Nosferatu, principe della notte (1979), di Werner Herzog

di Fabrizio Spurio

“La morte non è il peggio; ci sono cose molto più orribili della morte. Riesce ad immaginarlo?”

Herzog realizza con questa pellicola un sentito e profondo omaggio al film di Friedrich Wilhelm Murnau Nosferatu il vampiro, capolavoro espressionista del 1922.

Il film di Herzog è una pellicola rarefatta, opprimente. Esteticamente decadente in tutte le sue parti. Non c’è gioia, non c’è speranza, ma un profondo pessimismo che è quello del vampiro, il conte Dracula, dolorosamente interpretato da un magnifico Klaus Kinski. Assistere al film di Herzog non è solo e semplicemente vedere un film, ma un’esperienza profonda che colpisce e intrappola lo spettatore in un turbine di angoscia che non lascia liberi neanche a visione conclusa. Il senso di tristezza permane anche dopo lo scorrere dei titoli di testa, mentre gli echi del “Sanctus” di Gounod ci conducono verso la conclusione. Il film si apre su una lunga ripresa del Museo delle Mummie di Guanajuato, in Messico. Le vittime di un’epidemia di colera sfilano davanti all’obiettivo della cinepresa, con i loro volti deformati dal dolore e dalla sofferenza.

È come se ci dessero una previsione di quello che succederà nel film, l’epidemia di peste che dilaga a Wismar, in Germania, dopo la venuta di Dracula. Il vampiro porta con sé la disperazione che alberga nel suo animo. La morte cavalca insieme a Dracula e contamina con la sua corruzione tutti i luoghi dove lui passa. Il viaggio di Jonathan Harker (Bruno Ganz), agente immobiliare che deve vendere al conte Dracula un immobile, dalla città tedesca fin nei Carpazi, al castello del conte, è seguito dal regista che decide di girare il film con la camera a mano. Jonathan non presta attenzione agli avvertimenti degli zingari e del taverniere presso il quale decide di passare la notte, ed è costretto a compiere il suo viaggio a piedi. La superstizione è parte integrante della vita delle piccole comunità che vivono sparse nella Transilvania, e l’influsso del diabolico conte sembra riverberarsi nelle valli, nei dirupi e presso i fiumi del territorio che circonda il castello. Jonathan cade vittima del conte, incapace di opporsi al suo potere. Davanti alla palese assurdità del comportamento di Dracula, Jonathan non fa altro che rimanere sbigottito, come nell’episodio in cui lui, a tavola mentre cena, si ferisce il dito tagliando il pane. La vista del sangue risveglia nel conte la sua fame, la sua animalità. Brama il sangue e non nasconde il suo essere minaccioso all’ospite. I personaggi del film sembrano comportarsi in modi assurdi, senza logica, come quando lo stesso Jonathan scopre che il conte dorme in un sarcofago di pietra. Non fugge, non cerca neanche di approfittare del momento per distruggere il mostro. Assiste alla partenza del conte per Wismar senza fare nulla per impedirglielo. Quando scende la notte ed il conte si avvicina minaccioso alla sua camera, Jonathan, come un bambino spaventato, cerca riparo in un angolo del letto.

Solamente Lucy (Isabelle Adjani) sembra rimanere immune al potere del conte. Si oppone al suo volere, è decisa a sconfiggerlo per cercare di salvare l’uomo che ama. Il suo animo è puro, forte e determinato. In questo film le figure dei personaggi sembrano ribaltarsi. Diversamente dal solito è proprio Lucy ad essere a conoscenza della causa del male che ha invaso la città, contro l’inutilità delle teorie del Dr. Van Helsing (Walter Ladengast), troppo legato alla scienza e contro ogni teoria che sia derivata dalla superstizione. Ma sarà proprio la scienza a fallire. È Lucy che si muove alla ricerca del covo del conte, ed è sempre lei che cerca di avvertire la popolazione, vittima dell’epidemia di peste, della causa di tanto male. Ma non viene creduta, non viene ascoltata, lasciata sola a combattere un male più grande di lei. Isabelle Adjani recita il ruolo con una teatralità che riporta al periodo del muto da cui il film è tratto. Le sue espressioni esagerate, gli occhi sbarrati ne fanno una figura dolorosa e intensa, anche se un po’ sopra le righe.

Ma il vampiro, con tutta la sua potenza, è debole. Dracula conosce Lucy per la prima volta attraverso una foto che Jonathan ha con sé, bramando a prima vista la donna. Acquista una proprietà a poca distanza dalla casa di Lucy e vi si trasferisce, non prima di aver vampirizzato Jonathan. Quando si presenta a Lucy e le chiede di diventare sua compagna, al rifiuto categorico della donna non fa altro che ritirarsi.

