Il Vangelo secondo Matteo, di Pier Paolo Pasolini (1964)

di Federico Bardanzellu

Quando uscì sul grande schermo Il Vangelo secondo Matteo, tanto i critici quanto i non addetti ai lavori rimasero sorpresi, se non addirittura sconcertati. Pasolini, infatti, aveva definito sé stesso “ateo e anticlericale”. Il suo stile di vita inoltre non sembrava affatto coerente con la tematica della pellicola o con la morale vaticana. Il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, era stato accusato di oscenità e denunciato dall’Azione Cattolica. Nella raccolta La religione del mio tempo (1961), Pasolini aveva pubblicato una poesia in cui accusava Papa Pio XII di essere stato il più grande dei peccatori, per non aver fatto del bene pur avendone avuta tutta l’opportunità. Si suppose che il film fosse un’estensione dell’episodio da lui diretto nella pellicola Ro.Go.Pa.G. (1963), nel quale aveva girato una ricostruzione della Passione di Cristo che fu accusata di “vilipendio alla religione di Stato”. Invece, la sceneggiatura de Il Vangelo secondo Matteo risultò aderire perfettamente al testo originale dell’evangelista, senza alcuna modifica. 

Perché Matteo e soltanto Matteo?

Le domande che sorgono, quindi, a chi si appresta ad assistere alla proiezione sono due. La prima, per quale motivo Pasolini, volendo girare un film sulla vita e la predicazione di Gesù, abbia utilizzato un solo vangelo e non anche gli altri tre. La seconda, per quale motivo abbia scelto proprio quello di Matteo. 

Matteo, infatti, sembrava il meno accreditato dei quattro evangelisti, sia sotto il profilo storico che secondo dottrina. In primis, perché il testo pervenutoci era comunemente ritenuto la versione in greco, opportunamente integrata, di un originale in aramaico per il quale l’attribuzione all’apostolo Matteo sembrava aleatoria. In secondo luogo, perché l’identità stessa dell’apostolo era ritenuta dubbia. Secondo gli altri due evangelisti Marco e Luca, infatti, l’esattore delle tasse che seguì Gesù si chiamava Levi e non Matteo. Insomma, la figura di Matteo appariva storicamente carente, non essendo sicuri gli esegeti che fosse il vero autore del testo evangelico, né se fosse realmente esistito.

Gesù secondo Pasolini: il primo leader rivoluzionario del proletariato

Pasolini, invece, scelse il vangelo di Matteo perché ne colse la forza rivoluzionaria, prescindendo dalla storicità del suo autore. Tale aspetto di fondo gli sembrò talmente caratterizzante, da non sentire la necessità di mutare una sola virgola del testo originale. Il Gesù che Pasolini desume dal messaggio evangelico di Matteo è il leader rivoluzionario che declama la sua dottrina alle folle degli oppressi e dei reietti. Lo stesso sottoproletariato da lui descritto nelle pagine di Ragazzi di vita e Una vita violenta

Coloro che beneficiano dei suoi miracoli sono dei derelitti immondi, lebbrosi e orribilmente sciancati che guariscono all’istante, al solo ascolto della parola rivoluzionaria del loro profeta. Le classi dominanti, quando osano contraddirlo, fanno una figura barbina e dimostrano l’inconsistenza delle basi su cui si fonda il loro potere.

Gesù, interpretato dall’esordiente Enrique Irazoqui, studente antifranchista di origini ebraiche, è inquadrato quasi sempre in primissimo piano, secondo la tecnica del cinema espressionista sovietico degli anni Venti e Trenta. Per questo Pasolini opta per la fotografia in bianco e nero, caratterizzante tale scuola cinematografica. I discepoli non possono che essere interpretati da proletari presi dalla strada, come nel neorealismo italiano del secondo dopoguerra. Ancor più neorealista è la loro interpretazione. Una recitazione volutamente non professionale per accentuare e al tempo stesso valorizzare l’ignoranza e l’ingenuità dei veri destinatari del messaggio cristiano. 

La “parola” di Gesù declamata egregiamente da Enrico Maria Salerno

Ma il vero protagonista del Vangelo secondo Matteo è, nella versione in italiano, la voce di Gesù, egregiamente interpretata da Enrico Maria Salerno. L’attore-doppiatore in questa pellicola offre forse la sua migliore performance oratoria. Anche questo non fu dovuto al caso. Pasolini dimostra di aver compreso meglio di tanti credenti che Vangelo, in greco eu-anghelion, significa “annuncio”. Il suo aspetto centrale è quindi il contenuto del messaggio del Cristo e non la sua vicenda storica. Anche per tale motivo il regista di Casarsa aveva scelto il vangelo di Matteo, cioè il più didattico e il meno storico dei quattro. Nella sua rappresentazione, quindi, volle dare centralità alla forza declamatoria della voce di Enrico Maria Salerno.

