Paris, Texas, di Wim Wenders (1984)

di Bruno Ciccaglione

Nato dall’incontro tra Wim Wenders e Sam Shepard, due amici che forse si legano proprio perché amano nell’altro quel che ciascuno vorrebbe essere ma non è (la delicata sensibilità del tedesco, il piglio da duro e da cowboy dello statunitense), Paris, Texas racconta gli USA come il cinema americano non sempre ha saputo fare. Pur attraverso un chiaro tributo a John Ford (nella scelta delle ambientazioni, ma anche nella storia), il film è girato in modo molto libero e si stacca volutamente da molti dei cliché cinematografici dell’epoca, diventando un film di culto capace di creare un immaginario irresistibile.

Wenders si trovava in America da alcuni anni e lì aveva realizzato già diversi film, eppure non era ancora riuscito a fare il film sull’America che voleva. Addirittura dirà che Paris, Texas è come se fosse il suo “secondo film” (mentre è il suo decimo lungometraggio), così intendendo sia il fatto che tutto il suo cinema precedente sia stato solo una preparazione per questo, sia che ha girato questo film in modo completamente diverso da tutti gli altri.

Wenders e Shepard (drammaturgo, poeta, sceneggiatore, attore, regista, musicista) costruiscono una storia semplice e dolorosa (a loro si unisce quasi subito Ry Cooder, che darà un contributo essenziale al film con le sue musiche). Il protagonista è Travis, interpretato da un Harry Dean Stanton che mette tutto se stesso in quello che è probabilmente il suo ruolo della vita, dopo una carriera da caratterista o in piccoli ruoli. Travis ritorna alla vita dopo aver coltivato in sé il deserto, tenta il ritorno sui propri passi con la speranza di porre rimedio agli errori del passato, ritrova il figlio e con lui va alla ricerca di Jane, suo grande amore perduto e madre del bambino.

Con la sapiente guida di Alex, il figlio di 8 anni che sembra il più adulto tra i due, Travis si mette alla ricerca di Jane (Nastassja Kinski) ed il suo sarà un percorso di maturazione, fino al finale in cui, finalmente adulto, capisce che il passato non può ritornare. Ma sarà grazie a lui e alla sua scelta, alla sua rinuncia, che il nucleo familiare madre-figlio si riforma – proprio come il John Wayne nella scena finale di Sentieri selvaggi, che è costretto a restare sulla porta ed è impossibilitato ad unirsi alla comunità che grazie a lui, nonostante tutto, si è ricostituita.

Il film fu girato senza una sceneggiatura finita ed in ordine cronologico, proprio perché Wenders ancora non sapeva bene come il film sarebbe andato a finire. La regia fu tutta costruita sul set, assecondando le suggestioni del momento derivanti dagli ambienti – dall’immensità della Monument Valley e delle Highways allo squallido spazio chiuso dei Peep show del finale – e dal lavoro con gli attori. A questo proposito Wenders ha spesso parlato dell’importanza di una sua esperienza teatrale di poco precedente, che lo indusse a un lavoro inusuale per il cinema, con prove delle scene molto accurate ed intense e solo in seguito, una volta che gli attori avessero trovato il modo giusto di interpretare la scena, nell’ambiente scelto, ponendosi il problema della messa in scena e della regia.

Le interpretazioni degli attori, in effetti, sono straordinarie. Harry Dean Stanton fu fortemente voluto da Wenders e Shepard perché Travis, il suo personaggio, sembra una trasposizione sullo schermo di molti tratti della sua personalità. Il suo sguardo smarrito o introverso si stempera durante il film in momenti di enorme dolcezza: sembra un bambino, che però poi improvvisamente è capace di farsi carico di tutti i mali del mondo (o almeno di quelli di cui è responsabile).

Nastassja Kinski reinventa se stessa in questo ruolo che le darà una popolarità e una statura artistica che ancora non aveva avuto (e con il quale farà innamorare di sé una intera generazione). La sfida del suo personaggio era particolare: la figura di Jane è agognata ed evocata per tutto il film – la vediamo soltanto nella struggente sequenza del filmino super 8, in cui volutamente il suo volto è visibile solo per alcuni secondi – per poi entrare davvero nel film solo nel finale, con le due scene del Peep Show e nell’epilogo. Solo una grandissima attrice, con una presenza e una forza enormi, poteva riuscire a non deludere tutta l’aspettativa che la figura misteriosa di Jane aveva fatto crescere come una febbre per tutto il film.

La scena del peep show è la chiave del film, sia per i suoi contenuti – ci racconta il passato di Travis e Jane, rimasto fin ad allora misterioso – sia perché vi troviamo tutti i tratti formali tipici del film: la flessibilità della sceneggiatura, il lavoro con gli attori, le scelte di regia improvvisate sul set. Sam Shepard in una notte detterà per telefono il dialogo della scena; Nastassja Kinski starà per due giorni e due notti con Harry Dean Stanton, praticamente senza dormire, per aiutarlo a imparare la lunga scena (lui che non aveva mai imparato una battuta di più di due righe in tutta la carriera); questo lavoro incredibilmente intenso e durissimo degli attori – che reciteranno il dialogo di Shepard parola per parola – convincerà Wenders a girare praticamente senza stacchi questi ciak, con una regia che gioca su questa invenzione – questa davvero una invenzione – di un peep show basato su dei vetri a specchio, attraverso cui però è possibile, ad un certo punto, guardarsi. È tutto sullo schermo, lo sentiamo mentre guardiamo questa scena capace di creare una emozione che da sola vale la Palma d’oro che Wenders vinse a Cannes.

Nel finale Travis vuole gustarsi il suo capolavoro, quello di aver rimesso insieme Jane e loro figlio. Nella luce verde del parcheggio da cui osserva la finestra del Meridian Hotel, stanza 320, sembra dar loro la benedizione e forse gioire di dolore dell’avere, per una volta, fatto per loro la cosa giusta. Prende la macchina e sulle note di Ry Cooder ricomincia il suo errare sulle Highways del Texas, lasciandosi la città alla spalle.

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