Omicron, di Ugo Gregoretti (1964)

di Laura Pozzi

In tempi in cui il cinema italiano mostra preoccupanti segni di resa, riferibili a una decadenza e atrofia artistica dai contorni indefiniti, la riscoperta di un film anarchico e allegramente fuori dagli schemi come Omicron, fornisce interessanti spunti di riflessione per quanto concerne la settima arte e non solo. Girato da Ugo Gregoretti, una delle menti più libere e non allineate della nostra filiera intellettuale del secondo dopoguerra, dopo l’esperienza collettiva di Ro.Go.Pa.G, il film, confinato perlopiù tra opere sperimentali di vario genere, rappresenta una delle più audaci e brillanti incursioni nella fantascienza made in Italy.

Tuttavia, trattandosi di Gregoretti, giornalista con una solida carriera televisiva alle spalle, l’esperimento non può limitarsi alla sola rivisitazione di un genere poco frequentato dalla nostra cinematografia, ma va pensato all’interno di un contesto socio-culturale plasmato sul disumano “credo” della produttività, del consumo di massa, della economizzazione della politica e della rivoluzione neocapitalista. Concezione di chiara matrice a stelle e strisce, vincolata alla pura logica del profitto. In questo robotico scenario, dove la produzione in serie e l’uso smodato della tecnologia prendono il sopravvento, allontanandosi da una realtà contraddistinta da grande intensità di lavoro e bassa produttività, ha luogo la surreale resurrezione di Angelo Trabucco (lo straordinario “dormiente” Renato Salvatori), operaio della fabbrica SMS, cannibalizzato dai famigerati tempi moderni chapliniani.

Il suo corpo, rinvenuto in un parco dominato da futuri ecomostri, tra urla di terrore di un’incredula baby sitter, giace all’interno di un tubo di cemento. Un incipit così provocatoriamente distorto da disarmare ed edulcorare in parte le crude intuizioni di Bong Joon-ho nel suo Memorie di un assassino. Un cadavere destinato ad incrementare la classe operaia in paradiso, se non fosse che durante una controversa autopsia tenuta da un gruppo di medici portatori di verità assolute, l’uomo comincia a lanciare calci attraverso spasmi muscolari che ne decretano la morte apparente per catalessia. In realtà Trabucco ha perso qualsiasi identità, è privo di qualsiasi linguaggio e il suo corpo ridotto a pesante involucro si è trasformato nell’habitat ideale di Omicron, un abitante inviato dal pianeta Ultra per osservare e studiare i comportamenti umani in vista di un’imminente quanto catastrofica invasione aliena.

La seconda vita di Trabucco, vissuta inizialmente con sospetto e perplessità, assume ben presto, grazie alle sue straordinarie capacità meccaniche, le sembianze di una potentissima arma di produzione da impiegare all’interno della sua ex fabbrica. Capace di montare sessanta pezzi al minuto, la sua inarrestabile intraprendenza viene osteggiata dai poco entusiasti compagni di lavoro, pronti ad organizzare uno sciopero dalla risonanza nazionale. Dal canto suo Omicron, una volta testati gli umani, vuole lasciare il pianeta Terra il prima possibile, ma per farlo deve eliminare e provocare per mani di altri la morte della sua vittima designata. Fra i tentativi più rocamboleschi e meno politically correct, la violenza a danno dell’innocente Lucia, ragazza addetta alla mensa, pudicamente innamorata del “vero” Trabucco e la denuncia dei compagni sovversivi. Ma quando la coscienza, camuffata da fastidioso sentore, comincia a reclamare attenzioni, il tempo è ormai scaduto e l’invasione aliena è pronta a scendere in campo per battere il definitivo match point.

Da giornalista televisivo sono diventato regista di cinema. Attraverso il cinema ho imparato il mestiere di regista. Quando sono tornato in televisione, ho sviluppato questa nuova esperienza di narratore cinematografico e ho puntato non sull’inchiesta giornalistica, ma su quella dei cosiddetti sceneggiati, ovvero la fiction televisiva, come si dice oggi.” Gregoretti nella sua breve parabola cinematografica (una manciata di titoli tra corti, documentari e lungometraggi) si è sempre definito un autodidatta, uno scaltro osservatore, capace di immortalare o replicare una carrellata vista in un film la sera precedente. La discussa provenienza televisiva è stata spesso considerata un limite, quasi un affronto per tutto il cinema “impegnato”. Omicron fu avversatissimo, sia per la critica sociale contenuta al suo interno, sia per l’inafferrabile e poco plasmabile personalità del suo autore.

Regista atipico, insofferente a regole e dogmi commerciali, la sua vena innovatrice fatta di graffiante ironia e affettuosa partecipazione sarà caratteristica di tutta la sua opera, dal cinema alla televisione. Proprio agli albori di quest’ultima, il pioniere Gregoretti riesce attraverso i suoi lavori a parlare di cose “proibite”, eludendo con mille espedienti le rigide maglie della censura. Nel caso di Omicron si serve di un genere, la fantascienza, per delineare un’impietosa e poco lusinghiera satira sociale verso la società dei consumi. L’appartenenza aliena, arrivati a un certo punto della storia, non riguarda più lo sfrontato e invisibile ospite, ma l’intero genere umano, intrappolato nell’inestricabile rete del conformismo. Nel rapporto da inviare ai piani alti, il pruriginoso ultracorpo suddivide la specie umana in creature di prima e seconda scelta. Le prime sono più rare, le seconde più numerose, ma il loro valore è ben diverso. Quelle di prima sono detentrici del potere e di tutti i beni del mondo, mentre quelle di seconda sono indispensabili, attraverso il consumo dei suddetti beni, alla sopravvivenza delle prime. Grazie al sistema del ciclo chiuso, il consumatore lavora nelle fabbriche, si illude di percepire un salario, che dovrà restituire successivamente firmando cambiali per acquistare i loro prodotti. Con i soldi restanti continuerà ad alimentare la circolazione monetaria con l’acquisto di nuovi beni. Questi altri consumi provocheranno la ridistribuzione del reddito medio e quindi il ciclo ricomincia: nuovi acquisti, pagamenti, guadagni. Un circolo vizioso destinato ad un processo di autodistruzione. In una delle scene più geniali e divertenti del film, Omicron, per redigere il suo rapporto si circonda di libri dagli argomenti più disparati. Alcuni interessanti, altri meno, ma tutti necessari per portare a compimento la missione. Per mezzo di eccezionali facoltà riesce a metabolizzarli in pochi secondi, arrivando ad una lucida conoscenza. Un monito tutt’altro che scontato quello del regista, un invito a frequentare maggiormente la cultura e seguire meno l’ideologia di massa, fosse solo per aprire la mente e acquisire una coscienza critica. Un invito cronologicamente preistorico, quando ancora l’alienazione e la deriva culturale dei nostri tempi appariva davvero fantascienza. E quando un cinema cosi anarchico e rivoluzionario volava alto sulle pungenti note di Piero Umiliani.

Il film è disponibile su Youtube

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