Corpo e anima (On Body and Soul), di Ildikó Enyedi (Ungheria 2017)

di Andrea Lilli –

TRAILER –

Tu che faresti, se un giorno scoprissi che il tuo sogno preferito, quel sogno a puntate che da tempo vai seguendo, quella storia solo tua, esclusiva, la sta sognando tal quale un’altra persona? E se questa persona fosse qualcuno che hai appena conosciuto, che ti piace, e che nella vita quotidiana si mostra indifferente mentre nel sogno condiviso è complice? ll giorno mi pento d’averti incontrata, la notte ti vengo a cercare, si disperava Luigi Tenco. Questo film ungherese denso e delicato, Orso d’oro a Berlino 2017, ci racconta il caso singolare di un sogno condiviso. I primi cinque minuti già avvertono che nulla di ciò che ci aspetta sarà prevedibile, a parte le scenografie. Niente effetti speciali o poteri nascosti, bensì personaggi comuni che dietro la loro maschera si rivelano individui fragili e vulnerabili; colpi di scena ci sono, ma in una cornice ordinaria. Alla fine ci accorgiamo che una favola, un miracolo improbabile è diventato plausibile. Film magico che traccia un ponte -una speranza- tra vita e sogno, desiderio e realtà, portandoci da un bosco invernale a un moderno mattatoio di città, andata e ritorno, a più riprese.

Nella foresta innevata una coppia di cervi si muove libera tra i ghiacci alla ricerca di cibo. Al mattatoio invece la stagione è già calda; i bovini immobili, prigionieri, stretti ed estranei fra loro guardano il sole emergere tra le nuvole. Guarda il sole anche chi lavora nel mattatoio: la donna delle pulizie, il direttore amministrativo Endre. Affacciandosi dall’ufficio al piano alto per godersi il calore, Endre nota l’imbarazzo di Mária, la nuova responsabile del controllo di qualità al primo giorno di lavoro, anche lei attratta dal sole, da cui però poi si ritrae. Ogni gesto in copione è una pennellata precisa su un quadro che va componendosi in progressione. Suona la sirena di inizio turno e il bestiame viene avviato alla catena di smontaggio carni. Suona l’ora della pausa e i dipendenti si avviano alla mensa. Nel bosco i cervi vagano soli, senza orari e tracciati prestabiliti, al contrario che nell’affollato macello metropolitano. La storia procede sempre su un sistema binario: cervi selvatici e bovini d’allevamento, libertà e prigione, compagnia e solitudine, sangue e nitore, materia e mente, veglia e sonno, donna e uomo, gioventù e vecchiaia, corpo e anima, finché a un certo punto tutte le parallele non si incontreranno, o scontreranno.

Endre, uomo riservato tra i cinquanta e sessant’anni, è dunque incuriosito da Mária, donna giovane ma in apparenza gelida, imperturbabile. Lui ha un braccio paralizzato, forse conseguenza di un ictus. Lei è meticolosa, diretta, dotata di sguardo acuto e memoria prodigiosa, ma ha un problema relazionale: non sopporta il contatto fisico. Paradossale, per un’addetta all’ispezione delle carni. E poi non dà confidenza a nessuno, non si trucca, veste abiti monacali, dunque è malvista (“Quella è fuori dal mondo!”) o dileggiata da tutti i colleghi, tranne Endre. Entrambi di giorno sono assorbiti dal lavoro, entrambi a casa rassegnati a vivere soli. Solamente di notte si permettono di sognare qualcosa, la stessa cosa: quella coppia di cervi, dove lui è il cervo, lei la cerva. Capiranno di sognarsi insieme tutte le notti nel corso delle indagini su un furto avvenuto nel mattatoio. Dal momento della scoperta i sogni non cambieranno, ma la loro vita sì.

Le sentinelle razionali di Endre e Mária entrano in allarme, devono cercare di capire questa nuova dimensione ignota, e così i due sognatori si frequenteranno di più durante il giorno, continuando di notte a vedersi insieme nel bosco. Per quanto armati di anticorpi non potranno evitare di innamorarsi e desiderarsi, sconvolgendo le tranquille abitudini di single. Giungeranno a passare la notte insieme a casa, in qualche modo. Ma non è facile trovare un nuovo equilibrio, rompere vecchie catene e ritrovarsi liberi in città, così come allo stato brado nella foresta: Endre non riesce ad ammettere i propri sentimenti e a dichiararli a Mária, che sempre più turbata e confusa cerca di affrontare il disagio, gira nei parchi pubblici osservando le coppie, raccoglie consigli dalla scaltra donna di pulizie, dal vecchio psicoterapeuta infantile. Costui, esasperato, ne dà due di buonsenso, oltre a quello di rivolgersi ad un analista per adulti: cercare di entrare in confidenza con il corpo, il proprio e quello altrui, anche mediante animali domestici, e risvegliare la propria anima con la musica. Ma non ce la faranno da soli, stavolta: Mária ed Endre dovranno cercarsi, aiutarsi per superare se stessi, e ritrovarsi. Anche il finale non sarà scontato.

Soprattutto nella seconda parte di questa strana storia d’amore emerge la sensibilità profonda e sempre ironica della regista Ildikó Enyedi, lungimirante nella scelta di Alexandra Borbély, al suo primo ruolo da protagonista in un lungometraggio, davvero brava a sostenere una parte difficile. Va anche ricordata la sfida vinta da Géza Morcsányi, classe 1952, drammaturgo, editore (ha pubblicato Imre Kertész, premio Nobel 2002 per la letteratura), che prima di interpretare Endre non aveva mai recitato, né studiato da attore. Intorno ai protagonisti ruotano figure minori, anch’esse ben disegnate: il capo dell’ufficio personale Jenö, che scarica gli sfoghi di marito frustrato sull’amico Endre; il neoassunto Sanyi, stupido galletto macho che arriva a provocare Mária; la psicologa procace e il commissario corruttibile che conducono le indagini del furto; l’anziana e arguta donna delle pulizie; l’imbarazzatissimo psicoterapeuta infantile di Mária.

Se non fosse per le riprese documentaristiche nella foresta, peraltro degne d’un Attenborough, potremmo definirlo in fondo un film teatrale, girato in pochi interni ed esterni, e con solo una dozzina di personaggi dialoganti. Il grande valore cinematografico aggiunto deriva da fattori determinanti come il ritmo ben dosato nel montaggio, la cura della colonna sonora, i colori delle immagini, con la dominanza dei blu scuri notturni e i vividi contrasti fra il rosso del sangue e il bianco del mattatoio e della neve, estremi che si toccano attraverso il rosa chiaro della pelle di Mária, e l’attenzione fotografica su certi dettagli: ad esempio la luce degli occhi umani e quella degli occhi animali. Nelle pupille della cerva e in quelle di Mária vediamo un riflesso simile, che ci ricorda antiche parole:

Somiglia il mio amore a un capriolo
o a un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
Ora parla il mio diletto e mi dice:
«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato»

(dal Cantico dei Cantici)


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