Scream, di Wes Craven (1996)

di Fabrizio Spurio

(al telefono)
Casey: Perché vuoi sapere il mio nome?
Killer: Perché voglio sapere chi sto guardando…
Casey: Che cosa hai detto?
Killer: Che voglio sapere con chi sto parlando.
Casey: Prima non hai detto così…
Killer: Ah si? E che cosa ho detto?

Da tempo il cinema horror americano stagnava. Le vecchie maschere del terrore, Michael Myers di “Halloween”(1978), Jason Woorhees di “Venerdì 13”(1980) e lo stesso Freddy Krueger di “Nightmare – dal profondo della notte”(1984), stavano perdendo colpi, trascinati in sequel che avevano reso dei miti questi uomini neri, ma li avevano anche allontanati da quel lato oscuro della mente dello spettatore che avrebbe dovuto tremare alla loro comparsa. Ma erano ormai delle icone, dei miti, appunto. Gli (anti)eroi delle pellicole che i fans aspettavano e volevano vedere comparire sullo schermo, sia cinematografico che televisivo.

I film del terrore erano diventati rassicuranti, edulcorati da spaventi eccessivi, e più adatti alle famiglie. Inoltre il successo di queste pellicole, aveva portato alla nascita di imitatori che avevano riversato nei cinema centinaia di serial killer dalle maschere fantasiose e assurde. Tutto questo ha condotto, per tutti gli anni ’80, il genere slasher (il filone horror caratterizzato da un maniaco mascherato, che colpisce giovani ragazzi in luoghi più o meno circoscritti) ad esaurirsi, in un ripetersi stanco di cliché e stereotipi di personaggi da rasentare il ridicolo. Il genere giaceva ormai morto, fino a quando un giovane sceneggiatore, Kevin Williamson, decise di mettersi in gioco con una sceneggiatura dagli spunti originali.

Futuro autore del serial giovanilistico “Dawson’s Creek”, Williamson decise di traslare il suo universo di teenager in un contesto modernamente horror. Scrive così la sceneggiatura di “Scream” e la propone alla Dimension Film che, interessata alla storia chiama Wes Craven a dirigerla.

Craven realizza una pellicola fresca ed entusiasmante, un vero capofila che rinnova i canoni dello slasher. I personaggi, nelle sue mani, diventano credibili e assumono uno spessore che i film precedenti avevano perso da tempo. Non più personaggi stereotipati quindi (la ragazza acqua e sapone che alla fine si salva, il belloccio, il nerd, la svampita tutta sesso), ma veri e propri caratteri con una loro storia e dimensione. La protagonista Sidney (Neve Campbell) è una ragazza che parte come una semplice studentessa, ma che nel corso del film diventa decisa, prende in mano la situazione e combatte per la sua stessa vita. Gale (Courteney Cox) rampante e spregiudicata giornalista, si trasformerà in una forte alleata per Sidney, aiutandola a svelare l’identità dell’assassino. E proprio il maniaco, Ghostface, diventa il simbolo della pellicola e della saga che seguirà al successo di questo film.

La maschera del folle richiama all’immagine dell’ ”Urlo” di Munch. Un’idea geniale che regala al cinema horror un’altra icona (la seconda per Craven, dopo Freddy Krueger). Ma in questo caso la maschera assurge a puro simbolo dell’ignoto. Non ci troviamo infatti davanti ad un killer definito, con una storia, una genesi, come poteva essere appunto per il Krueger della serie “Nightmare”, pedofilo e assassino bruciato dai genitori delle piccole vittime, o come il Michael Myers di “Halloween”, segnato sin da bambino dal Male che alberga nella sua mente. Ghostface è veramente un fantasma, che può nascondere dietro la sua faccia chiunque. Tutti, nel corso della pellicola, possono essere sospettati di essere il killer, per questo la maschera diventa un simbolo di astrazione, di annullamento della personalità. In effetti, Ghostface è, nelle diverse pellicole che compongono la saga, impersonato da diversi assassini. Ma ormai il mito è creato, e basta la comparsa della maschera a far provare il brivido allo spettatore. Chiama al telefono le sue vittime, e gioca con loro. Pone domande sui film horror, e chi sbaglia la risposta muore. Ma anche chi indovina, forse, non è sicuro che avrà salva la vita…

“Scream” è un film intelligente in quanto gioca e rovescia i cardini dello slasher classico. Ne coglie le regole e le stravolge, le elenca addirittura, nel corso della pellicola, per bocca di un personaggio, Randy (Jamie Kennedy). Il pubblico horror conosce bene queste regole, ma anche Craven, che è pronto a stupirlo travolgendole tutte.

