A Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli (2021) – l’involuzione di un genere.

di Fabrizio Spurio

Poco da dire su questo mediocre film. Chi si prepara ad assistere ad una “classica horror story” si ritroverà, invece, ad assistere ad un rimpasto di altri film, neanche mascherato tanto bene. I riferimenti ad altre opere sono palesi e non nascosti, ed alcuni potrebbero dire che è una pellicola citazionistica, ma in realtà è solo una furbata. La sceneggiatura è talmente banale che mentre si continua la visione ci si ripete più volte “non può essere quello che penso…” ed invece lo è. Probabilmente quando non si sa come terminare una storia che, all’inizio sembra interessante, allora basta prendere un gruppo di persone e metterlo al centro di un villaggio di pazzi. E la cosa si risolve. Non fa paura, non terrorizza, non disgusta. Avrebbe avuto qualche miglior esito aggiungere qualche effetto splatter in più? Forse si. Perchè non mostrare fino in fondo gli effetti di una pressa con chiodi per gli occhi? Perchè nascondere il taglio di un orecchio? In quei momenti ci si sente quasi presi in giro.

Quando si ha una storia banale, almeno offrire al pubblico una sana dose di splatter può essere una semplice scappatoia, almeno per osare di andare oltre. Ma non si tratta di semplice gusto splatter. Riuscire a bilanciare tensione e splatter è il metodo perfetto di fare horror (“Suspiria”, “Quella villa accanto al cimitero”, “Profondo rosso”, “Tenebre”, “Zombi 2”, sembra che gli esempi non manchino). Si aveva paura di non essere accettati in nessuna piattaforma streaming? Quindi meglio creare una pellicola tiepidina, che è “violenta” solo a parole ed intenzioni… Poi è arrivata la banale e scontata scelta finale di infilarci la “critica sociale” per forza. L’inquadratura assurda della spiaggia , in cui tutti si mettono a riprendere con il cellulare la protagonista superstite, interpretata da Matilda Lutz, ricoperta di sangue è ridicola (palesemente falsa, perchè in una situazione simile, specialmente in zone del sud, la gente si sarebbe precipitata a soccorrere la ragazza). Il finale è un palese “di tutta un’erba un fascio…” e non è realistico. Il banale discorso sulla mafia e sulla sua evoluzione come se fosse una setta di paese è infilato a forza, quasi per dare spessore sociale all’operazione. Ma anche la tritissima critica di voler mostrare la violenza, come spettacolo da rivendere a ricchi facoltosi, era stata già descritta, e anche meglio in un semplice film dal titolo “Quella casa nel bosco” del 2011; e non solo quello, vi ricordate di “My little eye” del 2002?

Alla fine questo “A Classic Horror Story” è un film un pò furbetto, che, guardacaso, mette proprio le mani avanti nel finale quando sa cosa dirà il pubblico di quest’opera: la sequenza delle chat e dei forum in cui il film viene stroncato è un’assurdo gioco di “meta-cinema”. I produttori erano perfettamente al corrente di star producendo un film tale da poter dire “il pubblico ci criticherà”. Il citazionismo in effetti è palesato e voluto, ma proprio perchè è alla base di una mancanza di idee. Si potrebbe anche parlare di “una lettera d’amore al cinema horror italiano”, se non fosse che di film italiani non ne cita, ma cita proprio quelle pellicole d’oltre oceano, dalle quali, in teoria, vorrebbe discostarsi(il ragazzo/regista, interpretato da Francesco Russo, cita i titoli di film horror americani da portare ad esempio per le riprese del suo film verità…). Quindi diciamo che hanno giocato facile palesando apertamente questa cosa, così da poter dire “lo abbiamo chiaramente detto quindi abbiamo la coscienza pulita…”. Ma come al solito: l’importante è che se ne parli… In finale un prodotto banale, nonostante le premesse e la buona tecnica che lo sostiene. Ma siamo lontani dal poter gridare al capolavoro e indicarlo come un tipico prodotto italiano horror. Ma dispiace perchè finisce per essere una pellicola che vive per sé stessa e non aggiunge nulla al genere. Sarebbe stato molto più bello assiste ad un vero film horror. Ne avevano le capacità ed i mezzi, invece di gettarsi nell’ennesima, tiepida rilettura di “Wrong Turn/Non aprite quella porta/The wicker man”…

Si sarebbe preferito di gran lunga un film che continuasse su una linea soprannaturale sfruttando le tre creature nate nella leggenda, come sembrava in un primo momento. Sarebbe stato allora una cosa anche innovativa che avrebbe potuto creare una buona “leggenda metropolitana” italiana. Ma in questo modo, si è voluto andare sul sicuro. Il fatto che tutti ne parlino crea solo un fenomeno di curiosità su cui, probabilmente, speravano i produttori, visto che le piattaforme pagano per numero di visualizzazioni dei film. Quindi, bene o male ne stanno raccogliendo i frutti. Più lo vedono e più guadagnano. Dal punto di vista artistico si può dire che gli attori fanno il loro dovere, senza particolari guizzi. Da un po’ fastidio l’uso dei sottotitoli quando parla il personaggio inglese. Ma è il meno importante dei problemi di questa pellicola. Il personaggio del regista nerd è quanto di più scontato si può pensare, e fa esattamente quello che lo spettatore si aspetterà che faccia.

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