Tutti gli uomini del presidente, di Alan J. Pakula (USA/1976)

di Roberta Lamonica

“All the king’s horses and all the king’s men / couldn’t put Humpty together again”. (Filastrocca tradizionale inglese)

Nella notte del 17 giugno 1972 cinque uomini vengono arrestati negli uffici del Quartier Generale del Partito Democratico, nel complesso alberghiero del Watergate, a Washington. Quello che sembra all’inizio un banale furto con scasso gradualmente si trasforma, grazie al ruolo decisivo della stampa, in uno dei più grandi scandali politici della storia degli Stati Uniti, portando addirittura alle dimissioni del Presidente Richard Nixon, il 9 agosto 1973. Il merito dell’aver portato alla luce questo scandalo fu essenzialmente di due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, che portarono avanti un’inchiesta determinante per gli esiti del caso.

Robert Redford as Bob Woodward

La genesi di Tutti gli uomini del presidente

Robert Redford, liberal impegnato, voleva portare sullo schermo le due voci contrastanti degli USA: quella, indignata con cui si denuncia la corruzione del sistema politico e quella orgogliosa di una stampa libera e democratica che rischia frontalmente per amore della verità. (con il tempo, purtroppo, l’America si sarebbe scontrata anche con l’infondatezza di questa retorica legata alla libertà di stampa). Allora l’attore americano fece pressione sui veri Woodward e Bernstein perché racchiudessero la loro inchiesta in un saggio di cui comprò subito i diritti. Decise di interpretare il personaggio di Woodward, fece dirigere il film a Alan J. Pakula e affidò la sceneggiatura a William Goldman, scegliendo poi per il ruolo di Bernstein Dustin Hoffman.

Dustin Hoffman as Karl Bernstein

Un thriller sul potere della parola

Lungi dall’essere un thriller psicologico e quindi dall’analizzare le motivazioni dei protagonisti, Tutti gli uomini del presidente è la pura celebrazione di un giornalismo libero e puntuale, possibile solo attraverso la ricerca filologica di una mole di informazioni e dati che lo spettatore segue come se fosse egli stesso coinvolto nella raccolta e nell’archiviazione. Dialoghi serrati e regia asciutta contribuiscono a rendere in modo esemplare la linearità senza fronzoli del miglior giornalismo americano, costruito su parole che pesano come macigni.

E Il film si apre con un lungo primo piano sui tasti di una macchina per scrivere che imprimono lettere su un foglio. Il rumore dei tasti è secco come colpi di frusta, come a mettere in chiaro fin da subito che la parola (anche e soprattutto quella scritta) avrà un ruolo centrale nel film e nell’inchiesta.

Robert Redford, protagonista e produttore del film ha dichiarato in un’intervista: “Ho sempre detto che Tutti gli uomini del presidente è un film violento. Non vengono sparati colpi, ma le parole sono usate come se fossero armi”. E lo stesso regista del film, Alan J. Pakula ha dichiarato a più riprese:“Tutti gli uomini del presidente è il film più parlato che abbia mai fatto. Tratta del potere della parola, la penna che è più potente della spada, la macchina per scrivere come arma”. E, in effetti, questo film ha consegnato alla storia almeno due espressioni che sono entrare nel linguaggio giornalistico corrente e non solo: “Gola profonda”, soprannome rubato al più celebre dei film porno. (da quel momento le fonti anonime si chiameranno così, in ogni redazione di ogni parte del mondo); e poi il lapidario “Follow the money”, la madre di tutte le rivelazioni in forma di indovinello. A questo vanno aggiunte le continue telefonate, gli appunti scritti e chiesti in modo quasi ossessivo, le interviste alle persone informate e implicate nei fatti, le continue riunioni di redazione. In un’America confusa e tradita, i nuovi eroi sono persone comuni, arrabbiate e deluse ma piene di risorse e di coraggio, non hanno una vita se non quella legata al giornale, non hanno affetti, amori o passioni. Spesso ripresi in piano sequenza e soprattutto dall’alto, come per suggerire che i due giornalisti siano spiati, pedine di una partita che li ‘prevede’ sconfitti, il loro mettere il cuore oltre l’ostacolo e il dovere e la verità su tutto li rendono così veri e vicini e rendono la loro indagine anche un po’ nostra.

La fotografia, il tono e Jason Robards

Una fotografia potente, che alterna l’ambiguità chiaroscurale del potere, il buio della paura dei testimoni, del parcheggio sotterraneo dove Woodward incontra la sua fonte, Gola Profonda, si oppone la luce abbacinante e bianchissima della redazione del Washington Post. L’alternarsi di buio e luce in modo così netto nel film compensa per la mancanza di ‘polifonia’ nei, seppur serrati, dialoghi. Il tono è sempre lo stesso indipendentemente dal ruolo e dall’importanza di chi parla e questo perché il retrogusto comune a tutti i protagonisti è quello di un profondo pessimismo e di un diffuso cinismo. Ma su un mondo cupo e paranoico si staglia l’onestà intellettuale di Bernstein e Woodward e soprattutto la grandezza di Ben Bradlee, mostro sacro del giornalismo americano, interpretato da uno splendido Jason Robards (Oscar per lui), che dietro la richiesta di ‘fatti’ ed ‘evidenze’ non dimentica di ricordare che lui ‘sta con i suoi ragazzi’ in una forma di sostegno così totale e inappellabile da commuovere ad ogni visione.

È suo il monologo più bello del film, la ferma fiducia nel valore del suo lavoro, il supporto paterno e un’eredità alle future generazioni di reporter, affinché si mantengano liberi: “Sapete i risultati dell’ultimo sondaggio della Gallup? Metà del paese non ha mai nemmeno sentito nominare la parola Watergate. Non importa niente a nessuno. Voi ragazzi, sarete piuttosto stanchi, giusto? Beh, dovreste esserlo. Andate a casa, fatevi un bagno caldo, riposatevi 15 minuti. Poi riportate il vostro c***o qui. Siamo decisamente sotto pressione e mi ci avete messo voi. Non c’è niente in gioco a parte… il primo emendamento della Costituzione, la libertà di stampa e forse il futuro del paese. Non che conti poi molto. Ma se voi ragazzi mandate di nuovo tutto a p*****e, andrò fuori di testa. Buonanotte!”.

Una pietra miliare del genere investigativo, un film onesto, un documento imprescindibile.

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