Già l’inizio è spettacolare, la lunga sequenza dell’omicidio di Casey (Drew Barrymore) ci fa capire che potremmo aspettarci di tutto in questo film. Far morire la Barrymore a soli 12 minuti dall’inizio della pellicola, significa destabilizzare il pubblico, iniziare un gioco del quale non sarà possibile prevedere lo svolgimento.

Nel film è presente anche una forte vena umoristica, ma è un umorismo che rende il lato thriller ancor più forte. Le vittime non sono solamente corpi da squartare, ma si difendono, reagiscono. Colpiscono duramente il killer, tanto da farci domandare come possa fare a rialzarsi sempre e ricominciare ad inseguirle. Ma il motivo c’è, e rende la figura del maniaco ancora più folle: perché dietro la maschera, in realtà si celano due assassini, che si danno il cambio nelle vesti di Ghostface. E questo rende il cortocircuito più potente, spersonalizzando ancor di più il killer. Veramente il maniaco è un “Ghost”!

Il successo del film è mondiale, spingendo i produttori a realizzare altri tre seguiti. Tutti e quattro i film saranno diretti da Wes Craven. In ogni film si teorizza sul cinema, e non solo horror. Verranno presi in considerazione i canoni dei sequel, delle trilogie e dei reeboot, con il quarto film della serie, che può essere visto come un nuovo inizio (in effetti Craven aveva intenzione di realizzare una seconda trilogia, ma purtroppo il suo decesso ha bloccato, almeno temporaneamente, il progetto), anche se tornano in campo i protagonisti dei capitoli precedenti.

Nei sequel si genera anche un meccanismo perfetto di film nel film. “Stab”, il film all’interno della sceneggiatura, che viene prodotto ispirandosi alle vicende del primo film, diventa il set per le gesta del maniaco. E le sequenze degli inseguimenti e omicidi all’interno dei set, ricostruiti uguali a quelli delle vicende “reali” raccontate nella prima pellicola, proietta i personaggi in un girone di rimandi nei quali, spesso sembrano perdersi. Sembra quasi che non riescano a separare la realtà dalla fantasia. Emblematica in questo senso la sequenza di “Scream 2”, quando Sidney, inseguita sul set di “Stab” da Ghostface , si ritrova a nascondersi in quella che è la ricostruzione della sua stanza.

Si ripetono poi, in ogni pellicola della serie, le geniali sequenze d’apertura, con omicidi che spiazzano lo spettatore. Sempre in “Scream 2”, la sequenza iniziale ci porta in un cinema dove proiettano “Stab”, ed il pubblico è una massa delirante di fans della pellicola che indossano la maschera di Ghostface. Naturalmente tra di loro si nasconde anche il vero maniaco. Ma lo spettatore è disorientato e non sa da che parte il killer colpirà la vittima designata.

Nell’intro della terza pellicola uno dei protagonisti dei precedenti capitoli verrà ucciso, così che lo spettatore capisca che tutti potrebbero essere colpiti, nessuno è al sicuro.

Mentre nel quarto film, l’inizio è un folgorante rimando ai film nel film, nei quali non si capisce veramente quando inizia la vera trama e quando ci troviamo davanti ad un ennesimo “nuovo inizio”…

L’origine di tutti i drammi e i traumi che si susseguono nei vari capitoli, è da ricercarsi nella famiglia della protagonista Sidney. Dall’infanzia travagliata della ragazza, o meglio della sua famiglia, addirittura prima della sua nascita, scaturisce la linea di sangue che inquina la sua giovinezza, in un richiamo e rimando a vendette e rancori dei quali Sidney è destinata a diventare capro espiatorio.

La serie di “Scream” è un’opera che analizza il cinema, i suoi ritmi, le sue regole, per destrutturarle e rielaborarle in un affresco di spavento.

Ma è in definitiva un grande gioco di cinema che vuole divertire il pubblico, e puntualmente ci riesce.

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