La solitudine del vampiro ha indebolito la sua forza di volontà. Dracula agisce senza una reale logica. La nave che lo trasporta in terra tedesca, dalla Transilvania, porta con sé anche la peste, sotto forma di migliaia di topi, striscianti servi del vampiro. La minaccia del conte dilaga con l’epidemia che i topi spargono nella città. Come per i topi, è l’istinto che muove le gesta dei personaggi. Dracula risponde al suo istinto animale di possesso; la passione che lo brucia nel desiderare Lucy resta inappagata, così come l’istinto amoroso spinge Lucy a proteggere Jonathan e cercare di salvarlo. Per questo la ragione di Van Helsing fallisce, risultando anche ridicola quando nega l’evidenza dei fatti che la ragazza, eterea, diafana ma determinata, gli dimostra.

E l’istinto è anche la molla che spinge le azioni dei cittadini, ormai appestati, che si aggirano per la piazza principale di Wismar ballando, cantando e organizzando banchetti in mezzo a torme di topi famelici. L’istinto che li spinge ad azioni senza criterio, incuranti della propria sicurezza, arrivando a mangiare seduti in lunghe tavolate, mentre tra i piatti e le vivande i topi banchettano insieme a loro. Ormai di fronte alla morte non c’è più limite. L’ineluttabilità della fine rende libera la persona di vivere come vuole. Quando si sa che la propria morte è vicina, solo allora cadono tutte le barriere di giudizio e si arriva alla vera, totale libertà.

Una libertà che a Dracula è negata proprio per la sua condizione di non-morto, nosferatu. In più di una scena il conte rimane fermo a contemplare la notte, consapevole della sua solitudine e impossibilitato dal possedere l’oggetto del suo desiderio. Il rifiuto di Lucy lo fa precipitare ancor più nella sua malinconia. Quando Lucy capisce che il solo modo per distruggerlo è tenerlo con lei, permettergli di succhiarle il sangue fino all’alba, Dracula si getta nella trappola. Sa qual’è il pericolo che corre, ma non si tira indietro. Vuole Lucy, vuole il suo sangue ed il suo corpo, la desidera fortemente, e decide di averla, anche se questo lo porterà alla distruzione. Preferisce assaporare la vita, almeno per una volta, ed essere distrutto da questa, piuttosto che continuare un’eterna esistenza solitaria. Dracula muore, distrutto dal sole del mattino, ma anche Lucy perde la vita, nella speranza che con la morte del mostro almeno Jonathan sarà salvato.

Ma il sacrificio si rivela inutile. Jonathan è ormai perduto, il contagio di Dracula ha distrutto la sua volontà, ed anzi, alla fine della pellicola sembra anche che Jonathan si sia trasfigurato in Dracula: il trucco sull’attore lo rende simile al vampiro, ed anche la sua voce è quella di Dracula. Sembra quasi che, con la morte del corpo, l’anima del mostro sia trasmigrata in Jonathan, così da poter continuare a perpetrare la sua esistenza con nuova energia. L’ultima immagine è proprio Jonathan che si allontana cavalcando, forse per tornare nel suo castello sui Carpazi.

Un ruolo particolare nella pellicola se lo ritaglia Roland Topor, nella parte di Renfield, il principale di Jonathan. Topor, attore, regista, commediografo e pittore, crea un personaggio scostante, viscido, che già dalla prima apparizione risulta ripugnante e con una vena di follia sotterranea neanche troppo nascosta. Mentre propone il lavoro a Jonathan, il viaggio in Transilvania, dissemina il discorso di risatine isteriche che lo rendono odioso. In una scena lo stesso Dracula è infastidito dalla sua viscida presenza.

Herzog ricrea nel suo film alcune inquadrature celebri dell’opera di Murnau, compresa quella del conte che compare sul ponte della nave, divenuta ormai un’immagine iconica di questa pellicola. Usa il nero come un dilagare della tenebra dalla quale emergono i volti dei personaggi, come apparizioni e dipinti su tela. Gli ambienti hanno interni angusti, stretti, così da rendere ancor di più l’idea della trappola, della negazione di ogni via di fuga. Solo il volo del pipistrello, ripreso a rallentatore, sembra essere l’unica azione in grado di esprimere la libertà animalesca dell’essere.

Un film disturbante, che rende la corruzione il perno intorno al quale ruota tutta la sua costruzione.


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