Ombre e nebbia, di Woody Allen (Shadows and Fog USA/1991)

di Laura Pozzi

L’inganno è così universalmente diffuso, che dire la verità significa farsi tacciare da bugiardi” (Il Volto, Ingmar Bergman)

Ombre e nebbia “gioiello” finemente espressionista firmato da Woody Allen nell’antidiluviano 1991 compie trenta lunghissimi anni. Penultima collaborazione al fianco dell’immancabile Mia Farrow, l’opera tra le più sorprendenti, innovatrici e sinistramente profetiche della sua filmografia, non ha mai goduto di eccezionale popolarità restando, a torto, confinata tra le opere minori.  Sarà per quel marcato e travolgente gusto citazionista, che avvolge una storia meravigliosamente già vista, o per quel fato minaccioso e  incombente pronto ad abbattersi e devastare una delle coppie più eccentriche e proficue del cinema mondiale. Tratto da una commedia teatrale, M, scritta dallo stesso Woody nei primi anni settanta, il film è un nostalgico omaggio verso quel cinema degli albori che aveva trovato in M il Mostro di Düsseldorf, capolavoro di Fritz Lang e nell’espressionismo tedesco una delle principali fonti d’ispirazione del cinema a venire. Allen ripercorre un momento cruciale della storia del cinema, ma a modo suo, attraverso una contaminazione di generi che mescola audacemente musica, teatro e letteratura e un umorismo sornione in grado di stemperare inquietudini e mistero.

Ambientato negli anni venti in un’ ignota e imprecisata cittadina mitteleuropea, la storia si apre sulle note di Kurt Weill e sulle abbacinanti e brumose immagini fotografate da un Carlo Di Palma in stato di grazia. Una nebbia accecante e persistente fa da sfondo all’ennesimo delitto compiuto da un misterioso assassino, un moderno Nosferatu che terrorizza la città strangolando le vittime con una corda di pianoforte. Poco distante, nel cuore della notte, Max Kleiman, un timido e impacciato impiegato in attesa di promozione viene svegliato e buttato giù dal letto da un gruppo di loschi e inquietanti individui, impegnati in una caccia notturna “risolutrice” capace, laddove la polizia sembra fallire miseramente, di porre fine agli atroci delitti. Kleiman, costretto a partecipare al piano non comprende il suo ruolo. Nonostante le suppliche nessuno è intenzionato a spiegarglielo e non tarderemo a capire perchè. Nel frattempo, nella roulotte di un circo giunto in città Irmy (Mia Farrow) una mangiatrice di spade e suo marito Paul (John Malkovich) clown stanco e deluso da un pubblico avaro di risate, discutono sul futuro. Irmy vorrebbe mollare tutto e orientarsi verso una convivenza più stabile, impreziosita magari dall’arrivo di un pargolo, mentre Paul forte della responsabilità dovuta al suo talento vede nella famiglia la morte dell’artista. La discussione degenera tramutandosi in (forse) definitiva rottura quando Irmy coglie in flagrante il marito tra le braccia di Marie (Madonna), seducente e ammiccante trapezista, in grado di elettrizzare un pubblico amorfo.

Ferita e sconvolta si dirige in città trovando conforto e ospitalità presso una casa di tolleranza, dove alcune prostitute (fra cui una scanzonata Jodie Foster e un’insolita Kathy Bates) in attesa dell’ “affitto” si lasciano andare a piccanti aneddoti sul loro mestiere. Sedotta dai 700 dollari offerti da Jack (John Cusack), uno studente folgorato dalla sua bellezza e inesperienza, l’integerrima Irmy si concederà una “prestazione straordinaria” che la porterà ad incrociare il destino di Kleiman e a tornare fra le braccia di Paul. Mentre lo strangolatore continuerà a colpire e sparire chissà dove grazie a un colpo di magia. Ombre e nebbia è un magico “inganno” e non solo per via dei trucchi finali e delle grandi illusioni, necessarie per vivere come l’aria che respiriamo. L’intero film lungo appena 80 minuti si sviluppa nell’arco temporale di una notte densa e nebbiosa dove le ombre del passato riemergono in tutta la loro straordinaria lucentezza. Come già scritto in precedenza, Carlo di Palma compie un vero prodigio visivo, saturando le immagini con le più svariate tonalità di grigio, fasciandole di luce abbagliante, sacrale, cristallizzandole in quella nebbia che nei pochi attimi di remissione lascia spazio ad un cielo stellato dove un passato di gloria (non solo cinematografico) torna a risplendere.

Lang, Bergman, Murnau, Browning, Fellini Cassavetes, Resnais (le ombre e la nebbia del titolo) Brecht, Weill, Kafka, non manca proprio nessuno nel firmamento alleniano dalle suggestive reminiscenze dantesche. In una delle scene più emblematiche e incantevoli del film (e di tutta la sua filmografia) Irmy e Kleiman si trovano finalmente soli nel silenzio assordante della notte ad osservare la volta celeste, mentre la città ostaggio di una macabra quarantena, dorme. Il tempo sembra sospeso, la nebbia comincia a diradarsi, le stelle fanno capolino e nulla sembra reale. Una stella luminosissima, sparita un milione di anni fa, continua indomita ad irradiare di luce la sua assenza. “Siamo tutti felici, se solo lo sapessimo!”, esclama Irmy, sempre più ammaliata da un reale ombroso, negato, invisibile, estraneo in poche parole perfetto. Mentre Kleiman dinanzi a quelle schiarite, a quel continuo movimento, a quell’incessante divenire contrappone un nauseante disagio esistenziale. Il film  raffinato e spregiudicato atto d’amore nei confronti dei sommi maestri, cela in realtà una componente autobiografica volutamente esasperata nel successivo Mariti e mogli. Ombre e nebbia non rappresenta un unicum solo da un punto di vista formale, ma occupa una posizione strategica seppur incompresa nella produzione del cineasta newyorkese.

Collocata tra Alice (uno dei punti più alti del sodalizio amoroso Allen/Farrow) e Mariti e mogli (inequivocabilmente il più basso e doloroso), il film rispecchia le sottili inquietudini e allarmanti perplessità di un regista alle prese ancora una volta con l’esistenza/assenza di Dio, ma sopratutto con una musa pericolosamente mutevole e  sfuggente. Irmy è l’antesignana Judy Roth, la passiva/aggressiva di Husbands and Wives, la “gatta morta” esitante e remissiva, la predatrice lucida e spietata. Ma soprattutto colei che esplorando i suoi lati oscuri, trova in se un’inedita autenticità. Le fondamenta di un rapporto che di lì a poco deflagrerà, tra scandali, presunte molestie e processi cominciano a scricchiolare, l’amata Mia sembra distante anni luce, proprio come quella stella da lei stessa evocata. “La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione” . Allen arriva a questa conclusione poco più di un anno dopo. Non c’è più posto per la magia, per il sogno. La dolce e fragile Cecilia siede per l’ultima volta tra le file del cinema Gioiello, mentre Mia esce definitivamente dallo schermo.

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