Miles Davis: Birth of the cool, di Stanley Nelson (2019)

di Antonio Sofia

Miles Davis è morto nel 1991: ricordo le notizie al telegiornale, poco più delle immagini bizzarre che ne restituivano lo stile eccessivo da Bitches Brew in avanti.
Ventotto anni dopo, nel 2019, Stanley Nelson, documentarista dal ricchissimo curriculum, presenta al pubblico un’opera dedicata a “l’uomo oltre la leggenda”. Sì, che secondo il regista troppo a lungo si era indugiato nel ridurre il percorso di Miles Davis alla sua vocazione autodistruttiva, collocandolo nell’empireo dei “geni drogati”, dove chi ha imboccato strade mai percorse prima è neutralizzato, ridotto a icona, allontanato in via definitiva.

Disponibile su NETFLIX

Il documentario, Miles Davis: Birth of the cool, ha una dispositio piuttosto classica. Si basa sull’autobiografia da cui sono estratte le voci off interpretate con mimetismo rauco da Carl Lumbly,  ripercorsa attraverso scatti fotografici, testimonianze di chi gli era vicino e, ovviamente, tanta musica sullo sfondo.
Al cuore dell’operazione è il tentativo di ricondurre le dipendenze di Davis a una ragione e a un momento abbastanza preciso. Nel 1949, dopo aver pubblicato proprio l’album che dà il titolo al film, il nostro è in tournée a Parigi: qui è accolto con enorme riguardo nei circoli di intellettuali e artisti, stringe una relazione romantica con Juliette Greco, assapora una considerazione che, al rientro negli States, è ancora compromessa dalla segregazione razziale. Questo idillio in frantumi al rientro a casa non troverà mai conciliazione neanche nei periodi di maggior successo, per una rabbia profonda e irriducibile, esacerbata dall’aggressione di un poliziotto nel ‘59, lo stesso anno in cui Kind of blue ridefiniva il jazz e il nome di Miles Davis già troneggiava sul cartellone del club Birdland nella civilissima New York.

Il documentario individua in questa frustrazione, vissuta quasi del tutto sul piano individuale, il mostro che consuma Davis al punto da privarlo delle relazioni affettive, a cui senz’altro dava valore, e della stessa musica per cinque anni, tra il ‘75 e l’80.
Lo script cerca di spiegare allo spettatore a più riprese in cosa quella musica fosse eccezionale, ma non è sempre efficace: l’enfasi sui “capolavori” – che pure capolavori sono – sembra non allontanarsi da una genericità strumentale, che poco aggiunge alla possibilità di afferrare il lascito di Davis. Tuttavia, alcune linee attraversano la narrazione e affiorano in parziali epifanie.
Miles Davis è descritto a più riprese dai suoi testimoni come un super-eroe, per il successo in un mondo in cui i neri erano apertamente discriminati, per il denaro, per le cadute e le resurrezioni continue.

Sul piano artistico, invece, appare mosso, in modo estenuante, dal desiderio di incarnare la musica in divenire, di abitare la musica nel suo svolgersi armonico e melodico e negare la necessità di un primato o di una sintesi, di godere la rivelazione delle ambivalenze del dato e del non ancora, in un presente insostenibile per l’errare nel tempo di qualsiasi frammento di tempo.
Acquisiva stili, strumenti, talenti intorno a sé, risorse che potessero spingere la musica non nella direzione dell’impossibile assoluto, bensì oltre il limite dell’assoluto che esclude il possibile. Afferma Herbie Hancock, che Miles vuole con sé sin da giovanissimo, tra il ‘64 e il ‘68: “Miles voleva che vivessimo sul palco davanti alla gente e che creassimo davanti alla gente. In altre parole, non dovevamo adagiarci su ciò che sapevamo. Lui cercava proprio l’ignoto”.

Dopo il congedo dal quintetto straordinario con Hancock,Tony Williams, Ron Carter, Wayne Shorter, Miles spiega la svolta elettrica così: “Volevo cambiare rotta, dovevo farlo per continuare a credere e amare quel che suonavo”. Le parole interpretate da Lumbly fuori campo scorrono sulle immagini dell’incontro con John Lennon e Yoko Ono, in quegli anni all’epicentro di una rivoluzione culturale difficile da decifrare ancora oggi, ma che per Miles Davis significava una nuova dimensione musicale da esplorare, quella di chi infiammava folle oceaniche senza “saper nulla di musica”, un non sapere di socratica saggezza per cui l’urgenza era sentire – col corpo, tra i corpi – e al contempo dai limiti del sentire ci si voleva librare in volo: era ancora l’ignoto da cui non poteva prescindere e da cui sgorgò Bitches Brew, travolgente.
Il documentario di Stanley Nelson sembra incespicare nelle più ardite altezze di Miles Davis quasi senza intenzione, come se la potenza di questa vita non possa essere contenuta nel suo racconto se non per quell’errare essenziale, che ridefinisce e de-finisce l’errore.

Cos’è più disperante di cercare ciò che non si può conoscere? Nel momento in cui l’ignoto diventa noto, esso si nega.
La musica e la condizione umana si legano indissolubilmente e, come spiega nella sua biografia, in un brano non ripreso dal documentario, Miles ha per tutta la vita inseguito l’inizio, l’inizio a cui poteva spingere la memoria, l’infinita potenza da cui parte ogni cosa e a cui anelava di ritornare: la fiamma blu di una stufa nel primo ricordo conservato dell’infanzia o la prima volta sul palco con Charlie Parker e Dizzie Gillespie, incipit atomicamente analoghi, della stessa materia di cui son fatti i sogni
“Quando tracci una linea sbagliata ti senti come quando sbagli con la musica?” chiede un intervistatore allo stesso Davis, nelle ultime battute del video dedicate al suo impegno con il disegno. La sua risposta è un lascito straordinario:
“La nota vicina a quella che pensi sia sbagliata corregge il tuo errore”. 
Sullo sfondo a questo scambio c’è l’interpretazione che Miles David ha dato di Time after time, per ribadire la sua libertà dalla stessa necessità di liberarsi da qualsiasi determinazione. Nella reinterpretazione del successo pop di Cindy Lauper abbraccia la melodia in note lunghe, dritte, le sue, che di colpo si sfrangono: la frase in pezzi, in contesa con l’armonia e in dialogo col tempo, ma persistente nella memoria popolare; fantasia e fantasma, l’ascolto miracoloso alla portata di tutti, prima di andarsene via.



Nota.
Molto si può imparare su Miles Davis – e sulle connessioni della sua arte con La Tempesta di William Shakespeare – dalla lettura di Massimo Donà (La filosofia di Miles Davis, Mimesis Edizioni; La filosofia della musica, Bompiani).
L’autobiografia Miles di Miles Davis e Quincy Troupe è pubblicata da Minimum Fax.

Una risposta a "Miles Davis: Birth of the cool, di Stanley Nelson (2019)"

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  1. Credo sia molto difficile sintetizzare in un film la vita di Miles Davis,forse il più grande jazzista di tutti i tempi,compositore musicale e scopritore a sua volta di tanti geni che hanno avuto riconoscimenti e celebrità nel mondo del jazz.
    Guardando il film ,anche io ho avuto la brutta sensazione che il tema principale sia la sua tossicodipendenza. Rimane comunque il documentario, il tributo a Miles,alla sua musica. Un personaggio unico e un talento infinito. Forse,meritava di più….

    Piace a 1 persona

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