Nico, 1988, di Susanna Nicchiarelli (2017)

di Nicole Cherubini

Sono stata in cima e sono caduta in basso. Entrambi i posti sono vuoti.” Christa Päffgen

Cos’è Nico, 1988? E soprattutto, chi è Nico? La bionda cantante dei Velvet Underground? L’icona di stile? Una tossicodipendente? Una madre imprudente? Tutto questo e molto altro, è ciò che Nico, 1988, terzo lungometraggio di Susanna Nicchiarelli, cerca di raccontare, formando un mosaico coeso con le tessere di una vita straordinaria. Non si può definire altrimenti la vita di Nico, all’anagrafe Christa Päffgen: nata in Germania durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ha poi lavorato negli Usa come modella e attrice, frequentando la Factory di Warhol, Bob Dylan,  Jim Morrison… Ma ha anche sperimentato l’abisso dell’eroina e la difficoltà di essere madre.

Nico e Andy Wahrol

La regista decide di staccarsi dall’idea “classica” di biopic, ritraendo una Nico in età matura, ormai lontana dalle luci della ribalta; ma comunque intenzionata a fare musica “sua” e a tirare le fila di un’esistenza frammentaria. Nicchiarelli si concentra su di un preciso arco della vita di Nico, tra il 1986 e il 1988, durante il quale la vediamo girare l’Europa in tour accompagnata da una band di “dilettanti drogati” (a detta sua). Le tappe del tour (Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, Roma) non sono solo un dato biografico: questo è un film profondamente europeo. Girato tra Italia, Belgio e Germania, con attori di diverse nazionalità che recitano in inglese e una protagonista danese che interpreta una cantante tedesca.

Trine Dyrholm, pur non somigliando fisicamente a Nico, si impone con la sua sola presenza; tratteggiando una donna tanto creativa, profonda e carismatica quanto rabbiosa ed egoista, pronta ad affogare il suo talento nell’eroina. La fotografia dai toni freddi di Crystel Fournier non fa che esaltare l’azzurro limpido dei suoi occhi, quasi un costante punto focale dell’inquadratura. Così come sono freddi i colori delle notti in cui la band si esibisce in live più o meno abusivi, per poi scappare con il furgone dalle forze dell’ordine.

Trattandosi della biografia di una cantante, la musica è chiaramente fondamentale. I brani di Nico usati per la colonna sonora sono stati tutti riarrangiati dalla band Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, per poi essere eseguiti live durante le riprese. Trine Dyrholm, attrice con un passato da cantante, li ha reinterpretati tutti, esaltando ancor di più il carisma di Nico come performer: se c’è un apice nel film, è proprio l’esecuzione di “My heart is empty”, talmente viscerale da galvanizzare all’istante lo spettatore.

Un altro aspetto centrale, nel raccontare Nico, è il suo rapporto con Ari; il volersi ricongiungere con quel figlio ripudiato dal padre e in fondo anche da lei, che non ha mai saputo accudirlo. I due sembrano quasi specchiarsi l’uno nell’altro, ognuno con le proprie fragilità e dipendenze.

E’ giusto definire questo film un mosaico sia sul piano narrativo sia su quello stilistico: sul piano dell’immagine, il girato è spesso alternato a materiale d’archivio; vecchi filmati di Nico negli anni ’60 e frammenti del documentario Walden di Jonas Mekas. Sul piano narrativo il film si muove su due binari paralleli: da una parte segue la vita di Nico, dall’altra le dinamiche che si creano all’interno della band. In definitiva, un biopic estremamente interessante, soprattutto per come la regista riesce, partendo dalla vita di Christa, a offrire con sguardo onesto e partecipe, un ritratto di donna né conciliato né conciliante, ma capace di brillare di luce propria.

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