Bright star, di Jane Campion (2009)

di Marzia Procopio

Una cosa bella è una gioia per sempre,

cresce di grazia, mai passerà nel nulla.

Inghilterra, 1818: nelle tranquille campagne vicino Londra Fanny Brawne, giovane donna di famiglia agiata, incontra il poeta John Keats; i due si avvicinano fino ad innamorarsi profondamente, ma le differenze sociali ed economiche e la tubercolosi che colpisce il poeta li separano per sempre. Nel 1820, infatti, Keats lascia la Gran Bretagna per l’Italia, dove il clima promette di guarirlo; morirà a Roma, nel febbraio del 1821, a venticinque anni, convinto di essere un fallito e senza sospettare che un giorno sarà annoverato fra i grandi poeti del Romanticismo. La sua ultima poesia si intitola To Fanny.

Ottavo lungometraggio della regista neozelandese Jane Campion, Bright star prende il nome dal sonetto Bright Star, would I were steadfast as thou art e racconta l’appassionata storia d’amore fra il poeta inglese e la studentessa di moda Fanny Brawne: l’incipit è un ago che ricama una tela, e che trafiggerà i loro cuori. Presentato in concorso al Festival di Cannes del 2009, il film confermò Campion come una delle autrici più brillanti del cinema mondiale, capace di raccontare con sguardo anticonformista storie d’amore mainstream all’interno di cornici storiche. Suggello degli ultimi tre anni della vita di John Keats, l’amore fra i due giovani durerà pochissimo, come la vita delle farfalle, e le parole di Keats suonano come una profezia: «Amore mio, domandatevi se non siate stata molto crudele ad avermi avvinto così. Non so come esprimere la mia devozione per una creatura di tale bellezza. Vorrei una parola più fulgida di fulgore, più bella che bello. Vorrei quasi che noi fossimo farfalle e vivessimo appena tre giorni d’estate. Tre simili giorni con voi li colmerei di tale delizia che cinquant’anni comuni non potrebbero mai racchiudere.»

«Stavo leggendo una biografia di Keats» – disse Campion all’uscita del film – «e mi sono innamorata della loro storia. Ero attirata dal dolore, dalla bellezza e dall’innocenza della loro relazione. […] A quel punto, non riuscivo a immaginare che tipo di film si potesse fare. Non sono un’amante dei biopic e sentivo di aver bisogno di un punto di vista particolare»: lo trovò nello sguardo ‘laterale’ di Fanny, realizzando con lei, come già aveva fatto con la Ada di Lezioni di piano e la Isabella di Ritratto di Signora, un altro intenso ritratto di donna del diciannovesimo secolo. Lo realizza attraverso grandiose ricostruzioni scenografiche e di costumi, la fotografia eccellente di Greg Freiser, la musica discreta di Mark Bradshow e infine attraverso una sceneggiatura che mette al suo centro una donna d’eccezione consentendole di sviluppare altri temi a lei cari, primo fra tutti la passione per la letteratura come strumento di educazione sentimentale e conquista del proprio sé contro le costrizioni e le convenzioni sociali (Fanny poco prima della morte di Keats ottiene dalla madre il consenso a sposarlo nonostante la sua povertà) e in seconda battuta il conflitto fra le pulsioni istintive e la crudezza della realtà. Una sceneggiatura che la produzione presentò come originale, ma che l’Academy escluse dalla corsa all’Oscar perché fortemente condizionata dall’epistolario dei due protagonisti e dalla biografia del poeta scritta da Andrew Morton, che Jane Campion aveva tenuto ben presenti perché la lettura dei testi di Keats aiutasse gli attori a diventare degli “Esseri sottili”.

I due attori riuscirono nell’impresa: Abbie Cornish dà vita a una sfrontata Fanny Brawne, giovane donna vitale e creativa che è incuriosita e attratta dalla reputazione del suo vicino ma si presenta a lui come una potenziale rivale, dal momento che è un’eccellente disegnatrice di abiti che cuce lei stessa. A prestare voce e corpo a Keats, Ben Whishaw, cui questo ruolo spalancò le porte al personaggio di Q in Skyfall e nei suoi sequel, che conferisce al poeta l’autocontrollo di un adulto, il distacco dell’artista e l’egocentrismo di un bambino. Scelto per il suo aspetto delicato, perfetto per interpretare il giovane artista, Whishaw ne studiò a fondo l’opera, documentandosi anche sulla malattia e assicurando al personaggio una fin troppo immutabile tenuta: ne esce un Keats umbratile come una tormentata rockstar. Nei panni di Charles Brown, ambiguo amico di John e vicino di casa dei Browne, Paul Schneider, fattosi notare ne L’assassinio di Jesse James.

