Sentieri selvaggi, di John Ford (1956)

di Girolamo di Noto

Quando si è alle prese con un film di John Ford lo sguardo spesso non dipende solo dall’occhio ma da tutti i sensi. Ci sono inquadrature da ascoltare più che guardare, altre in cui ci si vorrebbe immergere, inquadrature che commuovono e ci riempiono, che ci fanno pensare. La straordinaria scena di apertura del film Sentieri selvaggi avvalora l’idea che c’è stato un tempo un cinema capace di offrire uno sguardo preciso ed essenziale sul mondo e come ha scritto Bertrand Tavernier “le mode passano, i cineasti sono dimenticati, le glorie effimere sbiadiscono, ma John Ford resta”, forse perché si tratta del solo regista che ha saputo costruire un’opera delle dimensioni dell’America.

All’inizio del film lo schermo buio è improvvisamente illuminato quando una donna, la moglie di un pioniere, socchiude la porta della sua fattoria, rivelando l’immensità mozzafiato della Monument Valley e l’arrivo di un cavaliere che emerge dal deserto. Sin da questa prima famigerata inquadratura si può facilmente riconoscere tutto il classicismo di Ford, la sua idea di cinema in cui “l’azione è lunga e i dialoghi brevi”, dove le immagini e non le parole dovrebbero raccontare la storia.

Tutto l’inizio di questo film è solenne: Ethan (John Wayne) sullo sfondo che ritorna reduce dalla guerra di secessione, cavaliere solitario, dal volto di chi ha percorso tanta strada, la donna, Martha (Dorothy Jordan), che esce dalla casa andandogli incontro. Due figure umane che si integrano perfettamente con il paesaggio circostante, un’inquadratura che sa trattenere un’emozione intensa e complessa e che sintetizza sin da subito due mondi opposti, due stili di vita: la dimensione intima del focolare domestico, quieto e rassicurante rappresentata dalla donna e il mondo rude, selvaggio del cavaliere solitario, dal passato oscuro e senza casa destinato a vagare in spazi sconfinati, duro come il paesaggio che sta attraversando.

Confidando sulla capacità evocativa delle immagini, Ford racconta la storia di Ethan che si trova a tornare a casa a tre anni dalla fine della guerra di secessione. Qui ritrova il fratello Aaron, la cognata Martha e i nipoti Lucy, Debbie, Ben e Martin, quest’ultimo adottato e che ha nel sangue discendenze di pellerossa. Il suo desiderio di tranquillità verrà interrotto da un’esperienza tragica: si troverà a fare i conti con il massacro della famiglia di suo fratello e con il rapimento di Lucy e Debbie da parte dei Comanche guidati dal terribile capo Scout. Per Ethan inizia così un lungo viaggio che affronta con Martin nel tentativo di ritrovare le due nipoti. Se la sorte di Lucy non lascia alcuna speranza, l’angoscia per Debbie cresce di giorno in giorno perché la bambina si sta facendo donna e il suo infelice destino sarà di diventare una squaw.

Ethan e Martin sono i ‘seachers’ del titolo originale del film e la loro caccia si svolge sotto la neve e il sole cocente, nei meandri di uno spazio austero, inospitale, alla ricerca di indizi, sentieri selvaggi che possano condurli sulle tracce di Debbie. Nessun altro regista di western ha legato in maniera così indissolubile il suo nome e la sua arte a un luogo. Ogni inquadratura di Ford ha la capacità di essere riconoscibile e la genialità del regista fa sì che la terra sembri parlare da sola. Una terra ostile, definita dall’assenza di alberi, case, la cui maestosità ha un fascino magnetico e respingente, una terra misteriosa che nasconde agguati, teatro grandioso naturale che racchiude conflitti anche interiori.

La figura di Ethan, il suo incedere a cavallo nella polverosa prateria ricorda quella del cavaliere errante che galoppa nella landa di Re Artù. Ma se il cavaliere medievale è spinto dall’ideale dell’avventura per l’avventura, per Ethan il discorso è diverso: il suo fine non ha altro valore se non quello della vendetta. Il senso del dovere lo ossessiona e lo induce a cercare per anni la nipotina rapita, sceglie di combattere ancora una guerra, personale contro i propri fantasmi identificati nei Comanche. Perché Ethan odia così tanto gli indiani?

