Orlando, di Sally Potter (1992)

di Carla Nanni

Il racconto è quello di una vita, una vita lunghissima. Virginia Woolf descrisse il suo romanzo come un “libriccino”, una cosa da poco insomma, eppure la biografia di Orlando spazia su argomenti che raccolgono, indiscutibilmente, le pieghe dell’esistenza umana e le distendono, dando spazio e tessuto ai contenuti e rendendo difficile una trasposizione sullo schermo a meno di non usare escamotage registici originali, trascendendo la normale idea di trama o di racconto, per proiettare lo spettatore a fianco della voce narrante (il biografo) o addirittura accanto al protagonista, per vivere un viaggio fantastico che dura quasi quattro secoli e va alla ricerca dell’amore, della felicità, della leggerezza dell’essere.

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Per fare questo Sally Porter si serve della raffinata fisicità di Tilda Swinton, capace di dare vita ad un Orlando pieno di malinconia, insoddisfatto di vestire i suoi stessi panni e quasi rassegnato a non poter trovare nella società in cui si trova a vivere la stessa bellezza che legge nei suoi adorati sonetti.

A valorizzare la straordinaria (è proprio il caso di dirlo) interpretazione di Tilda Swinton (riceve per questo film il Leone d’oro come miglior attrice straniera a Venezia nel 1993) c’è una fotografia che la avvolge in una luce tale da concedere il lusso di non usare trucchi o effetti per poter rendere la dualità del maschile e del femminile nel medesimo corpo.

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 Nel momento in cui si sveglia in un corpo di donna la percezione di questo cambiamento viene data da subito con i lunghi fermo immagine su di lei, addormentata con ancora indosso la parrucca, ma già donna nei movimenti e nei gesti mentre si lava il viso, abbiamo modo di vedere l’esatto momento in cui anche Orlando si accorge che qualcosa è cambiato, il profondo scuro dei suoi occhi, mentre si guarda per la prima volta, nuda, allo specchio e la naturale e disarmante conclusione che non c’è differenza nell’anima che quel corpo porta. Potrei dire che è la scena portante del film, la chiave di volta e di svolta e anche se ce ne sono altre che meritano le stesse attenzioni, rimane comunque la sequenza più bella di tutto il film.

“Voi non potete andarvene, siete mia!”
“Perchè?”
“perchè io vi adoro!”

(Dialogo tra Sasha e Orlando nel 1600 che si ripete tra Visconte e Lady Orlando nel 1700)

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Che cosa cerca un uomo che ha tutto?

Orlando ha la fortuna di nascere in un tempo in cui quelli come lui hanno il talento necessario per sollevarsi nella società. È di una bellezza efebica molto ricercata, è nobile, giovane, sa di lettere e musica, un perfetto paggio di Corte (o quasi), tanto che la Regina Elisabetta I lo nomina ben presto suo favorito. Prima di intestargli terre, titoli e altre ricchezze, la sovrana fa promettere al giovane Orlando di restare sempre giovane, di non perdere quell’innocenza che traspare dagli occhi e allora il giovane, obbediente, promette. Orlando ha tutto e da molto tempo, così per avere uno scopo nella vita, fa un viaggio dentro se stesso che dura più di quattrocento anni alla ricerca di ciò che anela ogni essere umano: l’Amore, la Bellezza e la Libertà di Essere.

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È un film particolare e particolareggiato, sperimentale quanto il libro da cui è tratto e di cui rispetta la prosa, lo stile e persino le atmosfere, che sono descritte in maniera minuziosa. In alcune scene, riguardanti l’alta nobiltà inglese, ricorda le scene parodistiche e nonsense di alcuni testi di Oscar Wilde, in cui lo scorrere del tempo (quasi 400 anni!), per l’immortale Orlando, è solo una cornice per inquadrare l’evoluzione della società che ha attorno. Il Sempre giovane Orlando è insoddisfatto dalla Vita come coloro che hanno tutto, insoddisfatto delle persone e delle donne che ha accanto, si rifugia nella poesia e nei poeti, Orlando è, ed ha, un pensiero troppo emancipato per la società dell’epoca. La malinconia traspare dai suoi occhi fino a che non incontra una principessa russa che finalmente soddisfa i suoi ardori e la sua voglia di Amore Eletto. Sasha però lo molla, troppo emancipata pure lei, per vivere in Inghilterra. Orlando dorme per sette giorni di fila, senza svegliarsi mai.

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“Non trovo che tre parole per descrivere il sesso femminile. Nessuna è degna di essere menzionata”. (Orlando dopo il primo risveglio. L’apoteosi della delusione di un poeta).

Per superare ogni pena Orlando si rivolge sempre alla poesia, tanto da diventare mentore e accogliere artisti nella sua casa fino a che non si stanca anche di quella vita e chiede al sovrano di mandarlo come ambasciatore in india.

Salta all’occhio per tutto il film questa disarmante naturalezza nel divenire di Orlando e il fatto che lo sconcerto provato da chi gli sta intorno non sia per la mancanza di rughe o di capelli grigi, quanto piuttosto per certi comportamenti poco canonici, se non addirittura stravaganti, del sempreverde nobile, rispetto alle regole della società inglese. C’è da prendere nota della sottile ironia che permea, malcelata, tutto il tempo del film rendendolo leggero e piacevole, nonostante vi siano delle sequenze prive di musica e in cui la scena si muove lentissima, quasi a sottolineare lo scorrere del tempo e le prese di consapevolezza del protagonista.

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Mandiamolo agli onori della cronaca e della letteratura, perché Orlando è un capolavoro sotto molti aspetti e si immette in questa categoria trascendendo la normale idea di trama e coinvolgendo lo spettatore, chiamandolo direttamente in causa, con gli sguardi eloquenti di Tilda Swinton che chiedono, diretti alla cinepresa, di prendere in considerazione la situazione, la scena, il momento e il rapporto stretto che Orlando ha col suo Tempo, con gli spazi e con le persone che incontra attraversando 400 anni di storia e di regnanti, rimanendo al suo posto, evolvendosi con gli anni senza per questo riuscire ad adattarsi alle regole della società in cui vive e che vorrebbe uomini e donne fossilizzati nei propri ruoli, ma che dovrà per forza arrendersi al pensiero che uno spirito, purché rimanga libero, può indossare qualsiasi vestito.

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Ps: Ah sì, poi anche lady Orlando trova l’amore, anzi le piomba direttamente dal cielo, nel momento in cui era decisa ad affrontare la morte. Lo lascerà andare, proprio in virtù della libertà di quello spirito che non può essere legato.

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