Femina ridens, di Piero Schivazappa (1969)

di Greta Boschetto

Femina ridens è un film del 1969 scritto e diretto da Piero Schivazappa con Philippe Leroy e Dagmar Lassander.

“Cerca di pensare invece a dopo la morte, adesso che ci sei così vicina, pensa piuttosto a cosa diventerai con la reincarnazione: un uomo, giallo o nero? Un gatto persiano o un topo di fogna? O a una iena, una iena ridens magari. No, anzi, tu diventerai uno scorpione, femmina naturalmente.”

Era il 1969 e esordiva sul grande schermo con questa pellicola Schivazappa, in un’annata esteticamente e concettualmente perfetta, che ha dato i natali a opere come Dillinger è morto di Ferreri e “nEROSubianco” di Tinto Brass, tutti uniti da tematiche analoghe e da un gusto estetico pop da lasciare lo spettatore totalmente catturato da colori, design e opere d’arte d’avanguardia, film irripetibili ora, ma che ci ricordano la grandezza delle sperimentazioni del cinema italiano di quei tempi.

Qualche anno fa ricordo che consigliai la visione di questo film a una mia amica. Dopo un po’ di ore, impaziente com’ero di conoscere il suo parere, le scrissi per sapere come andava: lei mi disse “Non ho ancora finito, ma insomma, non è troppo femminista ecco” e io le risposi “Aspetta, aspetta di arrivare alla fine.”

Il dottor Sayer (Philippe Leroy, qui con dei capelli gialli simili a quelli di Mastroianni ne “La decima vittima”, altra pellicola pop indimenticabile di qualche anno prima diretta da Elio Petri) è un direttore di un istituto di beneficienza filantropico, ma soprattutto è un uomo sadico e tormentato da un trauma avvenuto nell’infanzia, ovvero l’aver assistito a un accoppiamento tra due scorpioni, finito con la morte del maschio per mano della femmina. Incapace di liberarsi da questa ossessione, è solito passare i weekend pagando prostitute che si prestano al suo gioco perverso di sevizie e umiliazioni. Un giorno, approfittando della visita di una sua dipendente per ritirare dei documenti e dal “bidone” rifilatogli da una delle sue solite ragazze, decide di mettere veramente in pratica il teatro fino a quel momento solo recitato in maniera consensuale con le altre donne, e rapisce la giovane e ingenua Mary (Dagmar Lassander, nel suo primo ruolo in una pellicola italiana che la legherà al nostro paese in numerosi ruoli da protagonista nel cinema giallo e “bis”)

Nella sua casa-bunker senza finestre, opprimente e austera ma al contempo viva, colorata e con un décor ultramoderno, il suo carattere misogino e violento inizialmente esplode: prova quasi a seguire le orme del Marchese De Sade, dimenticandosi però di essere un uomo schiavo anch’esso dei suoi tormenti, non libero, inetto, incapace di abbandonare l’autoreferenziale rappresentazione di se stesso. Tutte le torture e sevizie cui Sayer sottopone Mary sono da subito, agli occhi dello spettatore, grottesche, goffe, l’affermazione non voluta della propria sconfitta nei confronti della donna, che si vorrebbe sempre indifesa, manipolabile, dipendente. Vittima.

Poi i ruoli sembrano rovesciarsi: Sayer si rende conto di non poter uccidere Mary perché, grazie al carattere docile ma schietto della ragazza, se ne innamora. Decide di lasciarsi andare, di uscire dalla villa-bunker, di uscire da se stesso e dalle sue paure, quelle che vedono la donna come responsabile di ogni male, tra cui l’impotenza, la paura dell’orgasmo, il terrore di lasciarsi andare a un rapporto paritario dove nessuno controlla nessuno. Apparentemente. 

Tra i prati, tra i fiori, finalmente all’aria aperta, i due protagonisti si inseguono, si insinuano, si avvicinano e si allontanano, come in una danza rituale che prevede, finalmente, l’accoppiamento, senza più il terrore di unirsi davvero a qualcuno. Le musiche di Cipriani accompagnano dolcemente questo loro incalzarsi, questo romanticismo che in certe sequenze sembra quasi un melò d’altri tempi, ovviamente in maniera voluta, per poi mutare in un motivo musicale dal sapore di scontro western, la resa dei conti, un amplesso lasciato intuire dagli occhi, dagli sguardi, dal movimento dell’acqua in una piscina dove si giocherà la partita finale.

Ma basta davvero solo la redenzione data dall’amore a mettere in pari i soprusi fino ad allora subiti? Perché la guerra tra i sessi esiste da sempre e esisterà per sempre, se non si raggiunge una coscienza collettiva reale, non data solo dall’innamoramento, in questo caso falso e volutamente stucchevole. 

Il film respira della nuova presa di coscienza femminile post ‘68 e della conseguente paura del maschio di perdere il suo ruolo di padre-padrone, ossessionato, come il protagonista, dal non essere più utile nemmeno per la riproduzione, oltre che come capo dei giochi. Certo, dopo secoli in cui ci si è abituati a essere il “sesso forte”, ad avere privilegi solo perché nati in quel ruolo divinamente deciso di maschio superiore, quanti ancora oggi si aggrappano a quell’idea retrograda, non ancora pronti a lasciarla andare? Io in chiusura avrei aggiunto anche una fragorosa risata, vendicativa, come quella di una iena, come ci ricorda il titolo.

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