La famiglia Passaguai, di Aldo Fabrizi (1951)

di Girolamo Di Noto

Aldo Fabrizi è, assieme a George Stevens, un’altra delle figure al centro di una delle retrospettive principali del Festival del Cinema Ritrovato in programma a Bologna dal 20 al 27 luglio. Noto al pubblico internazionale come l’indimenticabile Don Pietro Pellegrini, il prete di Roma città aperta di Rossellini e a quello italiano come uno degli attori comici più famosi, espressione di una Roma bonaria e popolare, Aldo Fabrizi è stato un grande attore ma anche un regista da non disprezzare, che pose come peculiarità del suo stile, l’introduzione di elementi comici e insieme melodrammatici e mettendo al centro della sua idea di cinema l’attenzione all’umanità del popolo, ai suoi difetti e alle sue grettezze ma anche alle sue ingenuità e generosità.

Tratto da una novella di Anton Germano Rossi, umorista del gruppo del Marc’Aurelio, cui appartenevano anche Fellini e Scola, La famiglia Passaguai è il terzo dei nove film firmati come regista da Fabrizi a cui seguiranno, per via dell’enorme successo ottenuto, altri due sequel: La famiglia Passaguai fa fortuna e Papà diventa mamma. Collocandosi a metà strada tra le macerie della guerra e i sogni facili del boom economico che sta per arrivare, il film è una scatenata commedia di costume e degli equivoci in cui Fabrizi nel triplo ruolo di regista, attore e sceneggiatore ironizza con arguzia e leggerezza sui comportamenti di una famiglia piccolo-borghese alle prese con una domenica da trascorrere al mare, a Fiumicino, per dimenticare le noie della vita quotidiana.

La domenica al mare della famiglia Passaguai – il capofamiglia Peppe (Fabrizi), la moglie Margherita (Ave Ninchi), i figli Pecorino (un giovanissimo Carlo Delle Piane), Marcella (Giovanna Ralli) e il piccolo Gnappetta (Giancarlo Zanfati) inizia sin dalle prime ore del mattino con i laboriosi preparativi per il cosiddetto fagotto, il pranzo da portare dietro e da consumare in spiaggia (fettine panate, melanzane e peperoni fritti “nell’olio buono, quello della Sabina”), prosegue con un avventuroso viaggio in navetta per raggiungere il lido e, una volta arrivati a Fiumicino, continua con le esilaranti disavventure della famiglia, rese ancora più complicate grazie agli incontri di altri personaggi strampalati che renderanno la domenica, nelle intenzioni rilassante, un vero e proprio incubo.

Fabrizi è straordinario nel dare vita con la sua mimica inimitabile, la sua corpulenza bonaria e il suo linguaggio arguto e ad effetto, a ripetute gag che strizzano l’occhio alle comiche di Stanlio e Ollio, al primo Chaplin e richiamano, seppur in modo diverso per come sono rappresentate, le sofferte vacanze di Monsieur Hulot di Tati. Si avvale di un cast straordinario, in grado di sintetizzare con pochi tratti tanti aspetti del vivere comune: Ave Ninchi, che in un ruolo simile aveva già dato bella prova di sé l’anno precedente in Domenica d’agosto di Emmer, dispensando quintali di pomodori ripieni, la moglie ingombrante, gelosa, burbera e incontentabile, sempre scontenta che non fa altro che ripetere: “Sai quant’era meglio se annavamo ad Anzio…”, che cucina fettina e verdure panate per essere sicura di avere uno spuntino pronto per l’occasione, il figlio svogliato e piantagrane interpretato da Delle Piane che vuole essere sempre pagato per ogni minimo incarico, il bambino Gnappetta, abilissimo nel fare pernacchie, il capoufficio isterico (Tino Scotti), un collega d’ufficio mellifluo ( il grande Peppino De Filippo), la bella Giovanna Ralli preoccupata per il suo fidanzato che decide di seguirla in incognito, il signor Troppi (Luigi Pavese) impossibilitato a mangiare cocomeri, le tre zitellacce moraliste e pettegole, il bagnante logorroico.

Attori ben amalgamati che danno vita ad imprevisti senza soluzione, personaggi che racchiudono un insieme di umori, credenze popolari, espressione di un popolo non solo romano ma nazionale che vuole solo lasciarsi alle spalle la miseria della guerra e vuole ricominciare a vivere. L’estate come denominatore comune, la spiaggia come topos culturale nel quale si possono rispecchiare le caratteristiche sociali, antropologiche di un popolo: questi e altri ingredienti saranno all’origine delle commedie balneari che da qui a seguire costituiranno un enorme successo per il cinema italiano.

A fare da apripista il delizioso Domenica d’agosto di Emmer, intreccio di storie e personaggi durante una giornata estiva ad Ostia. Ne seguiranno altri dopo il film di Fabrizi ma, pur avendo come filo conduttore la vacanza, si distingueranno per diversi motivi. La voglia matta di Salce, Il sorpasso di Risi racconteranno un’Italia più pigramente abituata alle gioie del consumismo; La spiaggia di Lattuada, L’ombrellone di Risi riveleranno indolenza e mondanità, Casotto di Citti sarà un amaro e malinconico ritratto, a tratti surreale, di comportamenti umani. Con il tempo si riderà di meno, si accentueranno le riflessioni sul rapporto coniugale, che nel film di Fabrizi sono solo accennate, la vacanza sarà più lunga mentre invece qui l’evasione è limitata al giorno di festa.

La domenica, nei film di Emmer e Fabrizi, diventa metafora della vita che ricomincia e giustamente il film non può che collocarsi nel crinale tra la ricostruzione del dopoguerra e il boom economico che verrà. I protagonisti del film di Fabrizi, usciti da poco dalle ferite della guerra, non sono ancora presi dalla rincorsa alla società dei consumi, sono ingenui e spensierati e il regista preferisce più che soffermarsi sul ritratto serio dell’italiano medio, restare sull’atmosfera goliardica e divertente.

Questa turbolenta giornata al mare si avvale di lazzi, bambini che strillano, gente che si rincorre e si picchia, cabine che si scambiano, olio dei peperoni fritti spalmato sulle spalle di Fabrizi, equivoci a non finire e soprattutto cocomeri sfracellati. Sì, perché, va detto che il cocomero è l’altro grande protagonista del film, l’oggetto del desiderio, perso, ritrovato, mai mangiato, che diventa perno tra i vari sketch che si susseguono senza sosta. È bene in vista sul cartello del “cocomeraro “: “Cor cocomero ce magni, ce bevi e te ce lavi er grugno”, ce lo ritroviamo alla fine come massima di saggezza popolare che conclude la fine delle vicende: “Comunque questo serva da lezione a chi vo’ fa’ ‘na gitarella ar mare. Pe sta tranquilli s’ha da fa’ attenzione a tante cose, ai pacchi der mangiare, a nun portasse appresso l’ombrellone, a nun sbaja’ cabbine né pallon, i e poi n’artra cosa principalmente… nun rompe li cocomeri alla gente “.

Insomma, evasione pura, film godibilissimo, opera di un altro figlio eccelso di Roma, come lo sono stati la Magnani e Sordi, un uomo capace di alternare note comiche e grottesche a toni drammatici e strazianti e che ricorderemo sempre per la sua straordinaria ironia che utilizzò fino alla fine, anche quando si congedò dal pubblico e dagli affetti con un verso spiazzante, ripreso da uno dei tanti sonetti che aveva scritto, degni eredi della cultura del Belli e del Trilussa, un verso che scelse come suo epitaffio: “Fu tolto al mondo troppo al dente”.

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