Hugo Cabret, di Martin Scorsese (2011)

di Andrea Lilli –

Brian Selznick è un autore statunitense che scrive e disegna libri per bambini di un certo successo. Tra i suoi titoli più apprezzati, La stanza delle meraviglie (2012) e La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (2007), il più noto, grazie al film pluripremiato (cinque Oscar) Hugo di Martin Scorsese, che lo ha portato sullo schermo. Tra Brian e il cinema c’è un legame ancestrale: il nonno era un cugino dell’impresario e sceneggiatore hollywoodiano David Selznick, produttore tra l’altro di King Kong (1933), Via col vento (1939), di opere di George Cukor, King Vidor, Alfred Hitchcock. David a sua volta era figlio di Lewis Selznick, general manager presso la casa cinematografica Universal dal 1912: lo stesso anno in cui, a Parigi, venivano realizzate le ultime pellicole della mitica Star Film di Georges Méliès.

Georges Méliès, 1861-1938

Nel 1913, con la bancarotta dovuta a una gestione sciagurata del copyright, la Grande Guerra alle porte, si chiudeva la parabola del miracolo della Star Film. Una storia di successi iniziata nel 1896, ovvero agli albori della settima arte, e costruita sulle straordinarie invenzioni del primo grande mago del cinema non documentario. Ed è proprio Georges Méliès, produttore, scenografo, interprete e regista di circa 500 pellicole della protostoria del cinema, il protagonista del libro di Brian Selznick, malgrado il titolo: Hugo Cabret è solo il piccolo detective che lo (ri)scopre. A differenza dei fratelli Lumière, che si consideravano documentaristi, l’ex mago e illusionista Méliès amava i sogni, inseguiva il fantastico. Fu il pioniere della fiction, del montaggio, dei trucchi, degli effetti speciali. In Hugo Cabret, cinema nel cinema, Scorsese ci mostra amorevolmente il lavoro di Méliès, riproducendo frammenti di film restaurati negli ultimi anni, e dimostra come questo primo grande artista del set abbia dato vita alle scene più pazze, fantasiose ed esotiche con pochi sfondi, costumi e oggetti di scena, grazie ad una squadra di aiutanti e attori ben affiatati.

Siamo alla fine degli anni ’20. Sta nevicando, a Parigi. Grandi e morbidi fiocchi fluttuano da un cielo nuvoloso, imbiancano le case e i monumenti, arrivano giacendo sul tetto di un treno che sbuffa ed entra nel ferro&vetro liberty della stazione di Montparnasse. La cinepresa vola panoramica, plana dolce e decisa, scende fluida mentre accompagna l’avanzare della locomotiva, fende a mezz’altezza la folla sulla banchina scorrendo a fianco dei vagoni, e si dirige verso l’atrio della stazione. Il volo veloce termina davanti al quadrante di un enorme orologio appeso, all’interno del quale si intravedono gli occhi celesti di un ragazzino. È Hugo. Si sa, a Martin Scorsese piace il piano sequenza prolungato: nella scena del ballo in L’età dell’innocenza (1993), nell’inseguimento attraverso la cucina del ristorante in Quei bravi ragazzi (1990). Ma la scena di apertura di Hugo Cabret, il primo film in 3D di Scorsese, il suo primo family-movie ‘natalizio’, è diversa: proviene in gran parte dal computer, ed è già questa un capolavoro.

Le case e le strade di Parigi, la neve, i treni, la stazione, la nuvola di vapore, gli orologi sono elaborazioni grafiche di un software che nel montaggio vanno ad interagire con vere riprese, con attori reali. In questo film che attraverso la biografia del padre fondatore Méliès celebra la declinazione del cinema-fiction come realtà virtuale, mondo reale e ambiente artificiale si fondono combinandosi in un gioco tecnico mirabolante, meticoloso nella cura dei dettagli, tanto più paziente in quanto sviluppato su tre dimensioni. Risultato: un Oscar è stato vinto per gli effetti speciali, uno per la fotografia, e uno per la scenografia (degli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, alla loro terza statuetta).

Una stazione dei treni, dunque. Nel gennaio del 1896, in una delle primissime proiezioni pubbliche, i fratelli Louis e Auguste Lumière stupirono gli astanti con la poi famosa sequenza del treno che, frenando a pochi metri dai loro occhi terrorizzati, si era fermato invece solo alla stazione di La Ciotat. Una leggenda racconta che molti di loro addirittura fuggissero in preda al panico. In realtà, nell’ottobre del 1895 un treno era effettivamente deragliato dai binari della stazione di Montparnasse, sfondandone la parete e precipitando oltre. Probabilmente i Lumière contavano, con un certo cinismo, sulla risonanza che aveva avuto la notizia. Torniamo alla nostra fiction.