Le relazioni fra i personaggi

Il rapporto tra Fanny e John inizia nel segno di una reciproca diffidenza. Lei, la “fulgida stella” da Keats “tolta dall’ombra” – così la celebra Montale in un componimento del Diario postumo – manifesta perplessità nei confronti delle capacità poetiche di lui, che le sembra nient’altro che un dandy. “L’inizio della tua poesia ha qualcosa di molto perfetto”, gli dice del suo Endymion, ma lasciando intendere che il resto non è altrettanto buono, esprimendo con ciò Campion, per bocca della sua eroina, non una critica alla poesia di Keats ma alle nostre vite: la giovinezza generosa e ricca di creatività è *quel* momento di Endymione, un tripudio di perfezione destinato a venir meno con i compromessi e le responsabilità dell’età adulta. Lui, d’altra parte, istigato dall’amico Charles Armitage Brown che la ritiene una “civettuola alla moda”, la vede come una giovane maliziosa in cerca di emozioni e gratificazioni. La svolta arriverà con la morte dell’amato fratello di Keats, che trova Fanny commossa e partecipe; e quando la giovane gli chiede delle lezioni di poesia, il cerchio si chiude: malattia e poesia, amore e morte, e sarà “corrispondenza d’amorosi sensi”. La malattia, dunque, dapprima unisce i due, poi li divide, rivelando tutta l’ineluttabilità di un destino segnato dalle convenzioni sociali e dalla realtà materiale, in un percorso che Campion traccia con grande equilibrio formale: nonostante, infatti, la presenza di abbondanti riferimenti pittorici, che rispondono alla volontà di istituire un dialogo costante fra immagini e poesia, Campion riesce a evitare il potenziale estetismo pur lasciando parlare l’assoluta bellezza sprigionata dagli splendidi tableaux vivants (l’uscita della famiglia Brawne in un prato di panni stesi, con lo sgargiante vestito rosso di Fanny) e dai quadri en plein air (la camminata fra alberi spogli, la stanza delle farfalle): natura, fiori, paesaggi la cui apparente ariosità rimanda antifrasticamente all’estenuazione e alla pesantezza della poesia di Keats, all’implacabilità di un destino tragico. Così le farfalle, lungi dal voler significare l’impalpabilità del sentimento d’amore – un sentimento peraltro tratteggiato con tratti adolescenziali, con andamento bipolare, fra estasi e disperazione – sono simbolo dell’effimera illusione d’amore, ospiti d’onore della stanza-tomba di Fanny, e le si posano addosso costringendola a vivere al chiuso di un luogo in cui non passa aria, proprio come nei polmoni ammalati del suo amore: colori che divengono presagio di disfacimento, clausura, agonia.

Scoppiato l’amore, Fanny riesce a penetrare solo per poco nel mistero del mondo di Keats: il loro unico bacio è fisico e metafisico. Ma Keats non può permettersi di sposarsi, ed è molto malato; il corteo protettivo dei suoi amici compra un costoso biglietto per l’Italia, dove il clima illude di poterlo guarire: un banale fatto di soldi scaccia così ogni speranza per il loro amore, così fragile davanti alla schiacciante evidenza della materia. L’amico Charles Brown e Fanny fingono di credere davvero alla possibile guarigione di Keats, con una disonestà che getta un’ombra nuova sul rapporto fra i tre. Sentimenti peculiari li uniscono, e il meet-cute di Fanny, infatti, investe anche Brown, il terzo di questo insospettato triangolo amoroso; anche Brown, come Fanny, è innamorato di Keats e, nel disperato tentativo di mantenere insieme il loro idillio da scapoli, fatto di otium, meditazione, scrittura, e intimorito dalla possibilità che il matrimonio condanni il suo amico alla povertà e alla perdita del talento e dell’ispirazione, manda a Fanny un biglietto di San Valentino: un misero tentativo di sedurla e svilirla nella stima di Keats, forse, o il tentativo di avvicinarsi a Keats comportandosi come lui, o semplicemente l’ammissione della propria solitudine. Brown resta un personaggio incomprensibile e la sua importanza conferma la singolarità di un amore appassionato che però non lotta per restare vivo: quando l’uomo dirà a Keats di non potersi più permettere di ospitarlo perché sta per nascere il bambino concepito con la cameriera Abigail, il poeta accetterà la notizia con la rassegnazione che lo contraddistingue, e da quel momento inizierà la sua resa.

