Miss Marx, di Susanna Nicchiarelli (2020)

di Serena Trotzt

‘Il personale è politico. Se non si può cambiare il mondo nell’arco di una vita, si possono però piantare semi che germoglieranno poi per le generazioni future’. Questo il messaggio lanciato dalla regista Susanna Nicchiarelli in occasione della presentazione del suo ultimo film ‘Miss Marx’, pellicola dedicata alla vita dell’attivista politica e femminista Eleanor Marx e scelta per la serata di apertura del Festival del Cinema di Vienna – Viennale 2020.

Già presentato alla 77° Rassegna della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia e accolto più tiepidamente rispetto al successo di un altro suo ritratto al femminile, Nico 1988 (Miglior Film 2017 per la sezione Orizzonti), Miss Marx, 107 minuti di girato a produzione italo-belga del 2020, è un dramma in costume ambientato nell’Inghilterra vittoriana e incentrato sulla figura di Eleanor Marx (Londra, 1855-1898), detta Tussy, figlia più piccola del più celebre filosofo, economista, storico, sociologo e politico tedesco, Karl Marx.

L’intento della regista romana è di dare una rilettura moderna di questa figura di donna colta e impegnata, traduttrice e maggiore curatrice delle opere del padre, ad oggi poco nota, ma in realtà tra le prime ad avvicinare i temi del femminismo e del socialismo, sempre in prima linea nelle lotte operaie così come nella conquista dei diritti delle donne o nell’abolizione del lavoro minorile. Una tensione verso la modernità perseguita da un lato attraverso i molti flashback, in cui Eleanor viene ritratta come figlia di un padre ingombrante, ma bambina già caparbia e dotata, e dall’altro attraverso un’anacronistica colonna sonora dai toni rock-punk, curata da ‘Gatto ciliegia contro il grande freddo’ e ‘Downtown Boys’, che in modo puntuale e contrastante accompagna la graduale presa di coscienza della drammaticità della condizione di sfruttamento del proletariato urbano e della situazione femminile, mentre l’uso di immagini d’archivio, insieme all’eco di colpi di arma da fuoco e a cori dell’Internazionale, ci portano ancora più avanti nel tempo, ad altre rivoluzioni mosse sempre dal medesimo senso di ingiustizia.

Eleanor ‘Tussy’ sul grande schermo va al di là degli insegnamenti teorici del padre, e vive empiricamente ogni miseria, osservandola fuori e dentro le fabbriche o nelle degradate dimore di uomini e donne invalidi a causa di incidenti sul lavoro, case prive ormai di forza lavoro, ma piene di figli smunti, sudici e bocche da sfamare. Sin dalla scena iniziale del film, quando Eleanor pronuncia l’elogio funebre per il padre appena defunto, di fronte ad un gruppo ristretto di parenti e amici eccellenti, tra tutti lo stesso Friedrich Engels, lo spettatore percepisce, però, il sospetto di uno sbilanciamento tra il lato pubblico, prettamente politico della protagonista e lo svolgersi della sua vita privata.  Un sospetto che diventerà progressivamente più concreto e cosciente con la narrazione del suo cieco amore per Edward Aveling, cofondatore con lei della Socialist League, uomo egoista, fedigrafo, inaffidabile e oppiomane.

Lungi dall’essere nel privato un’eroina vittoriana, Eleanor si mostra infatti in tutta la sua vulnerabilità, che la brava attrice Romola Garai rende sempre con una malinconia pervadente, esponendo senza riserve le ferite tutte umane della dipendenza da una passione totalizzante e distruttiva, cui Tussy ha sacrificato e sacrificherà la sua stessa esistenza. Eleanor è infatti disposta ad aspettare, accogliere e curare l’amante ingrato e ormai malato fino alla fine, mettendosi da parte, allo stesso modo in cui in passato si era definita in base al padre, assumendosi l’onere di accudire lui e la madre nella malattia o si era fatta carico del piccolo nipote, figlio della sorella defunta, sacrificando parte della sua vita, dei suoi studi, del suo lavoro. Se la presa di coscienza della subalternità femminile e dell’assunto che non esiste giustizia tra gli uomini senza giustizia tra i generi viene urlata da Eleanor sui palchi dei comizi ed enunciata a più riprese a favore di camera cercando gli occhi dello spettatore, il suo vissuto sentimentale e il suo privato urlano però tutt’altro, consegnandoci anzi una contraddizione che rimane drammaticamente irrisolta fino alla fine, fino al tragico epilogo. La sua rivoluzione privata si condensa allora solo parzialmente sullo schermo, nella scena di una danza frenetica, esasperata dall’oppio, di un corpo spogliato dalla pesantezza dei consueti abiti d’epoca, attraverso un ballo liberatorio che la libera in realtà solo nella misura in cui si fa largo in lei la decisione di uccidersi, avvelenandosi.

Il personale è politico. La parità dei generi e la lotta di classe, nella tensione verso l’utopia della società socialista, sono due facce della stessa medaglia. Le donne, più proletarie tra i proletari, più schiave tra gli schiavi del sistema capitalista, devono essere ancora più rivoluzionarie dei rivoluzionari. Ma l’esito di questo percorso rimasto dolorosamente irrisolto in Eleanor Marx, appare ancora oggi molto attuale.

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