I diari della motocicletta di Walter Salles (2004)

di Simone Lorenzati

“Viaggiamo per viaggiare”, dice Ernesto Guevara de la Serna (Gael García Berna) a chi gli domanda perché mai, con il suo amico Alberto Granado (Rodrigo De La Serna), stia attraversando l’America Latina. I Diari della Motocicletta (Diarios de Motocicleta) è un film del 2004 diretto da Walter Salles che venne presentato in concorso al 57° Festival di Cannes.

Viaggiamo per viaggiare, insomma, afferma deciso il futuro Che. E a ben guardare avrebbe potuto rispondere in moltissimi altri modi: per conoscere un continente grande quanto sfortunato, per arrivare su, là, in alto, fino a San Pablo, fino al suo lebbrosario, oppure semplicemente per prender congedo per sempre dalla giovinezza (lui all’epoca aveva ventitré anni, l’amico ventinove). Invece Guevara non indica altra meta per il loro viaggio che non il viaggio stesso. E in questa risposta, in questa apparentemente banale risposta, banale e tuttavia lasciata aperta, sta il senso ultimo de I diari della motocicletta.

Sono molte le ragioni che un viaggiatore può addurre per il suo decidere a mettersi in cammino, così come almeno altrettanti possono essere gli scopi, alcuni certamente sinceri. Tuttavia, ed eccolo il vero nocciolo della questione, tutti rischiano di impoverirne l’esperienza. L’avere una meta, il (ri)conoscerla a priori, ben prima di esserci fisicamente arrivati, non può non banalizzare il viaggio. Ché questo, se non è solo un transito, se non è solamente uno spostarsi da luogo a luogo, trasforma un semplice viaggiatore in una sorta d’eroe, un impavido eroe che si avventura oltre la soglia dell’ovvio. Il suo valore diviene così misurato dalla propria disponibilità a disorientarsi, dal voler perdersi. E perdersi, alla fine, non è che la condizione essenziale per riuscire a ritrovarsi.

Eccoli, dunque, i due protagonisti della pellicola. Disponibili a disorientarsi, aperti all’infinita ricchezza del possibile, Ernesto e Alberto salgono dunque sulla loro “Poderosa”, sulla vecchia – ma felicemente – inaffidabile Norton 500. Siamo nell’Argentina di Juan Péron, ed è il 4 gennaio ’52. Da qui a meno di tre anni, la Francia dovrà andarsene dal Vietnam, per poi essere sostituita dagli Usa. Nella Saigon di The Quiet American, nel ’55 (ma nel libro si parla di tre anni prima) Graham Green farà dire ad un suo personaggio che “presto o tardi occorre prender partito, se si vuole restare umani”. Esattamente come, a Parigi, nel ’51, Albert Camus ha scritto qualcosa di molto simile in “L’homme revolté”.

Intanto, appunto, Ernesto e Alberto si mettono in viaggio. Alle spalle si lasciano il loro breve passato, davanti hanno solamente il loro futuro. E’, dunque, un viaggiare senza altra preoccupazione, senza altra cura che non quella di stare in sella alla “Poderosa”. I giorni e le settimane non hanno limiti, nemmeno quelli che Alberto ha programmato sulla carta geografica. Volentieri il cinema s’abbandona a quest’infinitezza sospesa. L’amore di Ernesto e Chichina (Mia Maestro), le avventure veloci di Alberto, gli stratagemmi per rimediare un pranzo oppure un letto, la neve inaspettata sulle montagne del Cile, la fuga da un marito ubriaco e geloso: tutto arriva ma tutto scorre pure via, nell’ingenuità di un tempo che sembra ostinarsi a non conoscere né direzione né senso.