Lo sguardo di Campion è comunque tutto su Fanny, un altro dei personaggi forti ed eccentrici della cineasta: il personaggio le consente di affrontare i temi a lei più cari, dallo sguardo femminile – si pensi al mutismo di Ada – ai riferimenti alla letteratura romantica, dalle passioni sconvolgenti all’amore che omnia vincit, anche il tempo. Fanny Brawne richiama in parte le eroine di Jane Austen, con le doti tradizionalmente femminili del ricamo e della sartoria – se non fosse che l’ago è la sua spada, l’arma con cui sfida il paralizzato mondo maschile – in parte è una donna ‘moderna’ per la spinta all’auto-affermazione, la fatuità esibita sempre come medaglia mai come gabbia, la curiosità  verso la cultura come strumento di emancipazione, un certo modo di essere precipitosa nei giudizi, irruenta negli interventi che scompaginano il sodalizio cameratesco poetico di Keats e Brown. Fanny risponde all’idea di una femminilità fiera di sé, che combatte a modo suo, senza imitare e senza mai voler compiacere gli uomini, anzi rivelandosi più tenace di Keats e mettendo in crisi Brown, incapace di contrastare l’ostinazione di lei: al di fuori della letteratura, gli uomini sono disarmati. Vediamo dunque ancora una volta il duello tra la forza femminina e il disarmo maschile, tra la profondità della poesia (il maschio) e la supposta superficialità della moda (la femmina); ma se lei è inizialmente diffidente e acerba sotto il profilo affettivo, nel tempo costringe Keats a confrontarsi a propria volta con la sua diffidenza sentimentale, con le ragioni insondabili e invincibili dell’attrazione che divengono fonte di ispirazione poetica.

Fanny è personaggio coerente dall’inizio alla fine e non sfugge mai alla comprensione da parte del pubblico, che fatica invece a sentire emotivamente il John Keats della messa in scena: debole rispetto alla volontà di Brown, rassegnato al suo destino di poeta fallito e incapace di vivere della sua arte, compiacente dinanzi agli amici facoltosi e arreso al viaggio in Italia; uno che non combatte per la donna che ama, scevro peraltro di quei dubbi e tormenti che l’intellettuale romantico e in generale, forse, ogni artista nutrono naturalmente. Dinanzi a tanto languore paralizzante, Campion propone provocatoriamente una sorta di ‘martirio secolare’ per i due giovani, il cui amore viene ucciso dalla falsa scelta tra amore e arte e sacrificato a un meschino groviglio di preoccupazioni per il denaro, scrupoli sociali e irrilevanti, presunti doveri di lealtà maschili. Ma il focus è sulla coppia, non sul poeta: nessun tormento, nessun “male di vivere” romantico – si pensi a Baudelaire e si dica con Montale – solo i sintomi della tubercolosi, nulla dunque sull’interiorità di Keats, nulla dei processi creativi, come se la poesia di Keats fosse importante solo in quanto gancio all’inizio del loro rapporto: “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”.

