La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo (1966)

di Bruno Ciccaglione

Vetta forse insuperata della breve ma straordinaria filmografia di Gillo Pontecorvo, tra le polemiche furiose con la delegazione francese presente a Venezia, La battaglia di Algeri si aggiudica il Leone d’oro nel 1966, coniugando una rara coerenza formale a dei contenuti dirompenti. Un chiaro esempio di cinema militante, capace di guardare ai processi di liberazione dal colonialismo con una prospettiva non euro-centrica, ma anche un film di una bellezza straordinaria, riconosciuto in tutto il mondo come un capolavoro.

Realizzato quattro anni dopo la proclamazione dell’indipendenza dell’Algeria (1962), il film affronta di petto il tema della guerra d’Algeria, che nonostante il profondo rinnovamento in atto nel cinema francese, resta un tema tabù per i registi d’oltralpe e non solo (tanto che La battaglia di Algeri resterà proibito in Francia fino al 1971). Dei registi della Nouvelle Vague solo Truffaut aveva firmato il famoso Manifesto dei 121, con cui intellettuali tra i quali Sartre prendevano posizione in sostegno della liberazione dell’Algeria e denunciavano la brutale repressione e l’uso sistematico della tortura da parte delle truppe francesi.

Una delle scene di tortura del film. Memorabile il commendo musicale di Morricone, scelto per queste scene, che evoca la musica sacra.

Solo Godard con Le petit soldat (1963) e Resnais con Muriel, il tempo di un ritorno (1963) toccano il tema dell’Algeria, un tema ancora troppo scottante in Francia, difficile sia politicamente che produttivamente. Con l’ambientazione svizzera scelta da Godard seguiamo una storia di spie, con la tortura come strumento normale, quotidiano, realizzato con tecniche molto rudimentali da tutte le parti in causa, ma la questione politica resta in fondo ai margini. Resnais invece ambienta a Boulogne-sur-mer la storia di un reduce francese, ossessionato dalle torture di cui è stato testimone e parzialmente complice in Algeria.

Pontecorvo invece affronta la questione coloniale, nella sua declinazione algerina, in modo frontale e diretto. Del resto viene dal gruppo di giovani attivisti più o meno legati al Partito Comunista Italiano, che hanno fatto la Resistenza e che hanno poi intrapreso, folgorati dalle opere di Rossellini (per Pontecorvo sarà la visione di Paisà a farlo dirigere definitivamente verso il cinema), una carriera cinematografica: Petri, Montaldo, Maselli ecc. Inoltre se le relazioni con la Francia restano ancora oggi problematiche, le relazioni tra l’Italia e l’Algeria indipendente si andarono sviluppando in un modo positivo (soprattutto grazie alla politica energetica di Enrico Mattei, improntata a rapporti di molto minor sfruttamento rispetto a quello delle grandi compagnie petrolifere mondiali) e questo consentirà a Pontecorvo di girare tutto il film in Algeria, ottenendo la collaborazione necessaria dalle autorità e dalla popolazione.

Sin dai primi fotogrammi e per tutta la durata del film, lo spettatore percepisce la differenza tra questa opera e la gran parte del cinema dell’epoca e anche di oggi. Dal punto di vista formale Pontecorvo sceglie di operare “sotto la dittatura della realtà”: tutto ciò che appare deve apparire vero, tanto che in molti ritennero che il regista avesse fatto ampio uso di materiali di repertorio, mentre tutto è stato sapientemente girato da Pontecorvo, che asseconda le intuizioni tecniche del direttore della fotografia Marcello Gatti. L’idea è proprio quella di sporcare come per un reportage televisivo ogni immagine. Dalla scelta del tipo di pellicola molto morbida, al trattamento in post produzione (dal negativo ricavare un positivo e poi da esso un nuovo negativo, fino ad ottenere una grana del tutto particolare), alla scelta di non utilizzare che un solo attore professionista, nella parte del colonnello Mathieu (Jean Martin, il cui principale merito, a detta di Pontecorvo, era più nell’aver firmato il Manifesto dei 121 che nelle sue capacità di attore).

In questo, anche la colonna sonora, col suo insieme di musica e suoni realistici evidenzia da un lato il genio di Morricone (nel tema a tener testa alla marcia militare del rullante rispondono i contrabbassi e i legni e poi la tromba), dall’altra la grande sensibilità artistica a tutta la dimensione sonora di Pontecorvo: la cosa che più resta impressa del film è proprio il commento sonoro delle grida di protesta provenienti dalle donne della Casba che accompagnano le scene finali delle manifestazioni che porteranno alla vittoria del Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Del resto Pontecorvo che aveva avuto in gioventù l’aspirazione di diventare direttore d’orchestra e sarà spesso autore o co-autore anche delle musiche dei propri film, ha sempre considerato la colonna sonora (l’insieme di suoni, rumori e musiche) come uno dei punti forti del proprio stile.

Da Rossellini e dal neorealismo, oltre alla scelta di attori non professionisti, viene anche l’idea di raccontare la storia di una sconfitta, quella degli anni tra il ’54 e il ’57, ma che è essenziale per la rinascita e la liberazione nazionale: come in Roma città aperta, che fa seguire alla esecuzione del prete partigiano il ritorno a casa dei ragazzini che vi hanno assistito, che si tengono abbracciati in un gesto di unità che prefigura un orizzonte solidale verso cui si dirigono, qui il film – dopo aver mostrato la fine di tutti i leader del FLN – si chiude sulle dimostrazioni di piazza che poi porteranno alla indipendenza.

Mentre una volta definita l’idea stilistica di fondo (quella della “dittatura della realtà” che portava a escludere tutto ciò che non ubbidisse al taglio cronachistico), la realizzazione procedette abbastanza spedita, il finale del film si rivelò registicamente molto difficile da realizzare e Pontecorvo per ben tre volte volle rigirare l’intera scena finale – decidendo ogni volta, dopo aver smantellato il set, fatto stampare i giornalieri a Roma e dopo averli rivisti ad Algeri, che fosse necessario rigirarlo). Solo al quarto tentativo si riuscì a realizzare l’idea di Pontecorvo, che era quella di mettere in scena una sorta di “balletto su tutte le lotte di liberazione nazionale”. Sarà la scoperta di un volto di donna tra le comparse a offrire lo spunto: per dare l’idea della inarrestabilità della lotta, vediamo questa donna bellissima col suo fazzoletto, una rudimentale bandiera, continuamente respinta dai militari francesi, eppure capace ogni volta di tornare a sfidarli con dei gesti – agita il fazzoletto sulla testa – capaci di evocare una specie di danza. Un film imperdibile.

Pontecorvo sul set con la protagonista del “balletto” del finale

Il film è disponibile su Youtube

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