‘Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno’ (1973), di Martin Scorsese.

di Roberta Lamonica

Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno è un film del 1973 di Martin Scorsese. ‘Capostipite’ del genere che il regista italoamericano porterà a vette ineguagliabili, il terzo lungometraggio di Scorsese presenta tutte le caratteristiche dei suoi capolavori successivi ma differenziandosene per i tratti spiccatamente autobiografici e per lo sguardo ‘scientifico’ – quasi da antropologo – anche se fortemente influenzato dall’indulgenza mitigatrice dei ricordi. I protagonisti sono Harvey Keitel e Robert De Niro, che inaugura qui la lunga stagione della collaborazione con Scorsese, in prove attoriali maiuscole.

Charlie Cappa (Harvey Keitel), un fervente cattolico di Little Italy, è ossessionato dai dubbi sulla forza della sua fede, data l’innegabile attrazione verso la vita mondana e le sue sordide tentazioni che condivide con gli amici Tony, Michael e Johnny Boy. Combattuto nella coscienza se allearsi con lo zio Tony (David Proval), boss locale e proprietario di un locale che vorrebbe mettere nelle sue mani, o seguitare nella sua vita dissoluta in compagnia di Johnny Boy (De Niro, doppiato nella versione italiana dal compianto Gigi Proietti), Charlie vive con profonda inquietudine la lotta interiore fra vocazione, pulsioni, fede e ‘politica’. E seppur avvicini ripetutamente la mano alla fiamma per saggiare la violenza del fuoco dell’inferno, egli mantiene un atteggiamento fariseo che forse sarà la causa del beffardo destino a cui lui e l’amico andranno incontro.

Charlie, personaggio ricalcato sul regista stesso, dà volto ed espressioni a ciò che Scorsese racconta della propria adolescenza a New York dove “i ragazzi avevano solo due alternative per il loro futuro: diventare preti o diventare gangster”.

E Robert De Niro, nei panni di Johnny Boy, piccolo malavitoso incontrollabile che sfugge alle logiche e alle regole mafiose codificate (memorabile la scena al ralenti in cui fa il suo ingresso nel bar di Tony con Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones in sottofondo), anticipa nello sguardo e nelle movenze la disperata e lucida follia di Travis Bickle, il protagonista di Taxi driver.

Nell’eterna notte di locali fumosi seminterrati, dove volti e corpi avvolti da colori psichedelici assumono i contorni distorti dell’allucinazione, Tony, Michael, Johnny Boy e Charlie si muovono disinvolti e sicuri. La New York in cui vivono questi 4 giovani uomini – antieroi del mondo di sotto – è una città parallela, fatta di piccola delinquenza, di taccheggio, usura, di notti rosse e giorni grigi, di strade ‘cattive’. Mean Streets, appunto, strade degradate, squallide, inferiori. Non importa che Tony reciti William Blake o sia rapito dalla bellezza indomabile di un grosso felino; non importa che Charlie ami una donna moderna ed emancipata, completamente ‘americana’. New York per loro è il mondo sospeso tra il passato della tradizione e lo squallido presente senza identità di Little Italy, dove alle cene di ‘affari’ partecipano solo uomini; dove il codice d’onore è alternativo a quello della legge (anche se la Polizia viene presentata come inesistente o corrotta); dove un dialogo con Dio serve essenzialmente a pulirsi la coscienza.

Alla tradizione e i suoi ‘idoli’ – il volto di S. Gennaro e il suo culto – si oppongono i nuovi idoli della modernità: il cinema e quella sala cinematografica che Scorsese omaggia a più riprese nel film; L’Empire State Building, simbolo dell’America del sogno, che però resta preclusa ai ragazzi di Little Italy (e che per questo Johnny Boy tenterà metaforicamente di abbattere con la sua calibro 39); il Vietnam e i suoi reduci per i quali la risposta alla gloria della bandiera è un’esplosione di cieca e incontrollata violenza.

Mean Streets è un film crudo, cupo, senza speranza, nel segno del cinema della New Hollywood. La pellicola ha un forte sapore neorealistico soprattutto grazie alle scelte di regia di Scorsese e alla naturalezza dei dialoghi, che sembrano aver luogo tra persone reali in contesti assolutamente credibili. In Mean Streets si può dire che Scorsese si senta libero di esprimersi con la lucidità di chi sa quale strada vuole che il suo cinema prenda e quale cinema espressamente abbia come riferimento: citazioni cinefile colte e popolari (John Ford, Fritz Lang e Roger Corman), pareti tappezzate di poster e locandine e soprattutto una colonna sonora strepitosa e rivoluzionaria, che si apre su Be my baby delle Ronettes e mescola le Marvelettes di Mr Postman (sensazionale il contrappunto tra il sound leggero del pop dell’epoca e la scazzottata nel locale di Joey) e Giuseppe di Stefano; Renato Carosone e i Cream.

Punto di partenza irrinunciabile di una carriera cinematografica unica, Mean Streets è una pietra miliare del moderno gangster movie urbano: le vie di New York non sono ancora spaventose ed alienanti come quelle di Taxi Driver, ma il loro aspetto di dolente solitudine cattura l’anima e resta scolpito nello spettatore in modo indelebile.

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