Le Bonheur (e le Douleur) – Il verde prato dell’amore, di Agnès Varda (1965)

di Greta Boschetto

Le Bonheur (in Italia conosciuto come “Il verde prato dell’amore”) è un film del 1965 di Agnès Varda con Jean-Claude Drouot, Claire Drouot, Olivier Drouot, Sandrine Drouot e Marie-France Boyer.

“È semplice sai? Tu, io e i piccoli siamo come un frutteto. Poi un giorno noto un melo che cresce fuori dal campo e fiorisce con noi. Sono dei frutti in più, dei fiori in più.” Su un prato giallo di girasoli, in una nuova primavera che è pronta a esplodere nella campagna francese, una coppia passeggia di domenica insieme ai suoi figli, una bambina e un bambino piccoli, dolci, sereni. Mozart li accompagna come colonna sonora, i colori pastello ma estremamente vividi ci portano dentro a un quadro di Monet. “Che bella giornata, che bella domenica” dice il marito mentre riceve dolci baci dalla giovane e tenera moglie. Era il 1965, la primavera di tutte le future rivoluzioni sociali, culturali, sessuali e di costume. Tutto è apparentemente perfetto, tutto è curato nei minimi dettagli, sia nella vita dei protagonisti che nel film, una gioia pura per gli occhi. 

François è il padre e il marito, falegname in una piccola azienda; Thérèse è una sarta casalinga che lavora da casa, ma soprattutto madre e moglie; Gisou e Pierrot sono bambini semplicemente perfetti, bellissimi, mangiano, dormono ovunque, senza mai fare capricci. Che cosa può rischiare di turbare questo equilibrio statico e assoluto? La felicità infelice a cui l’essere umano è incline per natura, quello stato di agitazione che arriva senza nemmeno che ce ne si renda conto, nel momento più quieto della nostra esistenza, quell’istante in cui si rischia di innamorarsi di una qualsiasi persona che si incontra per caso alle poste. 

Inizia così un ménage a trois, il tipico lui-lei-l’amante di lui, basato esclusivamente sulle necessità del maschio: arriva dall’amante, le racconta quanto ama sua moglie, è sempre lui il perno del discorso, si innalza a centro del mondo, senza mai chiedere come stanno gli altri e cosa sentono, troppo impegnato a parlare di sé. Non è cattivo, non è un collezionista di donne, ama tutte, anche l’amante (terribilmente simile e quindi sovrapponibile alla moglie), è l’uomo del senso di colpa inesistente, dei non rimorsi, delle non conseguenze in nome della libertà, dell’amore che vede come universale, sacrosanto pensiero se fosse non imposto e comunicato tempestivamente anche a Thérèse, che inizialmente resta ignara di tutto. Nel suo universo egotico, Françios è sempre più felice, non fa mancare niente a nessuno. 

In una delle tipiche passeggiate domenicali della famiglia, la moglie gli chiede come mai negli ultimi mesi fosse più allegro del solito e lui le racconta di avere un’amante, ma che questo non vuol dire che sia meno innamorato di lei, anzi, la presenza di entrambi gli amori li nutre e li esalta contemporaneamente e vicendevolmente. Non si preoccupa di come lei viva davvero quella novità da lui imposta, perché Varda, pioniera femminista e pensatrice antropologica, anche questo vuole mostrarci: un mondo dove le donne agiscono in uno scenario dove il protagonista, inconsapevolmente perché costantemente abituato a essere al centro, è sempre e comunque il maschio. 

Dopo l’iniziale spaesamento, i coniugi fanno l’amore e si addormentano. Al risveglio, Thérèse è sparita. Lo scenario campagnolo, felice e spensierato, muta, diventa teatro di una tragedia: cercata o casuale? Thérèse scivola nel fiume o, resasi conto della sua sostituibilità e della sua oggettificazione, commette un estremo atto di ribellione, cosciente che nulla intorno a lei sia mutato ma che invece la sua vita in un attimo è cambiata per sempre? La regista non lo vuole svelare, non vuole giudicare apertamente, non vuole puntare il dito: dissemina indizi e lascia allo spettatore la possibilità di arrabbiarsi, risentirsi o intristirsi.

La giovane moglie è scivolata o si è buttata nel fiume? Come una moderna Ofelia, spinta alla follia dal dolore, anche Thérèse viene raccolta dalle acque con un mazzo di fori tra le mani. Come in Shakespeare, che non mette in scena il momento più tragico dell’esistenza di Ofelia (ovvero la sua morte), anche Varda non ci mostra questa sequenza e le cause reali e oggettive della morte, e così l’assenza diviene presenza ancora più incisiva del momento drammatico, senza mostrarlo.

Il lutto ovviamente sconvolge il marito, perché comunque era davvero ancora innamorato anche della moglie: ma è facile sostituire un amore con un altro. Come la terra, come la vita sulla terra che segue il ciclo delle stagioni, anche la vita degli esseri umani è soggetta a ripetitività: sboccia in primavera, vive durante la lunga estate dell’esistenza, appassisce poi in autunno per infine morire in inverno. Ripetutamente. 

Pochi mesi dopo, la giovane amante non può che diventare quindi la compagna ufficiale e ricreare così l’equilibrio iniziale della coppia di partenza: la somiglianza con la defunta moglie diventa sempre più evidente, brutale. Nulla sembra davvero cambiato: anche lei lava i piatti come faceva Thérèse, accudisce i bambini come faceva Thérèse, sistema la casa, cucina la cena, di domenica passeggia con la famiglia.

Non è più primavera, i colori sono quelli caldi dell’autunno, luce d’oro e di rubino invade l’aria tersa e fresca. Il mondo intorno ai protagonisti apparentemente è cambiato, e loro apparentemente no, sembrano gli stessi quattro personaggi dell’inizio. 

Pochi film mi hanno ispirato così tante domande e interpretazioni: è una satira sociale? Uno sberleffo alla famiglia tradizionale? Una lirica evocativa del matrimonio aperto? Il personaggio maschile è ingenuo e positivo o un egocentrico narcisista che non accetta il cambiamento da amore giovane ad amore adulto? Ma soprattutto, siamo davvero in diritto di giudicarlo? 

Le Bonheur è un film brutale, ancora più violento perché intriso di momenti di dolcezza e bellezza estremi, mostra senza mezzi termini le oscurità della normalità, il disordine che si cela dietro il decoro delle famiglie tradizionali apparentemente perfette: cinicamente la morte non è per forza una fine, ma porta a una nuova nascita, a una sostituzione, e Varda ci sbatte in faccia con la delicatezza di una carezza cromaticamente ed esteticamente perfetta che siamo tutti facilmente sostituibili.

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