Mary and Max, di Adam Elliot (2009)

Di A.C.

Che cosa hanno in comune una bambina della periferia di Melbourne e un quarantenne newyorchese senza alcun grado di parentela? Apparentemente nulla, visti il divario di età e la distanza oceanica che li separa. Ma a volte capita che due spiriti affini possano trovarsi e amalgamarsi anche quando vivono ai due lati opposti del globo.
Così infatti accade per Mary e Max; la prima è una bambina abbandonata a sé stessa, per via di un padre assente e una madre a dir poco problematica, priva di punti di riferimento dopo la morte del nonno e derisa dai coetanei per la sua singolare voglia sulla sua fronte. Il secondo è un ebreo adulto, leggermente sovrappeso e affetto dalla Sindrome di Asperger come conseguenza di diversi traumi infantili irrisolti, e quindi costretto a una vita solitaria in cui qualunque interazione sociale che ecceda la soglia di sicurezza è potenzialmente nociva per la sua salute psicofisica.
Il destino li farà diventare amici di penna, in una serie di corrispondenze nell’arco di decenni in cui troveranno l’uno nell’altra un confronto e un reciproco conforto smuovendo così, nel bene e nel male, la loro amara monotonia.

Primo (e finora unico) lungometraggio d’animazione per Adam Elliot, dopo quattro cortometraggi all’attivo tra cui il più recente Harvie Krumpet, che aveva consacrato su scala internazionale il talento dell’animatore australiano. Girato con la tecnica dello stop-motion, tramite l’utilizzo di miniature e senza CGI, e ispirato a un vero rapporto di amicizia epistolare del regista stesso. Mary and Max è un film di animazione che si distanzia dall’universalità di pubblico, tipica soprattutto delle opere Disney-Pixar, togliendosi completamente dalla portata infantile. Risulta infatti una fiaba per adulti che si muove su un equilibrato registro di dramma e commedia, quest’ultima composta essenzialmente di humour nero, talvolta estremamente cinico, intaccando temi di una certa delicatezza quali la depressione, la malattia mentale, i traumi infantili, l’emarginazione, l’antisemitismo e la morte.

L’opera di Elliot è un racconto struggente, di grandi intelligenza e sensibilità, che non cerca mai il facile pietismo ma coinvolge proprio nella cornice umana che restituisce tramite il rapporto di amicizia dei due protagonisti, entrando nel vivo dei loro disagi, della loro solitudine e della loro sofferenza, spesso addentrandosi senza timore negli antri più sporchi del malessere sociale odierno.
Un rapporto, quello di Mary e Max, non sempre idilliaco, pur nella forte connessione che li lega, e che talvolta oltre alle gioie del conforto porta i dolori del confronto. Ma proprio nella sua imperfezione è una rappresentazione più che mai realistica delle difficoltà dei rapporti umani, sullo sfondo di una società spesso problematica, distaccata e poco empatica.

Arguto nella scrittura e ingegnoso nella messa in scena con diverse intuizioni, come le differenze cromatiche dei mondi dei due personaggi, la New York grigia di Max comparata alla Melbourne ironicamente “marrognola” di Mary, l’estetica grottesca e volutamente irregolare dei disegni e anche l’irresistibile caratterizzazione anche dei personaggi di contorno, come il vicino agorafobico di Mary o l’anziana dirimpettaia cieca di Max. Inevitabile il pensiero al cinema di Tim Burton, per lo stile ma anche per i toni malinconici e l’attenzione focale verso storie di emarginazione.
Mary and Max (purtroppo passato inedito in Italia) è un prezioso gioiello d’animazione di commovente umanità e che coraggiosamente schiva ogni forma di edulcorazione e compromesso del suo genere, senza però negare una luce di speranza anche nei momenti di maggiore intensità drammatica. Il compianto Philip Seymour Hoffman e Toni Collette danno le voci ai due protagonisti.

“La ragione per cui ti perdono è perché non sei perfetta. Sei imperfetta… e lo sono anch’io. Tutti gli umani sono imperfetti. Persino l’uomo fuori dal mio appartamento che sporca in giro.
Quando ero giovane, avrei voluto essere chiunque tranne me stesso. Il dottor Bernard Hasselhoff ha detto che se fossi stato su un’isola deserta, avrei dovuto abituarmi alla compagnia di me stesso. Solo io… e le noci di cocco. Ha detto anche che avrei dovuto accettare me stesso: i miei difetti e tutto il resto. E che non possiamo scegliere i nostri difetti, sono una parte di noi e dobbiamo conviverci.
Possiamo comunque scegliere i nostri amici e sono contento di aver scelto te. Il dottor Bernard Hasselhoff ha anche detto che la vita di tutti è come un lunghissimo marciapiede. Alcuni sono ben pavimentati. Altri, come il mio, hanno crepe, bucce di banana e mozziconi di sigaretta. Il tuo marciapiede è come il mio, ma probabilmente non così tante crepe. Se tutto va bene, un giorno i nostri marciapiedi si incontreranno e potremo condividere una lattina di latte condensato. Sei la mia migliore amica. Sei la mia unica amica.”

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