Carol, di Todd Haynes (2015)

di Carla Nanni

Immergiamoci nell’inverno fumoso di una NewYork anni cinquanta, due donne parlano sedute ad un tavolo in un bar elegante e sono interrotte da un amico della più giovane, che irrompe nel bel mezzo della conversazione. Un’algida bionda si alza in maniera dignitosa dalla tavola, per lasciarli soli, l’altra la insegue, ma si decide troppo tardi e la perde in una notte di pioggia, mentre ricorda il perché di questo allontanamento.

Todd Haynes dirige due attrici straordinarie, Rooney Mara e Cate Blanchett, in una storia articolata, che non è solo la narrazione di un amore tra due donne diametralmente opposte per età, classe sociale, vissuto e necessità, ma è anche un dipinto raffinato sul coraggio di sfidare le convenzioni, in un’America che ancora deve vedere le sue lotte di emancipazione.

Lei è Carol. È bellissima, elegante come un gatto, raffinata, e nonostante tutti gli spigoli che può avere una donna come lei è un essere dolce, sofferente, che ha la voglia bruciante di riprendersi la sua vita. Carol è decisa e anticonformista, ribelle alle convenzioni della sua epoca, una guerriera che lotta per i suoi principi, Carol è bellissima. E abbastanza ricca per poter essere tutto questo.

Quando il romanzo di Patricia Higsmith fu pubblicato, nel 1952, probabilmente nessuno pensava di farci un film, fin troppo coraggioso già scrivere di certi argomenti e non solo perché è una storia omosessuale, ma perché parla senza giri di parole di diritti delle donne, delle madri, delle mogli e dei ruoli e dei poteri imposti da una società bigotta e chiusa. Un altro motivo per il quale questa storia è stata messa in scena solo adesso è che la diva adatta ad interpretare Carol doveva ancora nascere, perché in questo film Cate Blanchett è immensa. Si muove, parla anche solo con gli occhi, riempe lo schermo con la sua fisicità austera e fa tremare le ginocchia con quello sguardo tagliato e tagliente, si fonde col suo personaggio e Carol prende vita nei suoi sorrisi e nell’esternazione del suo dolore.

Therese ha vent’anni e sembra avere gli occhi smarriti, ma è normale se si è chiusi in una società che non ti permette di essere libera di ricercare ciò che si vuole. Therese sembra non vedere la propria via, tra un lavoro che le sta stretto e un fidanzato che non ama, la voglia di volare anche lei e in attesa che qualcuno apra la gabbia in cui è rinchiusa. Deve ancora capire cosa vuole fare da grande, ha l’animo di un’artista e se la cava con la fotografia, anche se si sente a disagio nel fotografare le persone, perché è entrare nella loro intimità,è come rubare la loro anima. (non le do affatto torto. ndr). Therese è una ragazza in cerca di una ispirazione, forse, qualcosa per cui vale la pena di vivere a dispetto della sua condizione attuale.

Due donne si incontrano che è quasi Natale, in un centro commerciale. Nessuna di loro due vorrebbe essere li. Con un uso delizioso della fotografia e delle inquadrature, Carol riempie la scena e Therese si illumina d’immenso, c’è una complicità immediata e imminente e il resto del centro commerciale, con inquietanti bambole in vendita, le famiglie, i rumori scompaiono per lasciare posto a loro due.

I titoli di testa sono emblematici, con la musica d’orchestra di Carter Burwell e la grata, che sembra un cancello, una gabbia. Stiamo entrando in una prigione senza pareti e vi sono entrambe. Carol ha tutto nella vita, è tutto ciò che desidera una donna americana, è bella, elegante e ricca, perché ha un marito ricco, una casa in campagna e una figlia adorabile. Carol non è felice, sta divorziando dal marito, perché lui la considera un oggetto e lei non ci sta, non riesce. La bellezza di Carol è questa onesta fierezza con cui fa sentire la sua voce, la sua determinazione a togliersi la maschera da moglie perfetta, da esporre alle feste con gli amici e colleghi di lavoro, dal marito potrebbe fuggire, ma alla fine resta e combatte. E vince, a dispetto di tutto, proprio su se stessa.

C’è nella fotografia di Lachman il pensiero di far recitare persino gli ambienti; la percezione degli stati d’animo, dei pensieri nascosti, delle insofferenze palesi, viene data dai filtri naturali attraverso cui vengono riprese le due protagoniste, che siano finestre, pozzanghere, finestrini d’auto e fari che fendono il buio sulla strada. Il pregio di essere girato in pellicola invece che in digitale sta nelle atmosfere vibranti e nel rendere visivamente la forza e la tensione con cui Therese e Carol affrontano loro stesse e il loro percorso.

Therese fotografa Carol, di nascosto, scoprendo che può andare oltre quella patina di apparenza che la ricopre, togliere il velo dagli occhi di una donna piena di controllo, si accorge che la fotografia è il mezzo che ha per scoprire se stessa e gli altri e capire cosa vuole dalla vita ed è la scelta di un percorso che può variare nella strada e nell’espressione, ma non nelle intenzioni. Nel fotografare Carol, Therese esprime tutto ciò che ha dentro, per carpire tutto ciò che dentro ha lei.

Un sentimento cosi forte come l’amore è inevitabile poi, quando si scappa dalle stesse prigioni, dalle stesse paure. Ciò che fa di questa pellicola un film da Pride, non è la storia omosessuale in sé, ma il racconto di un’autodeterminazione potente, che porta ad una vittoria finale: quella, finalmente di poter vivere la propria vita, senza compromessi.

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