Strada a doppia corsia, di Monte Hellman (1971 )

di Girolamo Di Noto

C’è uno straordinario libro di fotografie di Robert Frank, The Americans, pubblicato nel 1958, con un’introduzione di Jack Kerouac, che senza volerlo ci fornisce un prezioso aiuto per comprendere e analizzare uno dei film più belli e controversi degli anni Settanta, Strada a doppia corsia di Monte Hellman, regista indipendente, artigiano di elevato spessore culturale, da poco scomparso in questi giorni. In questo interessante “poema per immagini” c’è una foto in particolare in cui viene fotografata la diritta linea di un’autostrada che sembra correre via verso l’orizzonte lontano e una solitaria vettura in lontananza che viene verso il fotografo.

Strada a doppia corsia rappresenta la versione più pura del film on the road. Riporta il viaggio ai suoi componenti basilari: il movimento, lo scorrere del paesaggio, una lunga striscia di asfalto da percorrere, ma, a differenza dei viaggi di formazione degli eroi dell’Ottocento, non dà più spazio ad avventure che possano produrre nuove percezioni, quanto piuttosto ad escursioni verso repliche del già visto e familiare.

Il film si costruisce intorno ad una gara di cross country tra una Chevrolet grigia del 1955 dal motore truccato, guidata da due giovani californiani, The Driver (il cantautore James Taylor), The Mechanic (Dennis Wilson, batterista dei Beach Boys) e una Ferrari gialla nuova di fabbrica guidata da un pilota enigmatico che si chiama GTO (Warren Oates, attore feticcio di Sam Peckinpah), come il modello dell’auto che guida. Da ovest a est, all’inverso dei pionieri, si muovono questi personaggi senza nome a cui si aggiunge una ragazza, The Girl (Laurie Bird) che decide di viaggiare con loro. C’è una sfida in palio: chi arriverà per primo a Washington sarà il padrone di tutte e due le vetture. Ma presto nessuno avrà più interesse per la competizione e il loro srotolare verso una strada senza fine finirà con il prendere il sopravvento.

Strada a doppia corsia, magnifico pezzo di cinema della New Hollywood, è un film glaciale, freddo come il metallo e il ferro che compongono le parti meccaniche delle vetture che guidano i protagonisti. Si dà nel film molta più importanza alle macchine che alle persone: la Chevrolet viene dissezionata, smembrata dal Meccanico che gli presta cure maniacali, mentre non c’è tra i personaggi voglia di analizzarsi, scoprirsi. Non hanno ideologie, oltre a non avere nomi, non prendono posizione, guidano e basta, concentrati sulle prestazioni dell’auto e su rapporti empatici ridotti all’osso.

Le macchine si riparano, le anime no, sembra dirci Hellman, autore enigmatico, ” poeta minimalista “, come lo definì Tarantino, la cui poetica è stata giustamente accostata ad Antonioni e soprattutto risente delle influenze di Beckett, suo numero tutelare. Con la compagnia della Theatregoers, a Los Angeles, esordirà con un adattamento western di Aspettando Godot, opera che lo appassionerà e che gli ispirerà sempre nuove idee. La lezione beckettiana è già ravvisabile all’interno dei due film che hanno preceduto Strada a doppia corsia, ovvero La sparatoria e Colline blu, due western prodotti da Roger Corman e completati in poco più di un mese con un budget irrisorio, accomunati dal medesimo pessimismo, dalla fatuità del genere umano, dal vagare senza meta dei personaggi, dalla loro indeterminazione dell’identità che è propria dello scrittore irlandese.

Strada a doppia corsia è un film di continue attese pur svolgendosi in perenne movimento. La gara viene costantemente ritardata dalle soste per la manutenzione o dalla necessità di partecipare ad altre corse per racimolare i soldi per il viaggio. È un road-movie disincantato, intriso di solitudine, un viaggio senza scorciatoie, è un Aspettando Godot su quattro ruote, un viaggio ridotto al minimo dei dialoghi, costruito sugli sguardi inespressivi, volutamente catatonici dei personaggi e sul rombo dei motori.

Sulla scia del successo di Easy rider di Dennis Hopper, film del 1969, Hellman motorizza i suoi western esistenziali, scende da cavallo e sale sulla macchina conducendo i suoi personaggi smarriti su strade che portano ovunque e da nessuna parte. Se si esclude il genere di riferimento e le simbologie legate alle strade, il film di Hellman però si differenzia notevolmente da Easy rider per diversi motivi: Hellman rinuncia al ribellismo, inserisce nel cast due musicisti ma il film è completamente libero da musica non diegetica, non c’è la via d’uscita della droga e soprattutto non ci sono le frasi alla moda, le riflessioni filosofiche del film di Hopper. Quando GTO commenta: “Bene, eccoci qua nella strada”, il Pilota taglia corto su qualsiasi possibile meditazione rispondendo: “Già, eccoci pronti”. A differenza del Billy di Easy rider, socievole, il Pilota e il Meccanico sono laconici, sprecano poche energie emotive se non per cose che riguardano la macchina e anche GTO, pur essendo l’unico a parlare di più, non fa altro che riempire il suo vuoto con mille bugie cercando di reinventare la realtà, arrivando persino a raccontare ad un passeggero che lui sta facendo un film su una gara di cross country ma che la realtà è meglio della finzione.

L’influenza di Beckett non è solo presente nella non consequenzialità delle azioni (le tappe sono destinate a svanire lungo un viaggio che non porta da nessuna parte), ma anche dall’annullamento della funzione comunicativa del linguaggio. I silenzi dei protagonisti, ma anche il flusso di parole di GTO non portano a nulla e arrivano alla conclusione che non è possibile ‘tracciare un tracciato’ e l’unica paradossale via d’uscita sembra essere quella di abbandonarsi al movimento ed è quello che sottolinea GTO alla Ragazza in uno dei suoi rari momenti di sincerità: “È così, devi essere sempre in movimento, altrimenti vai a pezzi”.

Il movimento tiene a bada l’alienazione pur non portando a nulla se non srotolando un senso vacuo dell’assurdo. È a differenza di Billy e Capitan America che hanno anch’essi nel movimento l’elemento caratteristico, per quelli della Chevrolet la libertà non finisce con la morte. Easy rider termina con un’inquadratura delle moto in fiamme, nel film di Hellman è il film stesso che alla fine brucia. Hellman dà fuoco alla pellicola suggerendo che è solo il film a terminare, ma non il viaggio. Un finale da urlo, straniante di un iperrealistico road-movie che andrebbe riscoperto, una gemma preziosa d’una stagione irripetibile del cinema americano.

Monte Hellman

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