Guarda in alto, di Fulvio Risuleo (2017)

di Andrea Lilli –

Giacomo Ferrara, Fulvio Risuleo

Guarda in alto è un buon suggerimento per te che stai leggendo, per me che sto scrivendo. Alziamo la testa, allarghiamo l’orizzonte, allunghiamo la prospettiva. Solleviamolo, ogni tanto, ‘sto sguardo attaccato allo smartphone, schiacciato sul display, imprigionato nel monitor. Qualunque parola o immagine ci stia dentro, ci trattiene in quel piccolo rettangolo sempre luminoso, ma di luce artificiale. Ogni giorno, ogni minuto il quadro cambia ma non troppo, non abbastanza da sorprenderci davvero, e resta uguale la luce falsa, la cornice stretta, il modo di vedere, l’abitudine di girare a testa bassa. Invece, Guarda in alto. In questo film non c’è nessuno che abbia in mano un cellulare. Eppure è del 2017, ed è il primo dei due lungometraggi di un giovane talento, Risuleo, che non vuole rinunciare a sognare, a raccontare i propri sogni in uno stile originale, personalissimo. Un ispiratore, perfino, se andiamo a vedere certe analogie con due bei titoli successivi come Il grande spirito (Rubini 2019), girato fra i tetti di Taranto, e Il grande passo (Padovan 2019), che ha un finale assai simile.

Teco (Giacomo Ferrara), giovane fornaio romano col capello rockabilly e l’aria stranita, lavora con altri due ragazzi in un seminterrato del Prenestino. Impastano, infornano e sfornano cornetti sottoterra, mentre le macchine corrono sulla sopraelevata. Mestiere ripetitivo, noioso. È mattino presto e i tre sono stanchi, per una pausa se ne vanno sul tetto, a godersi lo spettacolo della Tangenziale Est. Mentre parlano del mitico Stato Libero del Costarica, li sorvola uno strano gabbiano, che poi precipita su un terrazzo poco distante. Teco decide di raggiungerlo, gli altri due tornano giù. Come un’Alice che rincorre il Bianconiglio, Teco segue il segreto del gabbiano anomalo e si perde in un labirinto affollato da bizzarri personaggi. Ci prende gusto, non vuole più scendere a terra – come Cosimo, il barone rampante. Inizia un viaggio sospeso a mezz’aria che gli fa scoprire un mondo fantastico tra i tetti e le mura storiche di Roma. Scappa, Teco: da un lavoro monotono, dagli sguardi bassi, da giornate uguali tra loro come cornetti.

Guarda in alto, dice Fulvio Risuleo, che vuole parlare di sogni ad occhi aperti, di realtà fantastiche. Guarda cosa c’è sopra i tetti, oltre le mura. Anzi, comincia a vedere meglio dentro i tetti e le mura: possono saltar fuori meraviglie già nei lavatoi, nei cunicoli, nelle intercapedini, nelle prese d’aria: suore viziose, bambini pescatori di gabbiani, api musicali, eremiti, nudisti urbani, muti parlanti, bar notturni, avanguardie musicali, danze sfrenate, corse di lumache, e ovviamente droni, mongolfiere, astronavi.

Cosa stia succedendo a quel ragazzo sopraffatto dalle sorprese, disorientato ma in qualche modo riportato in vita, lo spiega a un certo punto del film uno dei tanti tipi strani del percorso, il Muto: Vedi Teco, ci sono cose in questo mondo che non hanno senso, nessunissimo senso, eppure sono molto importanti per noi, e condizionano la nostra vita. C’è bisogno di meraviglia.

Un muto che parla è già stupefacente. Se poi dice che vuole spedire sulla Luna un razzo alimentato dalla centrifuga di una lavatrice… Quello di meravigliarsi è un bisogno importante, certo, tanto quanto quello di dare senso alle cose, quanto i pregiudizi, le mura che ci dividono e difendono dagli sconosciuti, il tetto che ci protegge dalle intemperie. Mura e tetti vanno conservati ma pure esplorati, superati altrimenti diventano celle di prigioni. Non si può vivere rinchiusi nel già visto, già vissuto. Senza stupore, dunque senza conoscenza e poesia si diventa ottusi, così come senza vitamina C si diventa scorbutici. È del poeta il fin la meraviglia… Chi non sa far stupir, vada a la striglia, avvertiva Giambattista Marino. E allora ecco le suore che smerciano reliquie, scommettono e vincono alle corse clandestine di lumache, fagocitano uomini disponibili. Ecco la banda volante di bambini mascherati, e l’eremita Baobab (Lou Castel), apicoltore autarchico che vive nelle Mura Aureliane(*) e nei suoi ‘sogni lucidi’. Ecco che dal cielo cade una Stella (Aurélia Poirier).

Stella, Teco è con te.

Dopo i segreti del gabbiano Teco segue quelli di Stella, francese dagli occhi incantevoli. La ragazza si è lanciata col paracadute dalla sua mongolfiera per sfuggire all’amore/odio per Joe (Ivan Franek). Ma perché se ne va in giro per i cieli europei trascinata da un pallone? Da bambina vivevo in campagna vicino alla costa. Attraversare le nuvole mi ricorda i viali alberati nella nebbia. E il rumore del traffico cittadino somiglia al suono del mare. La mongolfiera, la ragazza, le lumache a noi invece ricordano Il barone rampante di Italo Calvino.

Il viaggio mirabolante di Teco continua, stavolta in tandem con Stella. I due scoprono l’attività illecita delle suore, la loro dispensa piena di ogni ben di Dio, e poi incontrano due gemelli nudisti urbani, italiani ma germanofoni: a Berlino hanno perfezionato teorie e pratiche del naturismo metropolitano. Insieme alla varietà dei personaggi, Risuleo tiene molto alla convivenza dei linguaggi. Si sente parlare francese, inglese, spagnolo (il Muto), tedesco, ma anche un grammelot inventato per gioco da Teco e Stella. Si arriva in un locale notturno superattico, il Bar Freccia, che sembra uscito da un racconto di Stefano Benni. Si esibiscono gli Abysso, gruppo musicale d’avanguardia upperground guidato dalla voce eclettica di Bebawinigi, al secolo Virginia Quaranta, collaboratrice di Fulvio Risuleo nei suoi due cortometraggi, premiati a Cannes: Lievito Madre (2014) e Varicella (2015). Al bar, tra una scommessa e una danza dionisiaca, la resa dei conti per Teco.

Vuoi sapere di più? / Guarda bene più su / Sotto, sotto è sempre uguale

Bebawinigi


(*) Il rapporto tra cinema e Mura Aureliane continua a Roma con la mostra “Il Cinema in Vetro”, dal 25 maggio al 5 settembre presso il Museo delle Mura.

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