Little Joe, di Jessica Hausner (AT/GB/DE 2019)

di Laura Pozzi

25 maggio 2019. Cala il sipario sulla 72° edizione del festival di Cannes che nell’entusiasmo generale “impalma” i geniali parassiti di Bong Joon-ho e proclama Emily Beecham miglior attrice per la sua interpretazione in Little Joe di Jessica Hausner, regista austriaca nota e particolarmente apprezzata per lo sconvolgente Lourdes (2009). 20 agosto 2020 dopo mesi di claustrofobica e lacerante incertezza il film grazie alla tenacia di Movies Inspired  vede  finalmente luce nelle sale. Uno scarto temporale apparentemente innocuo se non fosse per l’esplosione a inizio anno di un misterioso virus capace con la sua imprevedibilità di tenere il mondo col fiato sospeso. Ma nonostante i buoni propositi iniziali fondati sull’urgenza di un cambiamento epocale atto a garantire il nostro futuro tutto continua vorticosamente a girare. Eppure qualcosa è cambiato. Un sentore impercettibile venato di sottile estraneità verso una realtà di colpo ostile e a tratti opprimente, ci proietta in un futuro non troppo dissimile da quello mostrato in Little Joe. “ L’idea alla base della storia è che ogni individuo nasconda un segreto che non può essere completamente compreso dagli altri e nemmeno da lui stesso. Qualcosa di misterioso può apparire dentro di noi in maniera inaspettata e far sembrare strano ciò che prima ci era familiare. Una persona che conosciamo bene ci appare improvvisamente estranea, la prossimità si trasforma in distanza, il desiderio di comprensione reciproca, di empatia e di simbiosi rimane insoddisfatto.”

Dalle parole della Hausner si evince come il film sia nato sotto tutt’altri auspici e poi come una realtà immaginifica l’abbia tramutato in sinistro presagio. Little Joe è un fiore dall’invitante color rosso vermiglio creato artificialmente da Alice all’interno di un laboratorio botanico presso la società Planthouse. La donna completamente assuefatta dal lavoro prova un profondo senso di colpa nei confronti del figlio Joe, adolescente taciturno e perspicace costretto a passare giornate intere in completa solitudine. Le mancanze di Alice oltre a rimpinzare gli schedari della sua psicanalista vengono bilanciate e in parte riversate su questo fiore che decide di portarsi a casa battezzandolo affettuosamente Little Joe. L’eccezionalità della nuova creatura risiede nel suo inebriante profumo, una fragranza capace di rapire i sensi grazie all’emanazione di un ormone simile all’ossitocina appositamente testato al fine di garantire sorprendenti effetti terapeudici contro la depressione e instabilità dell’umore. Quello che il miracoloso fiore chiede in cambio è  una dedizione assoluta basata su amorevoli cure ed attenzioni, fondamentali nello sviluppare un equilibrato rapporto madre figlio. Una creazione apparentemente inoffensiva resa mostruosa da un singolare dettaglio: Little Joe è sterile, non è in grado di riprodursi, è stato privato della fertilità allo scopo di potenziare al massimo quel profumo necessario a sbaragliare la concorrenza sul mercato. Una manipolazione strategica e innaturale, figlia di un sempre più allarmante delirio di onnipotenza da parte dell’uomo.

Tuttavia l’aspetto rassicurante da fiore delle mille e una notte non tragga in inganno, il piccolo Joe cova dentro di sé vendetta e frustrazione pronte ad esplodere sottoforma di un virus patogeno sensibile al cervello. Ne consegue per chi si trova ad inalare il suo polline un processo di spersonalizzazione emotiva che porta i contagiati ad un inquietante sudditanza nei suoi confronti a scapito di legami  preesistenti. In assenza di segni e sintomi evidenti le persone infettate conducono la vita di sempre non destando sospetti, ma perseverando verso un’anaffettività essenziale per la sopravvivenza della pianta. La Hausner costruisce la storia con precisione chirurgica affidandosi ad una messinscena astratta e glaciale dai contorni fiabeschi. La scelta cromatica predilige colori infantili (verde, bianco, rosso), mentre l’atmosfera fredda e straniante respirata all’interno del laboratorio si compone di immagini artefatte poco inclini ad assecondare una tensione irrigidita dalla staticità degli eventi. Il tempo scorre lento, i personaggi si muovono robotici in spazi chiusi, la macchina da presa osserva lenta e indisturbata sottolineando con lunghe carrellate e piani fissi privi di coinvolgimento l’alienazione presente. I vani tentativi di socializzare con un’ umanità ambigua e indifferente si perdono in flemmatici zoom che relegano i personaggi ai margini dell’azione per seguire percorsi del tutto estranei alla storia. Il leggero effetto soporifero creato dalla cristallizzazione degli eventi viene elettrizzato dalle raggelanti note di Teiji Ito noto compositore giapponese già attivo collaboratore nei primi anni ’40 di di Maya Deren. L’effetto è volutamente respingente, distaccato, poco empatico. Si fa quasi fatica ad arrivare indenni alla fine e non aiuta neppure il vago sospetto che si tratti in realtà di una visione puramente mentale della protagonista. Probabilmente questo avremmo pensato se il film fosse uscito un anno fa. Ma i tempi pur rimanendo gli stessi sono drasticamente cambiati e tornare oggi in sale sempre più simili a laboratori con obbligo di mascherine, gel, e restrizioni varie fanno apparire questo film improvvisamente famigliare e stranamente conciliante. Un’opera soggetta a una duplice visione, destinata irrimediabilmente a vivere due volte.

   

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