I senza nome, di Jean-Pierre Melville (1970)

di Girolamo Di Noto

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È difficile trovare un regista che assomigli di più ai personaggi dei suoi film. Melville, indimenticabile regista francese, alla pari dei suoi antieroi che hanno popolato le sue opere, è sempre stato un lupo solitario, un osservatore malinconico che ha contemplato la vita e la morte con uno stile essenziale e rigoroso. Un regista fuori dalla norma, duro, esigente, controverso che ha sempre visto i suoi protagonisti mai integrarsi in una società che denigra, per recuperare nella solitudine la consapevolezza del proprio essere. Come per Frank Costello faccia d’angelo o per Bob il giocatore, tanto per citare alcuni suoi titoli più famosi, così per i protagonisti de I senza nome la solitudine, accompagnata da un destino ineluttabile, costituisce quel marchio di fabbrica che immediatamente balza agli occhi e lo fa distinguere come film melvilliano. Il titolo italiano, come quasi sempre succede, non rende bene l’idea di fondo che pervade nel film, ovvero che tutto è stato già deciso da un destino imprevedibile e inspiegabile. Melville avrà modo di definire i titolisti italiani dei farabutti e non avrà tutti i torti: il titolo I senza nome di certo si riferisce al fatto che i personaggi si chiamano soltanto per cognome, ma quello originale, Le cercle rouge rende meglio il concetto dell’ineluttabilità del destino. Una citazione che apre il film attribuita a Buddha svela da subito ciò che andremo a vedere: “Buddha prese un pezzo di gesso rosso, tracciò un cerchio e disse: se è scritto che due uomini, anche se non si conoscono, debbono un giorno incontrarsi, può accadere qualsiasi cosa e possono seguire strade diverse, ma al giorno stabilito, ineluttabilmente, essi si ritroveranno in questo cerchio rosso”.

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Il cerchio rosso è dunque il segno della morte che sotto forma di tradimento e inganno sovrasta i destini dei personaggi di questo avvincente film, un destino beffardo, cinico che non lascia illusioni di salvezza né piano o alibi che possa sovrastarlo.
Corey( Alain Delon), appena uscito di galera e Vogel (Gian Maria Volonté), evaso da un treno in viaggio, si incontrano casualmente, le loro strade si incrociano fortuitamente nei pressi di un autogrill. Dopo le prime diffidenze, tra i due nasce un’amicizia basata sul rispetto e la fiducia. Basta una sigaretta fumata insieme, uno sguardo a sancire una complicità totale. Vogliono ancora lasciare il segno, fare il grande colpo e l’occasione sarà offerta da una rapina notturna in una grande gioielleria di Place Vendôme, a Parigi. Ai due si aggiunge Jansen (Yves Montand), ex tiratore scelto della polizia, radiato dall’ordine per alcolismo.

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Tre uomini i cui destini si incrociano per una rapina perfetta, tampinati da uno zelante commissario di polizia. Detta così, potrebbe sembrare la solita trama di un film noir già visto e rivisto, eppure il tocco di Melville lo rende magico, indimenticabile. Le cercle rouge è un noir freddo, dai tempi dilatati (la rapina dura 25 minuti, a dimostrazione di una adesione maniacale alla continuità reale delle azioni), in cui tutto funziona come un meccanismo ad orologeria, studiato nei minimi dettagli. Tutto il cinema di Melville è pervaso da un grande pessimismo di fondo, è crepuscolare, testimonianza di una fine. I personaggi melvilliani sono dispersi in una vita senza speranza e illusioni, hanno l’aspetto decadente, pur non essendo anziani, sono metodici, professionisti, ma ormai nostalgici e malinconici. Tutti sono accomunati dalla solitudine, perfino il commissario Mattei (Bourvil, alla sua ultima interpretazione) non ne è esente: nella sua casa vivono soltanto gatti, la sua caccia all’uomo non disdegna il gioco sporco e le imboscate che mette in atto per acciuffare i tre criminali non servono ad altro che a cercare di salvare la propria reputazione.

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Delon ha uno sguardo granitico, glaciale, Volonté è come sempre straordinario e indimenticabile è anche Yves Montand, la cui interpretazione è di notevole peso se pensiamo a due scene indimenticabili del film che lo vedono presente: quella che lo vede protagonista come freddo tiratore che con un fucile da precisione non deve assolutamente mancare un bersaglio importante per la riuscita della rapina e, da contraltare, la scena che lo vede, suo malgrado, vittima di deliri etilici che assumono le forme ripugnanti e invasive di insetti e rettili che sbucano da crepe sul muro che vede solo lui, che ricordano i tremiti e gli incubi di Don Birman di Giorni perduti di Wilder, nonché echi di Faulkner e Poe.

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Poche parole, poca azione, sguardi freddi, cinici: nel mondo di Melville regna un silenzio glaciale, interrotto solo da qualche rumore. La scena della lunga rapina è muta, divisa a metà da un’unica battuta e quando il regista vuole spezzare il silenzio non lo fa tanto con la musica ma con scatti ritmici( le ruote della locomotiva sui binari, l’eco dei passi nel vuoto di una prigione, il suono secco del colpo su una palla da biliardo). Tutto il film è pervaso da un oscuro senso di predestinazione. Se in Ombre rosse di Ford l’ombra di una finestra disegna sul muro una croce, caricandosi di una simbologia funerea, nel film di Melville la biglia rossa di un biliardo che vediamo in una delle prime sequenze è indice di un destino beffardo, inesorabilmente scritto.

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I tre criminali agiscono secondo un rigido codice comportamentale, sono legati da un’amicizia virile, da un forte senso dell’onore e quando si renderanno conto che uno dei tre è caduto in una trappola, di certo non si tireranno indietro, non si daranno alla fuga, ma affronteranno senza esitazione il loro destino. Gli amici vanno onorati fino alla fine, non vanno lasciati soli e, come i protagonisti de Il mucchio selvaggio di Peckinpah non temono la morte a cui sanno di non poter sfuggire per molto tempo ancora. Stoici, freddi e risoluti fino in fondo, i personaggi di questo film non vanno alla ricerca di un destino glorioso, ma accettano tutto ciò che può farli riscattare da una vita indegna. Considerato il Fanny e Alexander di Melville, Le cercle rouge, con i suoi commissari e malavitosi, pistola e rapina, l’inevitabile caccia all’uomo, il fatalismo incombente, il tradimento, la solitudine, è senza dubbio la summa del suo cinema. Un cinema malinconico, poetico, fondato su una purezza di stile, una lezione esemplare che diventerà in seguito fonte di ispirazione dei registi a venire, del calibro di Kitano, Woo, Mann e Tarantino.

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