È nello stile che va cercato il segreto della grandezza di un autore. Ciò che resta memorabile dello stile di Ford è quello di costruire un’inquadratura mettendovi né più né meno che gli elementi necessari allo sviluppo della trama. Non sovraccarica la sceneggiatura di dialoghi verbosi e per spiegare l’origine dell’odio di Ethan verso i pellerossa si sofferma su poche sequenze, semplici, essenziali. Di straordinario impatto visivo è la scena in cui i Comanche stanno per attaccare la fattoria di Aaron. Quest’ultimo cerca di salvare la figlia più piccola Debbie facendola sgattaiolare fuori da una finestra perché si vada a nascondere in un rifugio. La piccola però finisce nel piccolo cimitero di famiglia dove la sovrasta l’ombra minacciosa del capo indiano. Lì per un attimo la macchina da presa si sofferma sulla lapide della madre di Ethan brutalmente uccisa anni prima dai pellerossa.

Bastano poche inquadrature a Ford per scrivere storie nelle storie, pochi sguardi per accennare a sentimenti mal taciuti: memorabile la scena in cui il reverendo Clayton scorge Martha accarezzare dolcemente il soprabito di Ethan lasciando intravedere un passato forse amoroso tra i due. “Ford scrive con la cinepresa”, diceva Orson Welles, è un formidabile scultore di immagini, abile nel saper descrivere un uomo che cerca per quel che può di riparare i torti, castigare i malvagi, dissolvendosi poi nel nulla, senza lasciare traccia. Ethan, come lo saranno in seguito lo straniero senza nome e il cavaliere pallido di Eastwood, viene dalla natura e ritorna dal nulla da dove è venuto. È feroce, spara agli occhi di un Comanche morto in modo da non fargli trovare pace, uccide i bisonti perché fonte di sostentamento degli indiani, vorrebbe persino uccidere Debbie perché non può accettare che lei non sia più ‘ bianca’.

I suoi sentimenti sono improntati dal desiderio di vendetta, riesce nell’intento ma una volta rimesse a posto le cose scompare. Ad un inseguimento affannoso, caparbio, durato dieci anni segue un ritiro dalla scena altrettanto deciso. Emerge nell’epilogo un piccolo cambiamento in lui: le parole che dice a Debbie (una splendida Nathalie Wood ) dopo averla ritrovata, ” Andiamo a casa, Debbie “hanno il valore di una redenzione. Rinuncerà ad ucciderla e l’amore che si prova per Wayne mentre solleva Debbie per riportarla a casa, come scrisse Godard, “racchiude tutto il mistero e il fascino del cinema americano”. Scontroso, introverso, resterà comunque solo. Emerge dal deserto come un fantasma, e come tale vi fa ritorno alla fine.

Ford è stato anche straordinario nel saper coniugare con abilità comicità e pathos, tragedia e momenti più leggeri. Nei suoi film grande importanza hanno rivestito i caratteristi e anche in Sentieri selvaggi ci sono momenti esilaranti e personaggi che, per quanto abbiano un ruolo secondario, non sono da sottovalutare. A tal proposito è irresistibile la scena che vede il reverendo Clayton richiamare Greenhill (Patrick Wayne, figlio di John), appena uscito dall’Accademia che va in giro con una sciabola che è più pericolosa quando la rivolge verso i suoi che contro gli indiani o di straordinaria efficacia è il personaggio di Mosè Harper (Hank Worden) che non chiede altro che sognare una sedia a dondolo su cui cullarsi per l’eternità quando tutto sarà finito.

Su tutti però si staglia Ethan, un uomo cupo, rancoroso, dallo sguardo malinconico e profondo, in perfetta sintonia con il paesaggio, l’icona classica del solitario senza famiglia né legge, che si dissolverà pian piano e che sarà destinato, come lo spirito dell’indiano che aveva ucciso all’inizio, a vagare per sempre tra i venti. Da brividi la sequenza finale che riprende quella iniziale: Ethan volta le spalle alla casa e la sua sagoma rimpicciolisce sempre di più e la porta si richiude senza di lui, avviato verso il deserto da dove è venuto. Uno dei più bei film della storia del cinema, dalle emozioni forti, capolavoro indiscusso che, come un grande classico, si sottrae alla mutevolezza dello scorrere del tempo.

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