Il laureato, di Mike Nichols (The Graduate, USA 1967)

di Andrea Lilli –

Nel 1967 alcuni eventi sismici scuotono gli Stati Uniti del Cinema, e insieme ad altre fibrillazioni più marginali ma di lungo effetto (l’uscita del LP The Velvet Underground & Nico, la distribuzione di SCUM Manifesto di Valerie Solanas, per restare solo in ambiente Warhol’s Factory) annunciano il terremoto culturale del ’68-’69. Limitandoci al cinema, è un anno cruciale in cui il vento innovatore della cosiddetta New Hollywood inizia a far volare i cappelli dei vecchi maestri con film come Il laureato di Mike Nichols e Gangster Story di Arthur Penn, e sono ancora del 1967 gli eterodossi La calda notte dell’ispettore Tibbs e Indovina chi viene a cena? con l’antidivo nero Sidney Poitier (94 anni tra pochi giorni, auguri!), scossoni che fanno traballare le sicurezze wasp degli anni Sessanta. Cosa che fa pure Il laureato ma dall’interno, per così dire, e dunque con maggior effetto destabilizzante.

La trama è tratta dal romanzo omonimo di Charles Webb. Il ventenne Benjamin Braddock arriva a casa dei genitori, euforici per il suo ritorno nella bella villa californiana con piscina. Ha il diploma conquistato in un lontano college (“Graduate” è un termine che non coincide col nostro “laureato”: in altre traduzioni si è preferito il titolo “Prova di maturità”, allargando il senso), ma nessun’idea sul cosa farne: gli manca una motivazione per stabilire i prossimi obiettivi, e ciò che lo circonda, a cominciare dai genitori, gli sembra un teatro grottesco di cui non comprende le regole, non le condivide, e comunque non lo attirano. Sa solo che ha bisogno di una pausa per riflettere, di essere lasciato in pace. Mamma e papà sembrano assecondarlo, mentre in realtà pianificano il suo curriculum sentimentale e professionale: dovranno essere splendidi come il completo da sub e l’Alfa Romeo Duetto che gli hanno regalato, orgogliosi del prodotto di un allevamento esemplare. Nella festa organizzata per il suo rientro alla base lo esibiscono come un trofeo agli amici di famiglia, ansiosi di congratularsi e augurare al giovanotto carriere luminose: «Ti dico solo una parola: Plastica. Il futuro è lì, ricordalo!».

Tra loro, l’inquieta e ancora affascinante signora Robinson, moglie del socio del signor Braddock, senza tanti preliminari si propone come partner sessuale al timido Benjamin, ancora inesperto di donne. Lui dapprima si ritrae, anche perché trattasi della madre di Elaine, la ragazza verso cui viene sospinto dagli invadenti genitori, ma poi accetta l’offerta, col che riempie almeno un po’ il vuoto della propria vita. Tutto sommato la relazione con Mrs. Robinson è comoda, non prevede complicazioni sentimentali, è in armonia con quella sua stagione di tempo sospeso, immobile, galleggiante. Del resto Benjamin è abituato ad obbedire ai più anziani, e continuerà a dare rispettosamente del lei alla matura compagna di letto. Quando tenta di ravvivare gli incontri in albergo con un minimo di conversazione, non ottiene altro che l’inasprimento della donna, insofferente a deroghe dal ruolo previsto per Ben. Non solo: gli fa promettere di evitare ogni contatto con la figlia Elaine, temibile concorrente.

Tuttavia il destino dovrà compiersi; è fatale che Benjamin incontri la ragazza, anche perché è ciò che tranne la Robinson vogliono tutti: i genitori, la meccanica sociale, che non mollano la presa. Il problema è che i due virgulti s’innamorano davvero, e a prima vista. Ben lascia la madre per inseguire la figlia e farà di tutto per averla, con la spider e con la croce. La raggiungerà, perché con lei la sua vita riacquista senso, in lei ritrova se stesso. La sfida di Nichols è quella di rendere credibile l’attecchimento di questo amore, germogliato spontaneamente in un clima arido e ostile all’amor puro, denunciando in parallelo, senza enfasi retorica ma con raffinata ironia, le patologie di una generazione stordita dal boom economico, incastrata in comportamenti stereotipati e nevrotici, incapace di comunicazione vera (non solo la signora, ma anche il signor Robinson evita finché può di aprire gli occhi e le orecchie, sia con la moglie che con Benjamin, costretto per esempio ad accettare da lui sempre whisky invece del richiesto bourbon).

