Le vite degli altri, di Florian Henckel von Donnersmarck (2006)

di Marzia Procopio

Un lungo, minuzioso, estenuante interrogatorio: cinque minuti nei quali le tecniche di manipolazione mentale tipiche dei regimi totalitari vengono applicate per estorcere a un sospettato informazioni su presunte attività sovversive, e che il solerte capitano della polizia del Ministero per la Sicurezza dello Stato Gerd Wiesler (Ulrich Mühe) fa ascoltare ai suoi allievi e futuri agenti. Così inizia Le vite degli altri, film del 2006 scritto e diretto da Florian Henckel von Donnersmarck vincitore del Premio Oscar per il miglior film straniero.

Berlino Est, novembre 1984. Il drammaturgo di successo Georg Dreyman (Sebastian Koch) e la sua compagna, la famosa attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), considerati tra i più importanti intellettuali del regime comunista, frequentano il bel mondo godendo di una grande considerazione e del successo. Ma la Repubblica Democratica Tedesca, che si sta ormai avvicinando alla fine, mantiene il potere attraverso uno spietato sistema di controllo, sorveglianza e intimidazione, quindi nessuno può dirsi per sempre al sicuro. A Gerd Wiesler viene ordinato di controllare la coppia dal suo amico tenente colonnello Anton Grubitz, il quale vuole in questo modo ingraziarsi il ministro della Cultura Hempf, innamorato della diva e desideroso di sbarazzarsi del rivale, più per dimostrare il suo potere che per “amore”. Per Wiesel, uomo freddo, quasi apatico nei confronti della vita e degli altri, è l’occasione che potrebbe portarlo a una promozione. Viene così messo in atto un perfetto “processo operativo”: Wiesler installa il suo centro di monitoraggio in una soffitta del palazzo, da dove ascolta e registra diligentemente nei verbali conversazioni private, i momenti di intimità della coppia, le appassionate discussioni sulla vita e sull’arte. La scoperta pericolosa e inaspettata dell’amore, della letteratura, della libertà e della possibilità di una condivisione emotiva, il confronto con la coppia che osserva in segreto, inducono Wiesler a prendere progressivamente consapevolezza della miseria della propria esistenza e gli aprono un mondo che non ha mai conosciuto prima; e senza che se ne renda conto, le ‘vite degli altri’ lo cambiano: vittima di una solitudine non voluta (come è evidente nella scena con la prostituta) e parte di un ingranaggio disumano che tritura tutto ciò che incontra sul proprio cammino, incapace di tenersi a distanza dalle emozioni che prova, Wiesler prende coscienza dell’ingiustizia di quello che sta facendo. Lo si vede bene nella scena dell’ascensore, dove incontra un bambino piccolo che ingenuamente gli rivela che suo padre e tutti, nel palazzo, sanno cosa fa per vivere; Wiesler, con automatismo pavloviano, fa per chiedere al bambino il nome di suo padre, ma si ferma appena in tempo, fingendo che la sua curiosità riguardi il nome della palla.

Dalle intercettazioni non emerge nulla di compromettente per Dreyman, ma tutto cambia quando il regista Albert Jerska (interpretato da ‎Volkmar Kleinert), che non lavora da anni in quanto inviso al regime, si toglie la vita; poco prima di suicidarsi, Jerska regala all’amico Georg lo spartito di una Suonata per uomini buoni che viene associata, nei dialoghi del film, alla celebre sonata per pianoforte Appassionata di Beethoven, a ‎causa dell’opinione che su di essa aveva espresso Lenin: “Non devo ascoltarla o non terminerò la ‎rivoluzione”. Il suicidio di Jerska spinge lo scrittore, che fino a quel momento si era mantenuto cauto e sostanzialmente fedele al socialismo e al regime, a scrivere un articolo sull’alto tasso di suicidi nella DDR; riesce a farlo pubblicare sul celebre settimanale Der Spiegel grazie al determinante contributo di Wiesler, che, durante l’ascolto dell’esecuzione da parte di Dreyman ‎in memoria dell’amico scomparso, sempre più in conflitto con la sua lealtà alla Stasi, al partito e alle sue scelte esistenziali, decide di ribellarsi al sistema e di usare il proprio ruolo non più per spiare ed ‎incastrare Dreyman, bensì per proteggerlo. Wiesler copre l’attività sovversiva di Dreyman e dei suoi amici mentendo, nei verbali, sulla natura del nuovo lavoro dello scrittore; si origina da qui una valanga di eventi drammatici, fino al tragico epilogo.

