Ballata di un soldato, di Grigorij Čuchraj (URSS 1959)

di Andrea Lilli –

Era nostro amico, e vi racconteremo di lui una storia che per intero non sa nemmeno sua madre. (voce fuori campo)

Unione Sovietica, seconda guerra mondiale. Nell’inferno della trincea il soldato telefonista 19enne Aleksej ‘Alioscia’ Skvortsov si ritrova solo. Fugge, braccato da un carro armato tedesco. Sta per essere raggiunto e schiacciato, ma trova un fucile anticarro: spara contro il Panzer, riesce a fermarlo all’ultimo momento. Ne mette fuori combattimento un secondo, e altri due fanno marcia indietro. Al generale che lo vuole premiare, chiede un giorno di permesso al posto della decorazione. Deve infatti andare a casa per aiutare la madre a riparare il tetto. Il generale lo squadra, apprezza la bontà d’animo del soldatino e gli concede una licenza di cinque giorni, di cui almeno quattro necessari per il viaggio. Alioscia parte immediatamente; il percorso sarà avventuroso e diversi incontri lo rallenteranno: arriverà nel suo villaggio ma ci starà per pochi minuti, giusto il tempo di salutare la madre, prima di tornare al suo destino.

Alioscia (Vladimir Ivashov) e il generale

Il primo incontro è con un soldato che va in prima linea e gli chiede il favore di passare a casa sua, lungo il tragitto, per rassicurare la moglie e consegnarle uno strano regalo improvvisato: del sapone militare. Già dall’inizio il film prende un ritmo alto, con cambi di scena frequenti e battute stringate tra sconosciuti, da road movie picaresco. Insieme ad un bianco e nero ben studiato, talvolta espressionista, la sceneggiatura fluente e veloce esalta il contrasto tra la generosa vitalità di Alioscia, impaziente di arrivare a casa ma sempre curioso e attento verso chi lo circonda, e la cappa di stanchezza, ansia e indifferenza calata su tutti gli altri, militari e civili, stremati da una lunga guerra diventata ormai insopportabile. Il sorriso ingenuo del giovane soldato illumina i visi cupi e scoraggiati di tutti quelli che avranno a che fare con lui. È una storia commovente, ma anche ironica, che parla senza troppa retorica di ferite profonde, allora non ancora rimarginate.

Il secondo incontro è con un altro soldato, amputato ad una gamba, che Alioscia aiuta portandogli la valigia in un’affollata stazione ferroviaria. Il mutilato va in congedo definitivo, però esita nel prendere il treno di ritorno a casa: si vergogna, la sua donna non sa in che condizioni è ridotto, e lui non vuole rovinarle il futuro. Scrive un telegramma di disdetta del suo arrivo, ma la telegrafista si indigna per la viltà del gesto in una scena bellissima, e rifiutandosi di trasmettere il messaggio induce l’invalido a partire, a confrontarsi con colei che lo aspetta. I due intanto hanno perso il treno, prendono quello successivo. Lo storpio sarà confortato dal buonumore e dalla solidarietà di altri commilitoni in viaggio, fino a quando scende, per essere infine accolto dalla sua compagna, in un’altra scena emozionante.

Vasja, l’invalido (Jevgenij Urbanskij)

Nel frattempo Alioscia ha visto partire il primo treno utile, è già in ritardo. Riprende la sua corsa contro il tempo, il suo percorso in direzione ostinata verso casa e inconsapevolmente contraria alla guerra. Forse non è un caso che il suo nome sia lo stesso del più piccolo dei fratelli Karamazov: anche lui diciannovenne dal carattere positivo, premuroso, sensibile alla sofferenza di chi gli sta vicino.

Il terzo incontro avviene, insieme ad altri minori (una sentinella corrotta, un tenente saggio) nel treno più fortunato per il soldatino: quello in cui entra Shura (Žanna Prochorenko), una ragazza gentile come Alioscia, anche se meno ingenua. I due sono fatti l’uno per l’altra, ma non se ne accorgono subito, sono troppo timidi; comunque si arrenderanno presto all’inevitabile intesa. La dolcezza semplice di Shura, tenera e paffutella come la figlia del capitano di Aleksandr Puškin, aggiunge intense note liriche alle altre qualità del film e finalmente ridimensiona in Alioscia, almeno per un giorno, il pensiero dominante per la madre. Le molte figure femminili che arricchiscono la sceneggiatura fanno di questa storia un film non maschiocentrico, sebbene girato da un uomo e con un uomo in fieri come protagonista. Un film che sfugge miracolosamente alla solita retorica eroico-patriottica.

Ecco dunque la camionista a cui il soldato chiede un passaggio per riacchiappare il treno di Shura, dopo averlo perso in seguito a una sosta. Ecco la moglie (fedifraga) del soldato cui Alioscia aveva promesso di portare il sapone. Ecco l’amica d’infanzia, che è cresciuta e non lo guarda più con occhi di bambina. Ed ecco infine la madre, la vedova disperata. Si abbracciano.

– Come stai mamma?

– Come sto… Come tutte qui. Si lavora come muli. Con la guerra gli uomini sono tutti via. Solo donne.

In primavera gente sconosciuta porta fiori sulla sua tomba, in una città lontana dal nome straniero. Lo chiamano eroico combattente, ma per lei era solo un figlio, un ragazzo di cui sapeva tutto, dal giorno in cui era nato a quello in cui se ne andò al fronte, per questa strada. (voce fuori campo)

Il regista Grigorij Čuchraj (1921-2001) è stato un veterano pluridecorato della seconda guerra mondiale, combatté a Stalingrado e sul fronte del Don, fu ferito più volte. Le esperienze di guerra hanno ispirato la maggior parte dei suoi film.

«È triste pensare a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, alle cose che avrebbe potuto fare e non ha fatto, all’amore che poteva dare e non ha dato. Ha avuto solo il tempo di essere un soldato.»

         oppure qui (doppiato in italiano) – mediocre qualità delle immagini



 

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