Le margheritine, di Věra Chytilová (1966)

di Greta Boschetto

Jitka Cerhová e Ivana Karbanová

“Non capivano di cosa parlasse l’intero film, ma avevano la sensazione che la sua celebrazione dell’anarchismo e della baldoria fosse pericolosa.”

Iniziamo dalla fine, con l’ultima scena di Le margaritine (Sedmikràsky) che annuncia: “Questo film è dedicato a coloro che si arrabbiano solo per un letto di lattuga calpestato”, perché è vero, troppo spesso, per paura, scegliamo di rimanere nel gregge, non decidiamo con cura le battaglie da perpetrare, manchiamo di coraggio, a differenza delle due protagoniste.

Difficile spiegare che cosa succeda veramente durante i 70 minuti di questo gioiello allegorico della Nová vlna (“nuova onda”) cecoslovacca, di cui la regista Věra Chytilová era l’unica esponente femminile: ingranaggi e scene di guerra durante i titoli d’apertura lasciano subito spazio alle “due Marie”, che inizialmente, annoiate, si muovono meccanicamente e scricchiolanti come due marionette. Marie I e Marie II, una bionda e una mora, sfacciate e sensuali con una leggerezza tutta adolescenziale, con uno schiaffo come primo atto dissoluto, iniziano le loro scorribande nel mondo, decidendo di votarsi al male, dato che il mondo stesso è maligno e corrotto. La Marie che riceve lo schiaffo si dimena e si trasporta fuori dalla scena monocromatica per finire, come attraverso la tana del Bianconiglio, in un prato colorato, seguita subito dall’altra.

Davanti a un albero molto simile a quello biblico della Conoscenza del Bene e del Male, danzano in lingerie e dal melo addentano una pesca (e non una mela). Il parallelismo tra l’inizio del film e la caduta in una disgrazia edenica è evidente: le ritroviamo subito dopo aver morso il frutto in un appartamento, nella vita vera, che si rilassano lascive in succinte sottovesti, circondate da dolci, mentre con una forbice tagliano cibi dalle forme falliche e dalle lenzuola bianche estraggono coperte floreali, il tutto come una rappresentazione perfetta dei peccati cardinali di pigrizia, gola e lussuria, oltre ad essere palese da subito un commento ironico sulla moralità condizionata dalla società.

La maniera in cui Marie I e Marie II “vanno al male” è un modo per rompere ogni convenzione che ci si aspetta da loro: cercano di distruggere il patriarcato con i mezzi che hanno a loro disposizione, anche con la seduzione, andando ad appuntamenti con uomini più anziani, che sfruttano per quel che necessitano e parodiano la sessualità femminile mentre mangiano voracemente quanto più cibo possono.

Non si scusano per aver infranto i tabù della femminilità, abbracciando i suoi stessi stereotipi visivi di ragazze con abiti carini e femminili e si dilettano nella loro fame di vita e di anarchia, prendendo, pretendendo e distruggendo ogni equilibrio già prestabilito per poterne creare uno tutto loro, un nuovo mondo di immagini psichedeliche e caleidoscopiche che le dovrà accogliere senza volerle cambiare.


Bevono, si fanno cacciare da un club anni 20, rubano pannocchie, sempre con un sorriso malizioso e scanzonato, finiscono in una strana fabbrica dove è imbastito un sontuoso e decadente banchetto che in un attimo si trasformerà in un loro parco giochi, la tavola una passerella, il lampadario un’altalena. Pochi altri film mostrano le donne che si godono il consumo in modo così “distratto” e attraverso le loro strategie carnevalesche di parodia le due protagoniste creano una presa in giro delle costruzioni patriarcali e della femminilità oltre che degli equilibri politici della Cecoslovacchia di quegli anni (non a caso il film fu bandito e alla regista fu impedito di lavorare nel suo paese per molto tempo).

È innegabile la soddisfazione che ci assale nel vedere le due ragazze sfruttare il mondo come se fosse il proprio banchetto personale, come quello che distruggono nelle ultime scene, probabilmente intavolato per un pranzo di gala destinato a politici e burocrati.
Ma la forza di questo film non sta solo nel “cosa” ma anche nel “come” viene raccontata la storia: una narrazione selvaggiamente sperimentale fatta di colori accesi, di abiti eccentrici e eyeliner dalle linee spesse e scure (il contrario di quel che si aspetta da una perfetta donna sovietica, seria e austera), di immagini frammentate e di collage, un cinema che sa di essere cinema, avanguardia e sperimentazione frutto non solo della mente della regista ma anche di Ester Krumbachová, costumista e sceneggiatrice, che ha imperniato il set con il suo stile romantico e fiabesco.

Incuranti di tutto quello che è la realtà, le due Marie, come la regista stessa, rifiutano in ogni modo di essere sottomesse (anche se dopo aver distrutto tutto, cercano, alla loro maniera, di rimettere le cose a posto) ma i vasi ormai sono rotti e tra i cocci sono davvero le più libere, anche se una punizione, un lampadario, è lì pronto a cadergli in testa. È un rischio che bisogna correre, per vivere come vorremmo davvero. 



2 risposte a "Le margheritine, di Věra Chytilová (1966)"

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  1. Una recensione brillante e appassionata, che ci fa amare le protagoniste di questo film originale. Grazie d’averlo recensito. Non è facile rendere a parole il tripudio di colori e di anime femminili rivoluzionarie di un ordine borghese precostituito e repressivo. Ma tu l’hai fatto e meriti un grande riconoscimento!

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