Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper

di Fabrizio Spurio

Una falsa storia vera. La nascita di un mito.

Sono passati sei anni dall’uscita nei cinema del film “La notte dei morti viventi” (1968) diretto da George A. Romero, ed il cinema horror ha ormai aperto le porte a produzioni al di fuori dei normali circuiti delle major. Autori indipendenti, non solo nel campo dell’horror, decidono di girare pellicole a basso budget ma con idee fresche, innovative, e linguaggi cinematografici che escono dal classico. E’ con queste premesse che Tobe Hooper decide di confezionare una pellicola selvaggia, rivoluzionaria nel suo genere. Una pellicola che mescola il genere splatter allo slasher (un genere che si andrà definendo ed affinando solo molti anni più tardi, nel 1978, quando John Carpenter dirige “Halloween – la notte delle streghe”).


Hooper concepisce “Non aprite quella porta” (titolo originale “The Texas chainsaw massacre”) ispirandosi, molto alla lontana, alla vicenda reale di Ed Gein, pluriomicida che tra il 1947 e il 1957, compì vari omicidi nel Wisconsin. Fu un caso che colpì molto l’opinione pubblica americana, in quanto l’omicida, oltre a uccidere varie persone, ne utilizzava la pelle e parti anatomiche per arredare la sua misera casa nei boschi della regione. A questa vicenda si era già ispirato lo scrittore Robert Bloch con il suo romanzo “Psycho”, libro che ha poi portato alla realizzazione dell’omonimo film del 1960 di Alfred Hitchcock. In anni più recenti la vicenda di Gein sarebbe stato lo spunto per “Il silenzio degli innocenti” (1991) di Jonathan Demme.
Hooper decide, nel suo film, di approcciarsi alla trama con uno spunto estremamente realista, documentaristico. A questo proposito utilizza l’espediente della voce off all’inizio della pellicola, per avvisare il pubblico che quella che vedranno è una vicenda realmente accaduta. Naturalmente questo porterà ad aumentare la curiosità del pubblico dell’epoca portando il film ad incassi incredibili, rispetto all’iniziale budget stanziato per la pellicola, di circa 300.000 dollari. Il film, alla fine ne incasserà più di 30.000.000 solo in America.

La vicenda dei cinque ragazzi perseguitati da una famiglia di folli macellai è alquanto semplice, lineare, ma è la messa in scena a colpire. Il Texas è presentato come un territorio arido, sia fisicamente che moralmente. Il sogno americano, le classiche vedute di cittadine ordinate, pulite, con le famigliole che vivono in armonia, crolla di fronte ad un territorio che sembra abbandonato a sé stesso. La cultura non è riuscita a penetrare in queste zone. La gente sembra essere rimasta in uno stato di barbarie, di ignoranza e violenza, in cui la cosa che conta maggiormente è procurarsi cibo.
La sigla iniziale, un fondo nero sul quale, in rosso sangue, vediamo la superficie del sole, con le sue immense lingue di fuoco che si alzano dalla superficie della stella, suggeriscono che è proprio il clima, torrido, desertico, a portare la pazzia nelle menti degli abitanti di queste sperdute zone rurali.
In un furgone viaggiano cinque ragazzi, tre maschi e due femmine. Il gruppo si sta recando nel cimitero locale perché alcuni profanatori di tombe hanno trafugato dei cadaveri. La protagonista Sally (Marilyn Burns), vuole controllare che la tomba del nonno non sia tra quelle violate. Durante il viaggio i ragazzi caricano un autostoppista, Nubbins (Edwin Neal), che però si rivela essere un pazzo: prima si ferisce la mano con un coltello, poi, con un rasoio, ferisce Franklin (Paul A. Partain) il fratello paralitico di Sally. Il pazzo viene buttato fuori dal furgone.
Rimasti senza benzina, i ragazzi sono costretti a fermarsi nei pressi di una casa. Uno ad uno verranno decimati dalla motosega del folle Leatherface, Faccia di Cuoio (Gunnar Hansen), uno dei figli della famiglia macellaia. Si scoprirà che Nubbins è fratello dell’assassino. Ma è tutta la famiglia ad essere preda della follia più delirante. Sally entra nella casa, cercando aiuto mentre, alle sue spalle Leatherface la insegue, ma all’interno della dimora troverà solamente il delirio: i mobili, le suppellettili, le decorazioni sono un trionfo di ossa e resti umani.
C’è una sottile denuncia che serpeggia al di sotto della superficie del film: il progresso visto come destabilizzazione dell’individuo. La famiglia omicida, infatti, lavorava nel grande mattatoio locale, ma le tecniche moderne di industrializzazione li hanno sostituiti, facendone dei personaggi senza più una propria realtà, senza una dimensione in cui poter contenere la propria follia latente.

