Revolutionary road, di Sam Mendes (2008)

di Loredana Castellana

Sostanzialmente il film (diversamente dal romanzo) si basa su uno schema abbastanza stereotipato che così si può riassumere: 

  • siamo intrappolati tutti nella stessa ridicola illusione, che ci deluderà puntualmente;
  • un uomo ha certe chance soltanto una volta nella vita, l’occasione di vivere a first rate life, not a second rate;
  • “Ti supporto lavorando 10 ore al giorno in un lavoro che detesto”. “Non devi”. “È la mia responsabilità”. “Chi ha fatto queste regole?” Tormento psicologico;
  • il cliché del pazzo (che anche se ben interpretato da Michael Shannon non racconteremo, perché siete in grado da soli di immaginarvi che banalmente è l’unico sano della situazione)
  • scarafaggi che si mangiano le teste a vicenda;
  • speranza e realtà;
  • complessità delle emozioni.

È il sogno americano degli anni ’50, la novella, classico intramontabile (poiché intramontabile e sempre attuale anche attraverso il succedersi delle epoche storiche) di Richard Yates, Revolutionary Road!

Frank (Leonardo DiCaprio) e April Wheeler (Kate Winslet) si considerano lontani dalla convenzionalità della periferia. Eppure questo è esattamente ciò che si insinua in loro quando comprano una casa nel Connecticut. Lui fatica 10 ore al giorno in un lavoro che odia, mentre lei, casalinga degli anni ’50, anela alla realizzazione e alla passione. Con l’intento di ribellarsi all’apatia delle loro vite, April pianifica una “fuga” che li spinga ai limiti delle consuetudini, che rifugga tradizioni e schemi legati ai ruoli di coppia e di genere, cioè ciò che tocca ad un uomo e marito e ciò che ci si aspetta da una donna e moglie. Il piano di April è di andare a vivere a Parigi e mantenere lei la famiglia.

Ambientato in un classicissimo sobborgo americano, della restrizione delle emozioni, dei silenzi e delle inutili parole, il sogno americano era appunto quello di trasferirsi in una periferia vuota, avere un’esistenza rigida e mondana e non aver davvero nessun altro sogno che quello, non avere altra scelta che mettere a tacere il proprio istinto alla libertà e alla felicità in cambio dell’apparente soddisfazione: il comfort.

Salvo poi, come succedeva sovente a quel tempo (ma pure oggi), dover andare avanti a botte di prescrizioni mediche. Infatti quando Frank si tirerà indietro dal progetto di vita a Parigi perché ha avuto una promozione al lavoro, quindi più soldi, lei gli chiederà se quei soldi pagheranno anche le sue terapie e lui le risponde sfacciatamente di sì!

In questa opera dal sapore teatrale è racchiuso in realtà proprio il fallimento del sogno americano, forse chiamato così perché ironicamente bisogna essere davvero addormentati per crederci. Infatti tutti i personaggi del film lo sono, a partire da Frank Weehlers, ma anche i loro vicini di casa e colleghi di lavoro, che addirittura ostentano un ostinato manierismo isterico, un modo di fare caricaturale, goffo, imbarazzante, artificiale, rappresentando alla perfezione il prodotto stesso di quel criterio economico di concepire e intendere l’esistenza, secondo una visione alterata, sempre e solo superficiale, forse coscienti del vuoto ma senza abbastanza fegato per vederne la disperazione.

Chiusi nell’egoismo dei propri piccoli privilegi, i personaggi si mancano di rispetto nella comunicazione e negli spazi fisici ed emozionali del loro rapporto. Vivono in una trappola che li costringe a provare quello che l’altro si aspetta, fingendo di essere speciali e superiori senza esserlo, accettando l’illusione ridicola di ritirarsi dalla vita e „sistemarsi“ ma quasi punendosi, usando come alibi i figli.

Emozionalmente soffocata e repressa da un ambiente che non le lascia spazio né alternative se non interpretare il ruolo di moglie, madre e casalinga perfetta e apparentemente appagata, è lei l’eroina. April è incredibilmente coraggiosa, perché è capace in qualche modo di comunicare se stessa, le ragioni, le aspirazioni, i desideri, i pensieri, insomma la sua verità. Cerca di comprendere chi lei sia veramente, in questo strano ambiente in cui lei e suo marito sembrano aver perso le proprie identità. È inizialmente inconsolabilmente propositiva, cercando di persuadere il marito nell’esplorazione „di chi davvero sei e cosa ti rende veramente felice“. Si ribella al conformismo, tenta di fuggire dal vuoto disperato, ma come lei stessa alla fine dirà urlando la sua impotenza in modo lacerante „non posso partire, non posso restare, non servo a niente e a nessuno“.

Le proiezioni individuali disattese e l’esperimento umano del conformismo manipolatorio che ti spinge ad illuderti che in fondo nell’estremo agio di una casa ben arredata e riscaldata non hai davvero nulla di cui lamentarti, si riflettono perfettamente nella scenografia (Roger Deakins) e nella fotografia (Kristi Zea) che ricordano i dipinti di Edward Hopper, il cui personalissimo stile è stato spesso imitato da cineasti e fotografi e che ci rimanda puntualmente ad un sentimento struggente e poetico. Gli ambienti composti, reali e metafisici al tempo stesso, illuminati ma privi di vivacità e che comunicano un forte senso di inquietudine. Ambienti vuoti, come appunto lo sono spesso le grandi case, cosi ordinate da sembrare disabitate, immerse nel silenzio. Luci fredde funzionali anch’esse alla solitudine, all’attesa e all’inaccessibilità che nel film si respira.

Il film dura due ore e il regista Mendes, all’epoca marito della Winslet, non si limita a riadattare la storia tratta dal romanzo omonimo di Richard Yates al mezzo cinematografico, ma edulcora il vissuto e le personalità dei personaggi. Nel libro infatti April ha un passato, un’infanzia devastante, mancante di un esempio genitoriale positivo, che il film non ci racconta. Il disagio di April è ben più remoto di quello che lo schermo ci mostra, e anche se l’interpretazione (magistrale) della Winslet è meno isterica del carattere che interpreta, tuttavia mancando sul suo passato, l’infelicità di April risulta basata interamente su quella vita suburbana, piuttosto che sulle proprie fantasie deluse di una vita adulta che non si avvera come lei aveva sperato. E la figura di Frank viene smussata a tal punto che quasi ci spinge a provare empatia per questo giovane padre che lavora e non fa mancare niente alla famiglia; mentre invece nel romanzo di Yates il quadro è più squallido e il libro è più incisivo, pungente, provocatorio: una feroce critica al maschilismo tossico americano degli anni ’50. Frank è la quintessenza dell’american man, il prototipo della locandina pubblicitaria di quel tempo del „don t worry, darling, you didn burn the beer!“

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