Un’accorta distanza dalla messa in scena drammatica caratterizza lo stile: senza virtuosismi (una sola inquadratura dall’alto e un campo lunghissimo nella sequenza esterna del litigio a tre), senza musiche impetuose e accelerazioni drammatiche, sottolineando con miracolosa precisione il dato psicologico ma senza sovrabbondanze didascaliche, Campion lascia che accada poco: fra molte parole scritte e pronunciate, solo prati in fiore, nevicate, tende sollevate dal vento in una stanza inondata di luce, finestre, fronde e fessure per non invadere l’intimità dei momenti – le stagioni con i loro colori a scandire il conto alla rovescia; sembra così che leggere in silenzio una lettera davanti a una finestra panoramica non sia più importante della conversazione civettuola a un ballo o del bacio fra i due. Ma intanto la malattia ha consumato il corpo delicato di Keats, un amore muore con essa, e quando piomba la notizia della morte di Keats, cala una tristezza pesante come un sudario: l’immagine di una piazza di Spagna deserta per il funerale del giovane poeta è visione di una bellezza che toglie il fiato e sgombra ogni dubbio sull’apparente linearità di un amore che trova il suo suggello nel disfacimento: amore e morte, comunione con la natura, ancora una volta il Romanticismo di Jane Campion. Quadri staccati presentano i graduali progressi della situazione sentimentale guardando alla sostanza più che alle manifestazioni dell’amore; per il rigore meticoloso con cui Campion mette in scena la materia struggente dell’idillio, più volte la critica ha evocato il James Ivory de Gli Europei o I Bostoniani: nessun cedimento all’intreccio avvincente, nessuna idealizzazione del poeta – “Il poeta è l’essere meno poetico”, dice Keats -, ma anzi una realistica insistenza sugli schiaccianti meccanismi sociali; nessuna informazione che non emerga dalle azioni dei personaggi; nessuna concessione neppure al potenziale commerciale di un film che, pur avendo per protagonista uno dei massimi poeti romantici, non esalta mai il dato passionale ma privilegia gli aspetti contemplativi, i piccoli accadimenti del quotidiano, scampando i rischi delle dinamiche straviste dei film in costume. Campion suggerisce, allude, elude: ancora una volta una donna forte si ribella a un sistema con una battaglia sessuale, sentimentale e sociale, ma stavolta la ribellione è messa in scena con stile asciutto e sorvegliato; ne risulta un’opera che è un distillato di bellezza, forse meno coesa nella seconda parte, quando, colpiti da Amore, i due protagonisti diventano meno convincenti, inermi davanti ai fattori esterni, passando dall’esaltazione alla voglia di morire Fanny, dal languore passivo alla disperazione del fallimento Keats. I topoi della lirica d’amore indeboliscono la coerenza interna della sceneggiatura, così che a funzionare di più è il livello pittorico, ma il film procede con una calma rarefatta che penetra la mente e vi attecchisce crescendovi visione dopo visione, ricamato, tra le righe del dialogo, dal canto degli uccelli, dal fruscio dei vestiti, o dai passi silenziosi su un sentiero di campagna.

 

Alla morte di Keats, Fanny Brawne si tagliò i capelli, si cucì addosso il lutto per la moglie che non era stata, trascorse ore rileggendo, nel chiuso della sua stanza, le lettere di lui, che conservò per tutta la vita, passeggiò per anni da sola, a Hampstead Heath, nel giardino degli usignoli, recitando a voce alta Bright Star, che nel film accompagna i titoli di coda sulla voce struggente di Ben Winshaw. Si sposò nel 1833, ebbe due figli, ma non si tolse mai l’anello che Keats le aveva dato, appartenuto alla madre, pegno del suo amore.

A Roma, in Piazza di Spagna 26, c’è la casa – una palazzina di tre piani che s’appoggia proprio alla scalinata – dove Keats morì, ora Keats-Shelley Memorial House, e dove non scrisse più né lesse lettere: tutto troppo doloroso, tutto condannato per sua espressa volontà a essere bruciato dagli amici dopo la morte. Chissà quante volte ci siamo passati davanti senza avere mai alzato lo sguardo verso la lastra di marmo che porta l’incisione “L’inglese poeta Giovanni Keats, mente meravigliosa quanto precoce, morì in questa casa il 24 febbraio 1821 ventesimo sesto dell’età sua”.

A Roma, nel cimitero acattolico di Testaccio, dietro la Piramide Cestia, c’è la sua tomba: convinto di aver fallito la sua missione, risoluto a non essere trovato da nessuno, il poeta aveva voluto solo un’epigrafe anonima – ‘Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua’ – alla quale i suoi amici Joseph Severn e Charles Armitage Brown vollero aggiungere un inciso: «Questa tomba contiene i resti mortali di un giovane poeta inglese che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: ‘Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua’».

Fanny, la ragazza della porta accanto, non la visitò mai.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: