Il ladro di cardellini (2020), di Carlo Luglio

di Andrea Lilli –

Il verso degli uccelli canori – cardellini, canarini, fringuelli, verdoni (di un Verdone un po’ grosso si riparlerà presto, qui) e affini – è più simile a un canto dolce, melodioso, che a un suono animale. Un trillo incantevole. Per questa qualità musicale i cardellini, allevati o catturati di frodo, sono ricercatissimi dagli appassionati. Oggetti di culto su cui si fonda un notevole commercio, più o meno lecito, con tanto di gare, giurie, premiazioni, e scommesse clandestine. Il regista napoletano Carlo Luglio aveva raccontato questo mondo quindici anni prima nel documentario Cardilli addolorati: volatili ingabbiati e venduti a caro prezzo, dotati di una voce così limpida da essere battezzati coi nomi delle stelle dell’opera. Enrico Caruso, Placido Domingo, Maria Callas. Un raffinato e ruvido teatro di melomani e trafficanti, di guardie e ladri, di uccellini vittime di uccellacci umani.

In un piccolo centro della provincia campana – scenografie cruciali: il bar, la farmacia, la rivendita dell’usato e lo sfasciacarrozze – Pasquale Cardinale (Nando Paone, qui finalmente attore protagonista) è un maresciallo delle Guardie Forestali depresso da dieci anni per la vedovanza e stressato dalle continue pretese economiche della figlia Grazia (Viviana Cangiano), cantante neomelodica afflitta dall’obesità e da un fidanzato cannarolo accanito. Succube perdipiù di una dipendenza da slot machine, Pasquale viene scoperto mentre, in stato di necessità, rivende sottobanco un cardellino pregiato sequestrato ai bracconieri. Licenziato con disonore a pochi anni dalla pensione, non gli resta che sfogarsi in lunghi soliloqui sulla tomba dell’amata moglie, affidarsi agli pseudofarmaci di Mimì ‘il chimico’ e, oppresso dai debiti di gioco, unirsi alla scalcagnata congrega di cacciatori abusivi che ben conosce, per fare un po’ di soldi maledetti e subito.

Mentre Grazia e Gioacchino (Lino Musella), il partner chitarrista, cantano le gioie e le pene d’infiniti amori da una sagra all’altra, tra una canna e l’altra, Pasquale & compari battono le campagne e intrappolano i cardellini da rivendere, o da utilizzare per truffe improbabili. Un po’ Soliti ignoti, un po’ Armata Brancaleone, la variopinta banda progetta il colpo grosso: la stangata-capolavoro che per Pasquale sarebbe la soluzione dei problemi finanziari, l’ultimo atto e riscatto di una carriera fallimentare.

Ma prima che questo si compia, il protagonista dovrà subire altre terribili prove. Troverà nel letto uno sbandato: il promesso genero Gioacchino, ripudiato dall’inquieta Grazia.

E durante l’ennesimo inseguimento tra le colline Pasquale cadrà ignominiosamente, ai piedi di un ex collega, in preda ad un’ormai inevitabile crisi cardiaca. A quel punto Grazia capisce che è stato toccato il fondo. Lucida, cinica e pragmatica, intuisce l’unica soluzione per salvare la pelle e il magro patrimonio del padre senza dover pagare un euro: il matrimonio con una procace badante romena.

Rimesso in sesto il fisico (e lo spirito) ben oltre le attese, Pasquale affronta l’ultima prova: il ‘pacco’ ai danni di un collezionista di rari cardellini bianchi. Pianificato alla perfezione dalla banda, il colpo riesce. Ma la perfezione, si sa, non esiste. La storia si chiude felicemente inconclusa, tra i molti fumi di una sceneggiatura ricca di colori, sapori, soprammobili e suoni talvolta troppo caricaturali, così come eccessivi e inverosimili rischiano di risultare i caratteri dei personaggi. L’arrosto tuttavia non manca, e non è mai volgare: si ride, si esce dal film più leggeri di prima, e di questi tempi non è poco. Paone si spende senza risparmiarsi, da una parte riprende e rinnova la tradizione della sceneggiata e la lezione di Eduardo De Filippo, dall’altra quella di Troisi nel primo periodo della Smorfia. Gli altri attori sostengono la sua performance straordinaria senza annullarsi in una squadra di spalle, al contrario ciascuno ha modo di esibirsi in assoli pregevoli. Tutti si adeguano agli svolazzi in grottesco napoletano disegnati nel grande affresco di Carlo Luglio. La maionese autoironica è sbrindellata, furbastra, folcloristica, disordinata; però riuscita. Del resto, sembra che il trillo di un incardellato – un bastardo: l’ibrido nato da un cardellino e una canarina – incanti ancor più di quello del cardellino “puro”, anche quando stona.

For’ ‘o balcone tengo na cajola
cu dinto nu canario ‘ncardellato,
che canta tutt’ ‘o iuorno a squarciagola
pecchè st’aucelluzzo è ‘nnammurato
‘e na canaria bionda comm’ a ll’oro,
comm’ ‘e capille d’ ‘a padrona soja;
e io pure pe ‘sta bionda me ne moro

e canto appriesso a isso… Ch’aggia fa’??!

E tutt’ e dduje cantammo inutilmente
isso “Volare” e io “Anema e core”.
Ma sta signora bionda è indifferente
e nun ‘o vò capì ca mme ne moro.
Pure ‘a canaria fa comm’ ‘a padrona,
e st’aucelluzzo mio sta ascenno pazzo…
‘A vvote po’, si canta, piglia e stona

e i’ stono appriesso a isso… Ch’aggia fa’??!

‘E dduje ‘nnammurate, Antonio De Curtis (Totò)


  • Premio a Nando Paone come Miglior Attore alla 17ma edizione del Monte-Carlo Film Festival de la Comèdie
  • Uscita in sala prevista il 29 ottobre, sospesa causa Covid
  • Disponibile in streaming a pagamento

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