Senza puntare il dito, ma in modo emozionante e coinvolgente, Le vite degli altri mostra quale sia, nelle vite di cittadini anche irreprensibili come Dreyman, la portata di un regime che si tiene su torture, intimidazioni, sospetto e paura. Quello che impressione della pellicola è la semplicità con cui vengono descritti gli effetti drammatici di un regime di polizia nelle vite delle persone; non solo degli intellettuali, che come potenziali dissidenti vengono controllati e classificati secondo cinque tipi psicologici, ma anche delle persone ‘normali’: si pensi alla dirimpettaia di Dreyman, cui viene intimato di non dire nulla quando vede la Stasi entrare nell’appartamento dello scrittore per piazzare le microspie, pena ritorsioni sul figlio. L’atmosfera che caratterizzava la Germania dell’Est negli anni Ottanta, cioè nel decennio che vedrà la fine del regime, emerge bene anche nelle relazioni fra i personaggi protagonisti. Lo scrittore nel privato è titubante, insicuro; Christa-Maria lo ama, ma cede alle violente pressioni del ministro per il proprio tornaconto professionale: a mettere in luce la loro sostanziale banalità è lo sguardo di Wiesler, che li rivela meno interessanti e perciò meno meritevoli di sospetto; ci sono poi il servilismo e la paura degli agenti semplici della Stasi, che emergono nella scena della barzelletta politica, le minacce dei potenti, spesso espresse con disarmante noncuranza, ma soprattutto – l’aspetto che più ha decretato il grande apprezzamento di critica e pubblico – la metamorfosi di Gerd, che avviene senza colpi di scena, attraverso una serie di particolari impercettibili.

Al suo primo lungometraggio, il regista si confronta con la storia della DDR con un’indagine piena di tensione, che mescola thriller e dramma e dà un contributo importante al processo di metabolizzazione con cui in quegli anni la Germania faceva i conti, cinematograficamente parlando, col proprio passato: aveva iniziato nel 2003 con la commedia Goodbye Lenin, proseguito con La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler del 2004 e con La rosa bianca – Sophie Scholl, film pluripremiato del 2005 che racconta la cattura, la breve prigionia, il processo e la condanna alla pena capitale subìti da Sophie Scholl, da suo fratello e da un loro amico, accusati di cospirazione contro il regime del Führer perché facenti parte del gruppo clandestino di opposizione denominato Rosa Bianca. Ultimo, ma non per bellezza e importanza, Le vite degli altri, che mostra il lato oscuro del regime della RDT senza accusare, ma mostrando le debolezze e gli abissi dell’uomo attraverso una storia che sì, si svolge nella Berlino della guerra fredda ma potrebbe anche svolgersi altrove, in qualunque luogo o società dominata dall’oppressione. La densità narrativa ed emotiva è dovuta non soltanto alla sceneggiatura fluida, alla colonna sonora di Gabriel Yared, Oscar per The English Patient, e Stéphane Moucha, e alla meticolosa attenzione ai dettagli, ma anche e soprattutto all’intensa prova attoriale dei protagonisti, che lavorano per sottrazione, tenendosi lontano dai grandi gesti e dalle esagerazioni, in una corrispondenza esatta con la dissimulazione che gli abitanti di Berlino Est devono aver saputo esercitare, in quegli anni, con grande perizia. Martina Gedeck interpreta l’attrice Christa-Maria Sieland con intensità crescente, ma sulla scena domina Ulrich Mühe, che incarna la Stasi con le sue brutture, i suoi interrogatori sfiancanti e condotti con scientifica spietatezza, e progressivamente sa esprimere il cambiamento interiore del suo Gerd Wiesler con gli occhi, con i sorrisi. La cinepresa si sofferma sul suo volto quasi immobile, rigido, che lentamente lascia trasparire il passaggio: dall’abiura dei suoi ideali alla scoperta irresistibile di nuovi insospettati aspetti della vita, Wiesler – che così diviene emblema del processo di disfacimento “dall’interno” della DDR – da un certo momento in poi agisce i suoi nuovi sentimenti pianificando con calma finché non può più prevedere le conseguenze delle sue azioni. Sebastian Koch è Dreyman, la tipica star intellettuale del socialismo; soffre anche lui delle costrizioni e dei vincoli imposti dallo Stato, ma ci ha fatto i conti e cerca di lavorare con onestà, nel rispetto sia della propria coscienza sia del socialismo. Portatore di qualche ingenuità di troppo, una delle quali emerge proprio durante l’ascolto dell’Appassionata, quando chiede pensoso, “Ma come fa chi ha ascoltato questa musica, ma veramente ascoltato, a rimanere cattivo?” (come se davvero la musica, l’arte, potessero davvero cambiare esseri così radicalmente disumani come i dirigenti e gli agenti della Stasi), Dreyman scoprirà, dopo la ‎caduta del Muro, che è stato proprio Wiesler ad aiutarlo e a coprirlo e gli ‎dedicherà il suo libro, intitolato La Sonata ‎dell’Uomo Buono.‎

Il film si chiude con la scena di Gerd che, passando davanti ad una libreria, vede la pubblicità del libro di Georg; entrato, leggerà la dedica a HGW XX/7, cioè il suo codice durante il servizio nella Stasi. La sua espressione davanti alla dedica è un sorriso: la Germania, apertasi con la caduta del muro a un futuro più libero e luminoso, è cambiata insieme a questo anonimo ex agente della Stasi, che ha pagato pesantemente le proprie scelte condannandosi a una vita professionale alienante ma aprendosi a una dimensione interiore più serena ed etica.

Disponibile su Raiplay.

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