu è un sicario, toglie la vita, e in questo dedalo di immagini e parole, deve abbandonarsi a un’emotività che ha rimosso, affidarsi a ciò che conosce o crede di conoscere per dare logica a processi mentali altrimenti contorti, se non contraddittori. Accettare questa frammentazione è l’accesso a un nuovo respiro. Appropriarsi della magia di un racconto – una casa che gira, una mela che cura la tristezza se mangiata per intero, librarsi in volo per la rotazione di una racchetta da ping pong – restituisce vita, e potenza di essere, alla vita.

Una mela attenua i tormenti di Lou Hongwu interpretato da Jue Huang

Non è, in fin dei conti, la stessa sfida che i recensori hanno affrontato – e forse perso, ricorrendo eccessivamente all’apparato metaletterario & metafilmico, su invito dello stesso regista – nel commentare la visione del film?
Il rischio dinanzi al film di Bi Gan è quello di cercare appigli noti che ci confermino chi siamo, sfoderare l’artiglieria pesante della cultura che siamo per mostrarci ancora in piedi, mentre il film ci fa a pezzi e ci consegna la possibilità di tornare insieme in nuove combinazioni.
Il film è magistrale nel venir fuori dal cul de sac del virtuosismo fine a se stesso, nonostante resti tacciabile di essere pretenzioso: in effetti, l’ambizione è di quelle che fanno tremare i polsi. Ma possiamo consigliarne la visione, suggerendo di percorrere il lungo viaggio nella notte senza cercare di strutturarne l’ordito: la notte non lo consente, la notte confonde; e un viaggio non è una guerra di conquista, è un ritracciarsi in coordinate aliene, chiede autentica disponibilità alla scoperta, pelle nuda, sensi allertati.

Wei Tang è la femme fatale Wan Qiwen

Se ripenso al film, recupero la sensazione di essere in stato balia di una giocosa, sovversiva immaginazione: cullato da parole musicate, disorientato da movimenti sinuosi, affascinato da una fotografia calibratissima (le luci di taglio sui volti, le acque nere e i binari morti, i rossi schizzati dei capelli, dei frutti, del fuoco, il verde smeraldo dell’abito di Wan Qiwen).
Il film di Bi Gan mi ha rapito, ma non mi ha bendato, mi ha mostrato il percorso e rivelato al termine il prezzo del riscatto: la sospensione dell’incredulità, in condizioni assolutamente estreme.
Non sono un amante del “cinema fatto di cinema”, devo ammettere. Così come non sono dedito alla letteratura sperimentale, ancor meno nell’accezione funerea del post-moderno.
Però, credo che sia necessario percorrere anche i terreni che ci sono meno confortevoli: trovo sia pericoloso chiudersi in una pigra alimentazione di routine, la narrazione è un prodotto che dà assuefazione a schemi e paradigmi di consumo. Sono convinto che si ricerchi davvero soltanto ciò che non si sa e non si possiede ancora.
Chi ama il cinema non può non ignorare la sua più basilare analogia tecnica: l’inganno dei fotogrammi al secondo, il fotogramma che si perde per quello che segue e si perderà, è un’illusione ed è una realtà concreta.
Lou Hongwu nel corso del film deve annullarsi e ricomparire in continuazione, ed è meraviglioso assistere al suo andare travagliato e sospeso: è meraviglioso che un processo creativo così complesso non sia precipitato nell’orrorifica elucubrazione egotica o nella sciarada carnescialesca, bensì abbia trovato soluzione in una propensione semplice e sincera al desiderio riacceso, al desiderio incantato, al desiderio nel tempo che riprende a scorrere in avanti e consuma una stella filante fino al termine della messa in scena.

Il film è nelle sale dal 30 luglio, distribuito in Italia dalla Movies Inspired che ringraziamo per la visione in anteprima.

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