La guerra degli Antò, di Riccardo Milani (1999)

di Laura Pozzi

Gli Antò sono per gli abitanti di Montesilvano, comune in provincia di Pescara, brutta gente da evitare, mentre per chi ha amato il film sono gli irresistibili e strampalati protagonisti di una storia e di una guerra filmata e firmata da Riccardo Milani nel 1999. Ricordare oggi questo piccolo e disarmante film, intriso di sincera e autentica purezza è pressochè inevitabile, per via di quel finale in riva al mare costellato da orizzonti “perduti” e dolcemente adagiato su una stagione dell’amore, mai così feroce e attuale. Il film scritto da Sandro Petraglia e Domenico Starnone liberamente tratto dal Il disastro degli Antò, romanzo generazionale scritto nel 1992 da una’allora giovanissima Silvia Ballestra è come dichiarato dallo stesso regista a vent’anni dall’uscita in sala un atto d’amore verso l’Abruzzo. Una terra a lui molto cara, entrata in punta di piedi nel suo immaginario, protagonista di una piccola e nostalgica rivoluzione portata a (non) compimento da quattro punk scapestrati, stufi della vita di provincia e rocambolescamente lanciati verso un no future ingenuamente idealizzato. Una pellicola sospesa nel tempo, dal sapore squisitamente retrò, che si fa beffa degli anni che passano. Merito dei protagonisti, quattro esordienti dalle capigliature improbabili e dai giubbotti borchiati, accomunati dallo stesso nome, ma “smistati” da goliardici  soprannomi scritti e pronunciati in marsicano che in qualche modo ne determinano il destino, marcando un’identità fragile, ma dirompente.

Anto’ Lu Malatu, infermiere/portantino, Antò Lu Zombi postino a Pianella, Antò Lu Zorru anonimo giornalista freelance e Antò Lu Purk, (uno stordito e incisivo Flavio Pistilli) il più irrequieto e insofferente di tutti, forse per via di quello sbarco sulla Luna avvenuto proprio nel giorno in cui lui decideva di sbarcare sul pianeta Terra. Una realtà cupa e oppressiva, cementificata dai progetti “palazzinari” dell’ingegnere Treves e dalla presenza  delle sue figlie, due gemelle sinistramente kubrickiane. I quattro drughi all’amatriciana privi di ultraviolenza, ma soprattutto a digiuno di latte+, trovano rifugio nell’angusto bar Zagabria restando abilmente dentro e fuori il perimetro di una storia dalla personalità apparentemente borderline, ma in realtà molto addentrata nel presente. Siamo nel 1990 e i venti di guerra non spirano solo nel microcosmo abruzzese, ma si estendono per molti chilometri, oltrepassano il deserto e soffiano forte su una piccola striscia di terra chiamata Kuwait, sconosciuta ai più, ma di lì a poco tristemente nota in tutto il mondo. E’ in questo scenario falsamente distopico che Antò Lu Purk, saluta i cumpà e decide di partire verso terre sconosciute. Fomentato e sostenuto dai saggi consigli di Sballestrera, una sorta di fatina/grillo parlante che veglia amorevolmente sul suo destino, Lu Purk arriva a Bologna, animato dalle migliori intenzioni, si iscrive a filosofia, amoreggia senza successo, si butta a capofitto in una relazione fallimentare e in preda alla disperazione più nera si ritrova ad invocare l’adorata nonna, l’unica in grado di comprenderlo fin dalla più tenera età.

Deluso e amareggiato, preso costantemente in trappola dal letale interrogativo “perché loro sì e io no” decide allora di spingersi oltre, di varcare il confine e di ritrovare se stesso nella terra dei tulipani e delle ragazze in vetrina. Ma il prezzo da pagare è alto, anche in termini di stabilità fisica. Per pagarsi il viaggio Lu Purk accetta un lavoro sottopagato in un cantiere e durante una caduta ci rimette una gamba. Pur mantenendo toni da commedia lieve, Milani si concede qualche affondo e la scelta di puntare e valorizzare un dialetto insolito e poco frequentato dalla nostra cinematografia rappresenta un valore aggiunto da non trascurare. Lu Purk per il solo fatto di essere abruzzese viene spesso trattato come “straniero” in casa propria. Bologna non è esattamente quel paese dei balocchi tanto sponsorizzato dagli studenti fuori sede. Per il giovane punk è un posto quasi incomprensibile, popolato da sordidi e ridicoli individui (vedi l’altezzoso e vagamente razzista Pietro Broccoli interpretato da un subdolo, ma straordinario Francesco Bruni qui in veste d’attore). E giunto ad Amsterdam la musica non cambia, “le grandi speranze” del povero Lu Purk vengono presto disattese, la condizione di eterno emigrato diviene sempre più aspra e tangibile. E di certo non facilita l’arrivo improvviso di Lu Zorru, in qualità di disertore. Ad attendere gli Antò ci sono un futuro piromane, un incursione a Chi l’ha visto e un raggelante (forse) ritorno a casa. Una triade da far tremare i polsi.

Il film un po’ alla maniera del suo protagonista perde spesso la “bussola”, adeguandosi ad un tessuto narrativo anarchico, velatamente rarefatto. Gli Antò sono quasi una razza in via d’estinzione: fuori posto, fuori tempo, fuori luogo e con il loro linguaggio pericolosamente fuori sync. Ma è questa bizzarra alterità a renderli speciali e vibranti come le note della piccola orchestra Avion Travel, magicamente sedotta dal loro errare claudicante. Nel folle e stralunato universo che li circonda le debolezze e gli orrori del mondo, vengono stemperati da desideri che non invecchiano quasi mai con l’età. I veri volti e nomi dei protagonisti (Flavio Pistilli, Federico Di Flauro, Paolo Setta e il compianto Danilo Mastracci prematuramente scomparso nel 2015) vengono svelati tra le onde del mare, accompagnati da una stagione dell’amore (in versione orchestrale) improvvisa e sorprendente. Miracolosamente riapparsa.

 

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