Stromboli, di Roberto Rossellini (1950)

di Bruno Ciccaglione

Roberto Rossellini e Ingrid Bergman alla Sciara del fuoco, in una pausa delle riprese di Stromboli – Terra di Dio

C’è stato un tempo in cui il cinema era così importante, che di un film si poteva parlare per mesi, con dibattiti infuocati che coinvolgevano ogni fascia sociale, nei più diversi ambiti culturali, colti come popolari, e questo avveniva contemporaneamente in mezzo mondo, senza che nessuno si prendesse la briga di guardare, analizzare e parlare del film stesso. Oggi invece, che il cinema non conta quasi più niente, magari quello stesso film, libero dallo scandalo o dall’attenzione suscitata nella società alla sua uscita, torna ad essere apprezzabile in piena libertà e forse è possibile amarlo davvero. È il paradosso, però emblematico, di Stromboli – Terra di Dio (1950) di Roberto Rossellini. Ma sarebbe illusorio pensare che oggi sia possibile una fruizione più autentica del cinema, perché senza quella centralità culturale – ed economica – che il cinema aveva allora nella società, opere come questo film non sono possibili ed infatti oggi sono sempre più rare, o addirittura irrealizzabili.

Ingrid Bergman (Karin) e Mario Vitale (Antonio): l’arrivo sull’isola è già uno shock per Karin

E tuttavia dunque, liberiamoci rapidamente delle tossine che inquinarono allora e ancora restano a condizionare ogni discorso sul film: Ingrid Bergman, star cinematografica svedese che aveva conquistato Hollywood, folgorata dai film neorealisti di Rossellini, gli scrive una lettera chiedendogli di lavorare con lui. Nasce un amore, mentre entrambi erano ancora sposati, che costerà ad entrambi, soprattutto negli Stati Uniti, ma un po’ ovunque, un ostracismo assoluto, quando non un vero boicottaggio dei loro film insieme. Il primo dei film che realizzeranno, Stromboli, che corrisponde alla nascita di questa relazione che durerà diversi anni e che sarà molto importante nelle vite di entrambi, fu travolto dalle polemiche e dai pettegolezzi. Addirittura la ex “amante ufficiale” (parafrasando Amici miei) di Rossellini, Anna Magnani, per tutta risposta mise su una produzione cinematografica alternativa (Vulcano) che fu realizzata nello stesso periodo e nello stesso arcipelago delle Eolie, con l’unico scopo di danneggiare Rossellini (e la Bergman).

Rossellini era forse il più rivoluzionario innovatore del cinema mondiale dell’epoca: seppe insegnare al mondo che le idee erano l’elemento più importante per fare il cinema, che si poteva fare film fuori dagli ingessati teatri di posa, che si poteva girare un film in grande libertà, improvvisando in ambienti reali, senza una sceneggiatura definita in ogni dettaglio, con pochi soldi, mettendo in scena l’umanità. Non a caso Fellini – che si distanzierà fortemente dall’approccio neorealista del suo maestro/amico – affermerà che aveva capito che si potesse fare cinema con una grande libertà creativa, giocando e divertendosi, assistendo Rossellini nella realizzazione di Paisa’. Non a caso, ancora, Rossellini sarà il mito dei critici della rivista Cahiers du cinéma che poi cambieranno il cinema mondiale con la Nouvelle Vague. Stromboli sarà realizzato proprio in quello spirito: da un lato al lavoro con Rossellini ci sono, al solito, intellettuali come Sergio Amidei (che aveva scritto, in collaborazione con vari coautori, capolavori come Roma città aperta, Paisa’, Sciuscià, Anni difficili e Germania anno zero) e la più importante attrice della Hollywood dell’epoca (Ingrid Bergman aveva già girato Casablanca e Notorious). Dall’altra, i pescatori di uno sperduto arcipelago del Mediterraneo, coinvolti giorno per giorno in un progetto flessibile, leggero, ogni giorno reinventato, tra appunti presi su fogli volanti e continui cambi di rotta man mano che la scoperta delle peculiarità dell’ambiente in cui la troupe si trovava stimolava riflessioni e idee nell’autore. In una isola che è un vulcano attivo, ad esempio, improvvisamente c’è una esplosione più forte del solito e allora Rossellini e Amidei decidono di aggiungere al film l’episodio della violenta eruzione del vulcano, che minacciosa costringe tutti gli abitanti dell’isola alla fuga in barca verso il mare aperto. La ricostruzione è realizzata in modo assolutamente realistico, in una delle sequenze più spettacolari, realizzata grazie all’abilità nell’utilizzo degli effetti speciali utilizzati, artigianali, ma molto efficaci.

Karin: Lei è spietato come il suo Dio!
Il parroco: Si controlli, si umili, preghi!