Per la scenografia, il regista scelse le ambientazioni più derelitte dell’Italia meridionale. Forse per dimostrare a Carlo Levi che Cristo non si era affatto “fermato ad Eboli”. Anzi, si era diretto proprio oltre, nelle grotte della Puglia, tra i Sassi di Matera, nelle lande desolate di Basilicata e Calabria. In sostanza, la sua missione si era svolta esattamente in mezzo ai più poveri e alle classi sociali più diseredate. 

Secondo taluni critici Pasolini, sia nella direzione di questo film che nel corso della sua stessa vita, avrebbe cercato di immedesimarsi con Cristo. Per tale motivo, per la parte della Madonna avrebbe scelto sua madre, valorizzandone opportunamente l’aspetto da proletaria. Inoltre, avrebbe volontariamente cercato una morte violenta, così come Gesù. In realtà, a parere di chi scrive, la figura del rivoluzionario Gesù, mostrata sul set de Il Vangelo secondo Matteo, è quanto di più distante si possa immaginare dalle pacate elucubrazioni e dalle contenute considerazioni del saggista Pasolini.

Colonna sonora

La scelta della colonna sonora fu ancor più suggestiva – se possibile – della scenografia. Pasolini attinse in parte alla musica classica di argomento religioso e in parte a quella spiritual afro-americana. Nel primo gruppo non poteva mancare la Passione di Matteo di Johann Sebastian Bach. Dello stesso autore ha utilizzato l’Agnus Dei della Santa Messa, la Fuga n. 2, l’Adagio n. 2 del Concerto per violini e oboe in Re minore e quello per soli violini in Mi maggiore. Sempre per il genere classico ha utilizzato la Musica funebre massonica in do minore (KV 477) di Mozart. Ancora a Mozart si è rivolto per il Quartetto di archi in Do maggiore (KV 465). Dalla musica sinfonica di Prokof’ev ha utilizzato le cantate dell’Aleksandr Nevskij.

Di grande suggestione l’utilizzo dello spiritual, che esalta i sentimenti umani della tristezza e della malinconia. La passione, oltre che da Bach, è infatti accompagnata dal pezzo Dark Was the Night, Cold Was the Ground, scritto e interpretato dal musicista homeless Blind Willie Johnson, morto di malaria a soli 48 anni. 

Per la crocifissione Pasolini ha scelto lo spiritual Sometimes I feel like a motherless child, interpretato da Marian Anderson. Un brano le cui parole recitano che il vero credente percepisce la vita come esilio dalla sua vera patria, ossia il cielo, di cui ha nostalgia come un bambino orfano che ha perso la madre. Ma, forse, l’effetto più dirompente lo riscuote quando fa intervenire prepotentemente il Gloria della Missa Luba congolese. Cioè nella scena dei miracoli e dell’annuncio della risurrezione.

Reazioni

All’uscita del film (1964), l’Osservatore romano scrisse che la pellicola era «fedele al racconto ma non all’ispirazione del Vangelo». Una tiepida accoglienza vi fu da parte dell’Unità, allora organo del Partito Comunista, da cui Pasolini era stato espulso anni prima. Il giornale del PCI scrisse che Pasolini aveva «composto il più bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose gli va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto».

La critica cinematografica tributò invece un trionfo alla pellicola, che vinse il Leone d’Argento alla 25a Mostra Internazionale di Venezia, tre Nastri d’Argento (miglior regia, migliore fotografia e migliori costumi) e ottenne tre nomination agli Oscar 1967 (migliore scenografia, migliori costumi e migliore colonna sonora).

Fu forse il film di Pasolini – dedicato tra l’altro alla memoria di Papa Giovanni XXIII – a dare impulso a una profonda riflessione all’interno della Chiesa stessa sull’importanza del Vangelo di Matteo. Nel 1972, un’edizione critica a cura di IDOC-Centro Internazionale di documentazione e comunicazione, offre una rilettura, curata da Giorgio Tourin, che colloca Matteo tra i maggiori teologi del cristianesimo. Forse addirittura il primo dei grandi teologi cristiani, insieme a Paolo di Tarso e a Giovanni Evangelista. 

Di riflesso, anche l’Osservatore romano mutò il proprio giudizio sul film di Pasolini, definendolo nel 2014 «forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema». Due anni dopo la rivista gesuita La Civiltà Cattolica, ospitò un’intervista a Martin Scorsese, che nel 1988 aveva diretto L’ultima tentazione di Cristo. «Il miglior film su Cristo – dichiarò il regista statunitense – per me è Il Vangelo secondo Matteo, di Pasolini. Quando ero giovane, volevo fare una versione contemporanea della storia di Cristo ambientata nelle case popolari e per le strade del centro di New York. Ma quando ho visto il film di Pasolini, ho capito che quel lavoro era già stato fatto».


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: