Il grande passo, di Antonio Padovan (2019)

di Laura Pozzi

Per il 50emo anniversario dello sbarco sulla luna anche il cinema italiano prova a dire la sua. Unico titolo in concorso al Torino Film Fest, il secondo lungometraggio di Antonio Padovan regista del già apprezzato, ma analcolico Finchè c’è Prosecco c’è speranza, ci riprova, puntando decisamente in alto (forse troppo) e sciupando la ghiotta occasione di poter contribuire con un’idea (almeno sulla carta) originale e innovativa alla tanto agognata e tardiva rinascita della cinematografia nostrana.

Mario (Stefano Fresi) e Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) sono due fratellastri separati dalla nascita. Il primo gestisce insieme alla madre un negozio di ferramenta a Roma, il secondo soprannominato “Luna storta” vive come un misantropo in uno sperduto casolare nel Polesine. Pur essendo dei perfetti sconosciuti, essendosi incontrati una sola volta nella vita la somiglianza fisica a dispetto di quella caratteriale è stupefacente. Un giorno Mario riceve una telefonata dove viene sollecitato da un avvocato (Roberto Citran) a raggiungere quanto prima lo stralunato fratello accusato di aver provocato un vasto incendio nel fallimentare tentativo di far decollare una navicella spaziale. Per scongiurare il suo ricovero presso un ospedale psichiatrico, l’uomo si mette in viaggio, ma le speranze di successo cominciano presto a vacillare: Dario è un inguaribile romantico che sogna di andare sulla luna con un razzo nascosto nel fienile, mentre Mario è un bontempone privo di ambizioni saldamente ancorato ad una monotona e rassicurante routine. Due opposti che grazie ad una convivenza forzata avranno modo di conoscersi riuscendo a spingersi oltre le coordinate di un rapporto reso complesso e inaccessibile dalla totale estraneità di un padre (un grandissimo Flavio Bucci qui alla sua ultima interpretazione) distratto, indifferente nonchè irriducibile bugiardo. Padovan non brilla certo per originalità nel trattare una tematica (la riconciliazione tra fratelli) ampiamente abusata, ma la scelta di affiancare due attori fisicamente vicini risulta particolarmente incisiva. Fresi e Battiston interpretano al meglio due mondi agli antipodi, sottolineando grazie ad recitazione astratta e misurata le distanze incolmabili esistenti fra due individui legati dallo stesso sangue. Peccato che la felice intuizione e il pregevole lavoro dei due attori si perdano anch’essi nello spazio non potendo far leva su una scrittura solida e compatta, ma al contrario approssimativa e carente sotto il profilo psicologico. Seguendo le orme del compianto Carlo Mazzacurati, Padovan si affida furbamente alla spigolosa e suggestiva eloquenza di un paesaggio indubbiamente affascinante, ma fine a se stesso. L’ammirevole tentativo di sperimentare strade alternative, virando su un genere poco battuto come quello fantascientifico resta confinato alle due splendide sequenze d’apertura e chiusura dal notevole impatto scenico. E alla fine quel che resta del giorno è un’occasione mancata nonostante il sentito, ma inconsistente omaggio ai sognatori, una bella alchimia tra i protagonisti e qualche battuta azzeccata. Tuttavia l’epilogo sulle vibranti note di Pino Donaggio anche se rievocano un po’ ruffianamente struggenti e nostalgiche visioni di niccoliana memoria (Gattaca, 1997) riescono miracolosamente a commuoverci oggi come (e più di) allora.

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