Stromboli era ed è ancora un cono nero in mezzo al mare, da cui continuamente esplodono fiamme, lava e fumo. La sua natura è un concentrato della natura della Sicilia: estrema, violenta, bellissima. Qui la forza della natura domina tutto ed è indomabile. Anche se negli anni ’80 al culmine del disimpegno qualcuno si illudeva di fare i soldi con il turismo paninaro dell’epoca (ci furono estati in cui con oltre diecimila persone sull’isola, addirittura c’erano 3 discoteche aperte contemporaneamente e si affittavano posti letto su materassi all’aperto sui tetti delle case), oggi siamo tornati ad una situazione in fondo non troppo diversa da quella che la troupe di Stromboli – Terra di Dio si trovò di fronte nel 1949: non più di 300 abitanti, un luogo selvaggio, il vulcano a determinare le sorti dei suoi abitanti. Qualcuno ogni tanto ha provato a speculare, ma poi arrivava un maremoto, una eruzione, una frana, un incendio, a rimettere le cose a posto. Oggi a Stromboli c’è l’energia elettrica – che del resto arrivò solo nel 1978 – e perfino i più irriducibili strombolani ormai non vanno più in giro scalzi; ma c’è una cosa che da allora non è mai cambiata: gli abitanti dell’isola la adorano ed amano il loro vulcano (Iddu – Lui – lo chiamano) e accettano tutto quello che egli riserva loro, di buono o di cattivo, senza protestare e con raro amore.

Le donne dell’isola, che tutto osservano e tutto giudicano

Non c’è dunque da stupirsi che Rossellini, al cospetto di un luogo così, restasse affascinato e se ne lasciasse ispirare, in particolare nel suo personale percorso verso una spiritualità non convenzionale. Karin, giovane e bellissima profuga di guerra lituana (Ingrid Bergman), alla disperata ricerca di una vita migliore, ha deciso di sposare il soldato italiano che le darà una cittadinanza, una casa, un futuro. Sbarcata sull’isola sperimenta innanzitutto lo shock dell’impatto con questo luogo: la grande povertà, l’isolamento dal mondo, la mancanza di comunicazione dovuta alla incomprensibilità del dialetto e della lingua, la violenza della natura con cui gli abitanti dell’isola hanno imparato a confrontarsi duramente (si pensi alla scena del furetto utilizzato per la caccia ai conigli), in cui la sottomissione della donna è la norma.

La straniera Karin e le altre donne dell’isola

La scoperta dell’isola da parte della straniera offre a Rossellini l’opportunità di sequenze quasi documentaristiche, ma anche qui non si pensi ad una banalità delle soluzioni. La più memorabile di queste sequenza – quella della tonnara – è in realtà costruita in modo tipicamente cinematografico: grande enfasi è data all’attesa dell’arrivo dei tonni, nel silenzio del mare piatto, che precede la frenesia della mattanza. La presenza di Karin, all’inizio incuriosita e sempre più scioccata del crescendo violento della pesca, serve a far crescere il pathos drammatico della mattanza ed a raccontare il conflitto ormai insanabile tra lei e l’intero villaggio. Quindi, ancora una volta, nel neorealismo di Rossellini non c’è mai una rappresentazione passiva della realtà che limita le scelte creative, ma al contrario si sceglie di rappresentare un episodio chiave della vita sociale di un villaggio di pescatori del Mediterraneo, perché questo serve alla storia che Rossellini vuole raccontare. Assieme alla scena della evacuazione dopo l’eruzione, che si sviluppa fino alla preghiera in mare aperto, la mattanza è l’altra grande scena collettiva del film e serve anche a sottolineare la cooperazione tra tutti gli abitanti del villaggio, in quello che per i pescatori era un momento analogo a quello del raccolto per i contadini delle campagne: un momento unico dell’anno, che coinvolge tutti in una attività comune, in cui si faceva scorta di tonni per tutto il villaggio e per tutto l’anno, per poi lasciare al mare il tempo di riposare e riprodurre le medesime condizioni per l’anno successivo. Anche qui: c’è la forza enorme della natura. I tonni che si vedono in queste sequenze sono animali di 200 o 300 chili, di una taglia che oggi, proprio perché a questo tipo di pesca artigianale e collettiva si è sostituita quella industriale, non esistono più. Di fronte a questa forza ci sono gli uomini che, solo insieme, possono fronteggiarla. Infine, c’è la solitudine di Karin, che non fa parte di questa comunità e che in qualche modo si trova – sola – di fronte a questa soverchiante forza della natura.

La memorabile scena della mattanza

Ed è in questa posizione che Karin, nel finale del film, trova una sua spiritualità. Sfida e poi deve accettare la forza degli elementi, del vulcano, il fuoco, la notte stellata. Racconta Rossellini, a proposito del molto di autobiografico che c’è nei propri film, come l’anelito che anima la protagonista del film interpretata da Ingrid Bergman sia profondamente suo: “In Stromboli c’è l’arrivo della straniera nella vita di un uomo semplice come Antonio, un pescatore. E anche il sentimento della donna di Stromboli, brutalizzata dalla realtà, che torna al sogno, perché non dovrebbe essere autobiografico? Il desiderio di espandersi, per abbracciarsi a tutti, senza lasciare la realtà, ma trovando la liberazione interiore in quel richiamo a Dio che è lo slancio finale del film. Essa si pone il problema come se fosse la prima volta, inconsciamente, se si vuole. Soltanto in presenza della natura e di se stessa, in presenza di Dio, ha compreso”.

Il momento che precede l’estasi spirituale di Karin

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