Il capofamiglia Drayton (Jim Siedow), dopo aver elogiato Leatherface per il suo lavoro (il massacro degli amici di Sally), lo assale brutalmente accusandolo di aver rotto la porta di casa con la motosega: “non hai rispetto per la famiglia”, gli urla contro, colpendolo con un bastone, mentre Leatherface cerca di ripararsi, come un bambino, dalla furia del padre. Il manicomio lasciato a sé stesso…
Si compie una totale disumanizzazione dell’essere umano all’interno della famiglia macellaia. I ragazzi hanno la stessa valenza delle bestie che venivano macellate nel mattatoio. Non a caso le vittime vengono colpite alla testa con un martello, come ai tempi si faceva con il bestiame. Particolarmente indicativa di questa visione, e anche dolorosa, è la sequenza in cui Pam (Teri McMinn) viene appesa per la schiena ad un gancio da macellaio.
La follia raggiunge il culmine nella scena della cena, in cui Sally, legata a capotavola, è costretta a mangiare con i macellai, che le servono la carne dei suoi amici morti. A tavola c’è anche il Nonno (John Dugan), una vecchia mummia che riesce a stento a tenersi seduto. La famiglia decide che dovrà essere proprio il Nonno ad abbattere Sally. La gettano ai piedi del vecchio, e incitano il Nonno a colpirla alla testa. Ma il vecchio non riesce neanche ad alzare il martello, tanto che più di una volta gli scivola a terra. Approfittando di questo momento Sally riesce a scappare, inseguita sempre da Faccia di Cuoio con la sua inseparabile motosega, finché un uomo, con un camioncino, non la carica a bordo portandola via, ormai impazzita, dall’incubo.
L’aridità del luogo si rispecchia nell’aridità dei sentimenti dei macellai. Per loro la cosa più importante è la carne, il cibo, il nutrimento per la famiglia. Non c’è altra morale a tenerli uniti. Lo sporco dell’anima di questi mostri si riflette nell’ambiente in cui vivono. Il marciume è ovunque, nella casa. Il pavimento della cucina è ricoperto di piume di pollame, vecchio, sporco. Lo spettatore riesce quasi a percepire l’odore delle carni e delle ossa che marciscono nell’ambiente.
La cosa che sconcerta maggiormente di questa pellicola è che, realmente, fa un uso quasi nullo del sangue. Non vediamo mai i corpi feriti, deturpati dalla motosega. Mai vediamo le lame tagliare i corpi, a parte la breve inquadratura in cui Nubbins si ferisce la mano.

Lo splatter, di cui la pellicola si fregia, è totalmente mentale. Suggerito. Quando Pam viene appesa al gancio, non vediamo l’acciaio penetrargli nella schiena, ma osserviamo, impotenti, le sue smorfie di dolore e di pena, i suoi tentativi inutili di liberarsi, mentre di fronte a lei, ma non visibile allo spettatore, il corpo di Kirk (William Vail) viene sezionato con la motosega. Ed è il rumore di questo strumento ad invadere la colonna sonora, mentre insegue le sue vittime, le brama, come uno squalo, e le fa a pezzi. Sally fugge nel bosco, di notte. Ma fugge da quel rumore, più che da Leatherface. L’assassino è praticamente un prolungamento dello strumento. Senza la sega, Faccia di Cuoio è impotente. E forse anche nel vero senso sessuale del termine. Di fatto la motosega è l’unica cosa con cui lui può avere un rapporto carnale, anche se distorto e deviato, con un corpo, sia esso maschile che femminile. E’ la motosega il vero mostro che perseguita le vittime. Prima di tutto c’è l’allucinante ronzio, ancor più spietato, perché indica l’impossibilità di fuga. Leatherface è divenuto ormai un’icona del cinema horror. Faccia di Cuoio, del quale non vediamo mai il volto, perché in realtà è un povero demente che non ha una sua personalità. Per questo si cuce maschere di pelle umana con i volti delle vittime. Le indossa per trovare il suo vero sé, la sua identità. Dentro di sé neanche è sicuro del suo ruolo sessuale, in quanto, a seconda dei casi, alterna facce maschili con quelle femminili. Non ha una vita come le persone normali, per questo si “veste” delle vite delle vittime. Per poter provare, cercare di capire l’esistenza di una persona normale, quel tipo di persona che lui sa, non potrà mai essere. Un film che ha dato vita ad una saga arrivata ormai a contare otto pellicole, tra sequel, prequel e remake. Un mito che non sembra, a distanza ormai di più di quarant’anni, aver perso nulla della sua carica eversiva.

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