Hugo (Asa Butterfield) è un ragazzino orfano che vive da solo nell’enorme torre dell’orologio di quella stessa stazione ferroviaria, Paris-Montparnasse. Il suo lavoro quotidiano, insegnato dal padre e imposto dallo zio, consiste nel mantenere efficienti i meccanismi del misuratore del tempo, lubrificare ingranaggi, bulloni e molle in modo che la grande macchina non si fermi mai. Questa è ovviamente anche una metafora del cinema, dove il tempismo è tutto, e l’esatta interazione di un esercito di tecnici, attori e comparse, in lunghe e intense ore di lavoro, assicura che venga creata la perfetta illusione della realtà.

Hugo che vive isolato, nascosto e schiavo della scansione del tempo (Il tempo è tutto, secondo il padre) come il deforme Quasimodo, è un’evidente citazione del romanzo Notre-Dame de Paris (Victor Hugo, 1831). Un secolo dopo, le campane sono diventate orologi e un dodicenne ha sostituito il gobbo mostruoso, ma il disagio e la volontà di riscatto sono gli stessi. Hugo rappresenta anche un periodo preciso della vita di Martin Scorsese, che da bambino soffrì d’asma e fu costretto a restare malinconicamente isolato dal mondo esterno: uno dei motivi per cui sviluppò lo spirito di osservazione e un grande amore per le storie più o meno inventate. E infatti, Hugo dimostra una passione per il cinema muto.

Tutto ciò che al ragazzino, già privo di madre e abbandonato a se stesso dallo zio ubriacone, è rimasto del padre (Jude Law), un orologiaio morto nell’incendio del museo in cui lavorava, è un pupazzo meccanico, un cosiddetto automa, congegno antropomorfo molto evoluto dotato di una maschera dal sorriso inquietante, simile a quello della Gioconda, e che però è rotto. Il desiderio maggiore di Hugo è ripararlo perché il robot ha in mano una penna, e potrebbe scrivere un messaggio di suo padre nel momento in cui fosse rimesso in funzione. Hugo, per procurarsi i pezzi mancanti, non può far altro che rubarli in un piccolo negozio di giocattoli interno alla stazione, magari mentre il vecchio proprietario dorme. Oltre che da costui, inviperito per i furti, Hugo deve guardarsi da Gustav, un solerte ispettore di polizia che con il suo segugio lo vuole catturare ad ogni costo in quanto minore abbandonato da spedire nell’orfanotrofio.

Gli appassionati di cinema sanno bene come Georges Méliès, fallita la sua Star Film, per campare si fosse accontentato di gestire con la compagna Jeanne d’Alcy – attrice in molti suoi film – un piccolo negozio di dolci e giocattoli nella stazione ferroviaria di Montparnasse, dalla seconda metà degli anni ’20.

Un giorno, colto in flagrante dal negoziante, Hugo si vede confiscare il taccuino con gli appunti del padre sui meccanismi dell’automa. Per farselo restituire segue fino a casa il vecchio (Ben Kingsley), inacidito per un segreto che presto verrà rivelato grazie proprio al contenuto del taccuino; Hugo incontra così Isabelle (Chloë Grace Moretz), l’estroversa nipote del negoziante, che possiede la chiave a forma di cuore di cui il piccolo orologiaio ha bisogno per riattivare l’automa. Tra i due nasce un’amicizia complice nel corso dell’indagine sui misteri di nonno Georges, rinsaldata in trincea nella guerra contro l’ispettore Gustav (Sacha Baron Cohen), nonché favorita da interessi comuni per il tempo libero. Lei lo introduce nella sua libreria preferita, dove un libraio carismatico come Monsieur Labisse (Christopher Lee) indovina il testo più caro ad Hugo: Robin Hood. Lui ricambia portandola al cinema a scoprire un classico del cinema comico muto: Preferisco l’ascensore! (Safety Last!, 1923) di Harold Lloyd, con la nota scena del comico appeso a un’altezza vertiginosa sul quadrante di un enorme orologio, che anticipa l’analoga performance di Hugo.

A questo punto, ricordando che trattasi di un film per famiglie – e di un film costato una montagna di dollari – , è chiaro come prosegua la storia, senza troppi indugi, verso lo scontato libera tutti finale.


I ragazzi provano la chiave così ritrovata, e l’automa dall’enigmatico sorriso finalmente traccia il suo messaggio: è il disegno della luna piena colpita nell’occhio destro da una capsula spaziale, la scena più famosa del corto di fantascienza Le voyage dans la lune, girato da Méliès nel 1902. Insieme, Hugo e Isabelle vanno alla ricerca del regista e produttore. Lo trovano e lo ‘riparano’, con la loro chiave a forma di cuore.

Per quanto non ci possa commuovere l’american happy end che fa tutti felici, e perdonando a Scorsese qualche sbavatura macchiettistica nella rappresentazione della cornice parigina, per due motivi ci alziamo soddisfatti mentre scorrono i titoli di coda: abbiamo rivisto il genio di Georges Méliès, e l’abbiamo fatto scoprire ai nostri figli, ad un secolo di distanza dal suo oblio. Del resto, la magia del cinema è proprio quella: di fermare il tempo.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: