Birdy – Le ali della libertà, di Alan Parker (1984)

di Andrea Lilli –

Un anno fa ci lasciava Sir Alan Parker, uno dei più importanti registi inglesi dell’ultimo quarto del ‘900. Nato nel 1944 da una sarta e un muratore, cresciuto nelle case popolari e per le strade di quello che era il quartiere operaio di Islington, Londra, Alan W. Parker a diciott’anni entra in un’agenzia pubblicitaria come fattorino, poi si fa conoscere e apprezzare come copywriter. Realizza una gran quantità di spot commerciali e clip, scoprendo la fotografia e una vocazione da cineasta. Ha una grande passione per la musica, come molti suoi amici. “Tutti quelli che conoscevo volevano far parte di una band per scappare da quel mondo“, disse intervistato dal ‘Guardian’. Lui trova un’altra via di fuga. Ipoteca casa per finanziarsi il primo film, che piace alla BBC, con cui collabora per pochi anni. Quando vede che in patria i suoi progetti riscuotono scarsa attenzione, si trasferisce ad Hollywood. Realizza in tutto quattordici lungometraggi, pluripremiati, da Bugsy Malone (1976) a The Life of David Gale (2003), tra cui i musical Saranno famosi (1980), Pink Floyd-The Wall (1982), The Commitments (1991) ed Evita (1996).

Nella sua filmografia, Birdy è cruciale per almeno due motivi: ottiene il maggiore riconoscimento conseguito da Parker fuori dal circuito anglofono (Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes 1985), e attinge a piene mani dalla biografia giovanile del regista. Il film è tratto dal romanzo omonimo di William Wharton, che lo aveva ambientato nella sua città natale, Filadelfia. “Leggendo il libro, i passaggi descrittivi mi hanno ricordato le case a schiera della classe operaia del nord di Londra, dove sono cresciuto, a tremila miglia di distanza.” Strade dissestate, prati incolti, case abbandonate, rifiuti, capannoni e sfasciacarrozze disordinati, padri stressati e madri bisbetiche, come i genitori di Al e di ‘Birdy’, i due amici protagonisti del film.

“Spariamo ai ladri”

Primi anni ’60. Al Columbato (Nicolas Cage) e ‘Birdy’ (Matthew Modine) abitano nello stesso quartiere povero di Filadelfia, hanno abitudini e caratteri completamente diversi, perciò stentano a conoscersi ma quando si incontrano diventano amici fraterni. Al è un ragazzo italoamericano esuberante, socievole, tanto quanto Birdy è introverso e isolato in un suo mondo. Al primo interessano il baseball e le ragazze, al secondo solo canarini e piccioni, che alleva per studiarne il comportamento, e da cui vuole imparare la capacità di volare. Il suo sogno è alzarsi libero nel cielo, liberarsi dei limiti, allontanarsi dalle miserie di quella vita. In comune hanno genitori simili: padri rassegnati a lavori umili, madri poco empatiche se non apertamente ostili. Fanno amicizia prima di partire per il Vietnam. Al, anche se non lo capisce e non lo approva, rispetta il mondo di Birdy: lo aiuta a prendere e allevare piccioni, a costruire per loro una casa sull’albero (Birdy: “Voglio che siano liberi il più possibile. A nessuno piace stare chiuso in una gabbia“), a tentare tra le discariche alcune prove di decollo su una macchina volante leonardiana, l’ornitottero (“Al, la ragione per cui non volerai è perché non credi che potresti farlo.“)

Mentre Birdy lo fa partecipe in esclusiva del proprio sogno o delirio, Al gli fa scoprire il mare (“È come volare nell’aria liquida!“), lo spinge ad uscire dal microcosmo ornitologico, a confrontarsi con una realtà condivisa, andare in macchina, conoscere ragazze. Poi arriva la guerra (del Vietnam nel film, la seconda mondiale nel libro) e i due si perdono di vista. Si ritrovano, reduci sopravvissuti per miracolo ma traumatizzati, nel centro di riabilitazione-ospedale psichiatrico militare in cui è rinchuso Birdy, chiuso da mesi in un totale mutismo.

Vorrei poter morire e rinascere uccello, non c’è nulla che mi trattenga qui

Birdy rifiuta ogni dialogo e abitudine civile, si muove o si rannicchia come un grosso uccello costretto in gabbia, prigioniero come l’albatro di Baudelaire fissa il cielo a scacchi, il mondo volante che ha sempre sognato dietro altre sbarre. Soffre per quella che il presuntuoso e impaziente dottor Weiss (un efficace John Harkins) diagnostica come una grave forma di schizofrenia, ma imbottirlo di psicofarmaci non serve a molto. Al viene convocato per un ultimo tentativo di restituire a Birdy l’equilibrio psichico mediante il dialogo e la presenza fisica del migliore amico: un’impresa quasi impossibile, sarà in effetti un monologo, ma un qualche effetto ci sarà e risulterà terapeutico per lo stesso Al, che di fronte al malato catatonico finisce per fare autocoscienza, parlando a sé stesso come davanti a uno specchio: “Si sono presi il meglio di noi. Non sapevamo dove andavamo a finire, con quelle stronzate alla John Wayne“.

I due attori protagonisti sono impeccabili. La prova di Matthew Modine è ammirevole, e non è facile vedere in altri film un Nicolas Cage più sopportabile: il suo viso da cane bastonato, con le sopracciglia spioventi e la bocca semiaperta per la solita espressione monocorde, nelle sequenze post-Vietnam è provvidenzialmente seminascosto da bende, e la metà visibile si scongela, riuscendo ad accompagnare la metamorfosi del ragazzotto tutto muscoli e stupore in adulto che prende consapevolezza della follia della gente normale, quella che chiama pazzi i sognatori introversi, magari mentre li manda al macello in guerre insensate.

Com’è che per salvare te, ogni volta mi dovevo far male io?

Il film si svolge dall’inizio alla fine in un’alternanza diacronica tra i ‘colloqui’ verbal-gestuali nella cella di Birdy e la successione di flashback che ricostruisce il passato dei due reduci, prima e durante la guerra. Non mancano gli episodi divertenti (l’accalappiacani che insegue, inseguito) né le sciabolate amare sugli stereotipi USA, sulla retorica di guerra, sulla miopia psichiatrica. Alan Parker illumina le contraddizioni americane di ironia tutta british, e mentre innesca scomode riflessioni dimostra grande perizia nel mantenere alta la tensione narrativa – e la suspence fino all’inatteso finale – grazie ad un montaggio perfetto, eredità, evidentemente, della lunga esperienza nei commercials. Si toglie anche lo sfizio di sperimentare tecniche di ripresa innovative, come le carrellate aeree di una sky-cam. La cura maniacale della fotografia e la magia delle musiche di Peter Gabriel, chiamato per la prima volta a comporre una colonna sonora, alla vigilia del grande successo del suo album successivo, So (1986), fanno il resto nel consegnare Birdy alla storia generale del cinema. In quale categoria? Non possiamo classificarlo solo come film di formazione, o solo come buddy-film, o solo come film antimilitarista, o solo come film sulla relatività della salute mentale. Se proprio dovessimo definirlo, potremmo dire semplicemente che è un gran bel film sull’amicizia.


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