E tuttavia, di settimana in settimana, il viaggio cerca e trova la propria direzione e il proprio senso. Capita per esempio che i due amici arrivino a Macchu Picchu, e che vedano quel che resta d’una grandezza ormai perduta. E capita anche, semplicemente, che vedano gli uomini e le donne, nelle strade e nei mercati: volti e voci che, d’improvviso, non sono più lontani, e che li costringono ad interrogarsi. Un uomo e una donna li colpiscono più di chiunque altro: costretti a fuggire, derubati della loro stessa casa, agli occhi di Ernesto e di Alberto sono una domanda di carne e di sangue. E allora sì, davvero, come si può non prender partito, come si può non “prendersene cura”, se – semplicemente – ci si ostina a voler rimanere umani?

Ora, davvero, i due viaggiatori hanno varcato quella soglia, quella finalità al principio sconosciuta. Si sono persi nel continente che credevano di conoscere, ma di cui conoscevano solo la carta geografica. Si sono disorientati. Ed è stato proprio quel che hanno visto a farli perdere, a disorientarli. Ora per loro, infine, si tratta di ritrovarsi, e dunque di cominciare ad avere un futuro, nella serietà della vita adulta. Ma non sarà lo stesso futuro, ne sarà lo stesso “prendersi cura”.

Uno, Alberto, sceglierà la via più normale, più oscura: in ospedale, giorno dopo giorno, a tentare e ritentare, nella faticosa speranza d’essere utile. Non è incoerente, anzi, questa sua scelta, con la sua abitudine di considerare la vita con troppo rigore. E’ pronto a mentire, e a perdonarsi molto, spesso troppo. Ma è lo stesso tipo di perdono, di profondo perdono, che è pronto a concedere agli altri. E soprattutto, Alberto è pronto a tentare e ritentare.

Ernesto, invece, è più sofferente, più diretto, più duro. Ed è più preoccupato della verità, che gli sembra più importante degli uomini e delle donne a cui la si dice. Ed è più importante anche della sua stessa vita. Che sia la scelta di Alberto quella giusta, o che sia invece quella di Ernesto, in ogni caso i due, quella verità, non l’abbandoneranno mai.

Perché, dopo aver conosciuto molte persone nuove e dopo aver girato posti magnifici ed incontaminati, Ernesto e Alberto raggiungono quella che sarà probabilmente la tappa più significativa del loro viaggio: il lebbrosario di San Pablo (Perù) gestito dal dottor Bresciani. E questo posto possiede la particolarità di essere diviso in due parti da un fiume: da un lato vivono i medici mentre, dall’altra, i malati di lebbra. Plasticamente l’acqua divide i sani dai malati, esattamente come gran parte del Sudamerica è suddivisa in gente ricca, e che tende ad arricchirsi sempre di più – proprio grazie al lavoro svolto dalla gente povera – gente povera a cui non rimane che accettare le regole del gioco. E’ in questo posto che si smuoverà qualcosa nelle viscere di Ernesto il quale, nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno, terrà un discorso che lascerà a bocca aperta tutta la gente del lebbrosario, Alberto compreso.

“Vorrei aggiungere qualcosa che esula un po’ dal tema di questo brindisi. Anche se può sembrare presunzione eleggersi ambasciatori di una causa tanto nobile e importante, crediamo tuttavia – e questo viaggio ha rafforzato la nostra convinzione – che la divisione del Sudamerica in diverse nazioni è falsa, è illusoria e completamente fittizia. Costituiamo un’unica razza meticcia dal Messico, fino allo stretto di Magellano. Quindi, nel tentativo di liberarmi dalle strettoie dei confini nazionali, io brindo al Perù, ma anche all’America unita.”

Addio Ernesto. Benvenuto Che.

5 risposte a "I diari della motocicletta di Walter Salles (2004)"

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  1. Perché m’incanto sempre a leggere le recensioni di Roberta Lamonica? Certamente perché non sono recensioni ma la ricostruzione umana di quel che il film narra. Lamonica va al di là della trama facendo rivivere i personaggi attraverso la propria cultura, evidenziando le loro personalità e donando loro un senso che da un lato esalta la bellezza del film, dall’altro proietta i personaggi nel loro mondo reale e lo fa penetrare nel mondo del lettore. Un grazie alla sensibilità di questa scrittrice (articolista mi sembrerebbe assai riduttivo).

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