Mike Nichols (pseudonimo di Michael Igor Peschkowsky, figlio di un intellettuale russo che conobbe Nabokov e Pasternak), vince la scommessa – e l’Oscar, al suo secondo lungometraggio – grazie al concorso di diversi fattori: la sagoma antieroica di Dustin Hoffman, nome sconosciuto prima di questo ruolo, abile nel fare la parte di un ventenne, lui trentenne; la grande prova di Anne Bancroft (pseudonimo di Anna Maria Louise Italiano, newyorkese di origine lucana, di solo sei anni più vecchia di Dustin Hoffman, e nove più di Katharine Ross) nel difficile ruolo di Mrs. Robinson; il delicato erotismo, non rappresentato ma suggerito, in assenza di nudi integrali e di amplessi; la tecnica innovativa nei movimenti di macchina e nel montaggio; la memorabile colonna sonora, anch’essa non conforme alle scelte dell’epoca, affidata al talento di Paul Simon e all’incantevole esecuzione in duo con Art Garfunkel; il ricorso ad oggetti di scena evocativi e di forte impatto visivo: l’Alfa Romeo, l’acquario e la piscina, le calze, l’abbigliamento tigrato e leopardato della ‘predatrice’.

In questo quadro decisamente eccentrico rispetto ai canoni cinematografici correnti, si distingue il volto convenzionale da brava ragazza di Katharine Ross, che emerge per contrasto e funziona bene nel ruolo del capretto innocente destinato al sacrificio e salvato all’ultimo momento, forse, chissà. I fotogrammi finali in autobus, con la coppia ritrovatasi contro tutto e tutti, ma che già sembra ricominciare a cercarsi, sono tocchi di pennello sottile che non disegnano nulla di scontato, a parte la leadership di Ben, ed evitano di rovinare il film col più facile degli happy end. 

La strategia vincente di Nichols è quella di svelare l’ordinaria follia di una certa società americana benestante e ipocrita senza metterla sotto processo, solo alla berlina: ridicolizzandola senza pietà. Il limite congenito del film, come del romanzo, sta invece nel punto di vista inevitabilmente maschile della narrazione: l’eroe redento è il protagonista Benjamin, l’uomo consapevole e responsabile, ragazzo diventato adulto attraverso due donne non comunicanti tra loro malgrado siano madre e figlia, anzi rivali nel contendersi il cavaliere, e il percorso delle quali resta subordinato alle variabili dell’agire maschile.

Sicché Mrs. Robinson viene deposta nella collezione delle ciniche maliarde frustrate depresse: affoga nell’alcool, nella ricerca del toy boy e nel rancore finale l’incapacità di affrontare il marito e le proprie contraddizioni, senza alcuna chance di uscire dal ruolo di villain, insomma è una strega irrecuperabile. Elaine aspetta e spera in Ben, però intanto si consegna a un altro che non ama, poi fugge con Ben ma solo dopo essersi lui mosso verso di lei, e infine nell’autobus è sempre Elaine che pende dalle labbra di Ben, non viceversa: lei che si volge verso di lui che guarda avanti, nell’ultima ripresa. In conclusione, malgrado tutte le boccate d’ossigeno respirabili in un capolavoro che pure fu considerato rivoluzionario nel 1967, in fondo la figura del Principe Azzurro, padrone e gestore del destino della fragile donna che si accompagni a lui, mutatis mutandis, resta sul trono anche qui. La fuga dei due giovani è però diretta verso il ’68, e da lì forse qualcosa davvero cambierà.


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