Soldi sporchi, di Sam Raimi (1998)

Di A.C.

Minnesota: tre amici rinvengono tra le nevi i rottami di un aereo caduto con dentro una borsa piena di soldi. L’occasione è ghiotta e decidono quindi di prenderne possesso ma di non dividerli e spenderli prima di accertarsi delle loro origini e degli eventuali pericoli che potrebbero comportare. Ma non passa molto prima che il malloppo cominci a fare troppa gola per potersi permettere il lusso della fiducia, portando i personaggi ad una escalation di azioni impensabili in un clima di paranoia, sfiducia e crudeltà.
Passato all’epoca come il “fratellino minore” di Fargo, in realtà Soldi sporchi (in originale A Simple Plan) non ha nulla in comune con l’operazione dei fratelli Coen, se non le ambientazioni nevose della provincia americana. Perché al black humour dei Coen vi si contrappone la tragedia di Raimi, in un’operazione che oscilla tra Macbeth di Shakespeare e Rapacità di Von Stroheim.

Dopo il fiasco del precedente pasticciato Pronti a morire, Raimi riprende il suo cinema dell’orrore, ma a differenza della “Trilogia de La casa” qui l’orrore non assume le sembianze spaventose di un mostro demoniaco.
A partire da un prologo in cui i corvi fanno da presagio funesto, Soldi sporchi mette in risalto il mostro sotto la maschera insospettabile della civiltà e della quotidianità; tra un cittadino modello che arriva a sporcarsi con inquietante lucidità e senza esitazione e rimorso, con tanto di moglie autentica “Lady Macbeth” al suo fianco, un disoccupato con debiti di gioco disposto a tutto per incassare rapidamente la vincita e un fratello problematico e pericolosamente impulsivo, ma che paradossalmente si rivela l’unica bussola morale all’interno di un delirante gioco al massacro.

Proprio nel rapporto tra i personaggi Raimi sviluppa i meccanismi di questo thriller, evidenziando non tanto l’elemento della suspense quanto la disamina umana e sociale all’interno del racconto, in un cupo confronto tra dignitosa apparenza ed inconfessabili verità.
Disamina umana che emerge in particolar modo nel rapporto tra i due fratelli protagonisti: Hank (Bill Paxton), figura apprezzata all’interno della comunità, ma che rivela una naturale predisposizione al male e un’indole manipolatoria a discapito di Jacob (un eccellente Billy Bob Thornton), emarginato, reietto, deriso, ma in realtà dotato di maggiore consapevolezza e di un profondo senso di coscienza, che col tempo si tramuta in un rimorso insostenibile.

Con grande asciuttezza nella narrazione, Raimi si rivolge alla società americana con uno sguardo cinico e tetro. In quel tesoro maledetto c’è tutta la disillusione sul “sogno americano”, sul mito di una prosperità economica da ottenere a qualunque costo, anche mettendo a tacere ogni possibile confronto con la propria coscienza, qui sepolta sotto uno strato di neve come le azioni criminali dei protagonisti.
Tra i film meno ricordati dell’autore statunitense, eppure la sua migliore prova di maturità da regista e uno dei punti più alti della sua produzione.

“È il sogno americano in una dannata borsa da ginnastica e lui vuole rinunciarci!”
“Si lavora per il sogno americano. Non si ruba.”
“Allora questo è ancora meglio!”

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