Miriam si sveglia a mezzanotte – The Hunger, di Tony Scott (1983)

di Carla Nanni

Sono varie le tipologie di Horror , esiste lo “splatter” pieno di sangue e scene cruente, lo psicologico, che scava a fondo nelle paure invisibili, esiste quel tipo di cinema horror che affonda gli artigli nelle manie dei più sensibili, lasciandoli coi sudori freddi nella notte. Poi c’è Miriam si sveglia a mezzanotte – The Hunger, film del 1983, cui non si addice nessuna di queste definizioni. Opera prima, per quanto riguarda i lungometraggi, del fratello più giovane di Ridley, The Hunger è anche il suo film meno ricordato, a confronto con Top Gun o Spy Game, eppure è bene metterlo in evidenza perché conserva un fascino tutto suo e un brivido che rimane dentro, nel guardare Catherine Deneuve nei panni inediti di una dark lady con gli occhi magnetici. Sebbene sia annoverato tra i film sui vampiri, bisogna fare le dovute precisazioni: è un film sull’immortalità, sul dono della vita eterna, sul Tempo e sul tentativo inutile di superarlo, per conquistare l’eterna giovinezza.

“Bela Lugosi is Dead” dei Bauhaus apre su un’atmosfera scura, una disco music illuminata solo da lampi di luce che evidenziano due figure, che sebbene siano ben amalgamate con la bolgia infernale in cui sono capitati, si distinguono per i movimenti felpati, i sorrisi accennati, lo sguardo predatorio dietro gli occhiali a specchio e si intuisce da subito che c’è una caccia in atto. Loro sono i lupi balzati in un recinto stracolmo di pecore, una delizia per il palato. Tony Scott fa arrivare subito il messaggio, sempre dosando al meglio colori, luce, sequenze e musica: lascia i dialoghi ridotti al minimo e chiede ad altro di parlare. Riesce in questo modo a far scivolare le sensazioni direttamente all’interno, inondando di incertezza, angoscia e attesa tutto il tempo. Le immagini si alternano velocemente, il senso di oppressione si fa sempre più intenso, finché non si scopre a chi appartiene. È di Miriam, la bellissima Miriam (Catherine Deneuve), che vive la sofferenza dell’Immortalità e quella del suo compagno John (David Bowie), destinato a una fine crudele.

John non dorme, non ci riesce, sta invecchiando velocemente, sembra che il suo metabolismo vada a mille, appaiono rughe sul suo viso, i capelli cadono rimanendo incastrati tra le dita in un gesto nervoso. Una maledizione inesorabile, Miriam lo sa perché lo stesso è capitato a tutti i suoi compagni, a tutti i suoi amori: mai è riuscita a donare la sua eternità ad altri perché la amassero, perché le facessero compagnia durante i lunghi giorni. Miriam non sopporta la solitudine, spera ogni volta che sia l’ultima volta, ma sa bene cosa accadrà a John: si spegnerà senza morire, invecchierà nell’arco di qualche giorno, fino a che il suo corpo non sarà ridotto a un involucro cadente; ma non morirà, il suo cuore batterà anche quando verrà rinchiuso in soffitta, insieme agli altri compagni della regina Miriam, che promette di amare per sempre, ma senza die in quali modalità. “Non esiste liberazione, né riposo, non esiste fuga. La specie umana muore in un modo, noi in un altro: loro finiscono, noi no. Nella terra, nel legno putrido, nell’eterna oscurità noi vedremo, udremo e godremo”. Miriam è di nuovo sola, insieme ai suoi anni e ai sospiri e ai sussurri del passato. Ancora una volta è la musica a parlare per lei. Le inquadrature su Catherine Deneuve esaltano un fascino sofferente, la luce sembra fatta apposta per lei, le ombre la avvolgono accarezzandola nei colori rosso e blu e oro.

C’è un altro personaggio sulla scena, è una Susan Sarandon in piena forma e nei panni di una studiosa dell’invecchiamento, Sara Roberts. Sara è bella, determinata e terribilmente curiosa , ha visto John deteriorarsi e vuole capire perché. Quando bussa alla porta di Miriam, un elegante castello nel bel mezzo di NewYork ricorda tanto il povero Jonathan Harker quando si presenta alla porta di Dracula. Si capisce che è un errore pazzesco…

Tutta la colonna sonora è meravigliosa, è un punto forte perché si pennella sulle immagini e sui colori, spesso a contrasto in fotogrammi alternati, regalando poi un quadro di colori intensi e abbaglianti. Di nuovo non è la conversazione a tenere incollati allo schermo, ma mettere Susan Sarandon e Catherine Deneuve insieme in una stanza sulle note di Delibés rende sordi a qualsiasi altra cosa che non siano i loro respiri. A Miriam basta uno sguardo per condurre Sara attraverso le sue visioni: la seduce a distanza, la rende partecipe del suo dolore, mentre suona al pianoforte uno struggente pianto per il suo amato John e per tutti gli altri. Sara potrebbe essere la soluzione, potrebbe non andarsene come gli altri, Sara potrebbe stare con lei per sempre. Non c’è scampo, avere più di duemila anni ti dà qualche vantaggio sul resto del genere umano e Sara è la più umana delle principesse. Sara cede, soggiogata dal potere di Miriam, beve il suo sangue e si ammala d’immortalità, trema per le visioni e le convulsioni, ma cerca di resistere alla fame, la tremenda fame che attanaglia il suo stomaco, fame di sangue, il prezzo della vita eterna.

Il genere horror si declina con molte sfumature, l’importante è che trasmetta quel genere di brivido che non si scorda, sia esso alla bocca dello stomaco, alla schiena, oppure in mezzo al petto. The Hunger fa scendere scosse alla base della schiena che risalgono in fretta a dare un colpo dietro la nuca, lasciando il sapore di una fredda consapevolezza, blu come l’alba della scena finale, nebbiosa e velata.

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