THE CARD COUNTER – Il collezionista di carte, di Paul Schrader (2021)

di Lelio Semeraro

Locandina

I fantasmi degli Stati Uniti del rischio.

L’ultima opera di Paul Schrader, lo sceneggiatore di Taxi Driver, tanto per capirci, è un’opera a più discorsi, a più letture, a più livelli di pensiero. Sarà per questo che ti fa uscire dalla sala (sì la cara vecchia sala, nel caso specifico 10 persone in totale munite di certificazione verde, ore 17.30 UCI Cinemas Porta di Roma, sabato 4 settembre, sala 11, poltrona comoda, intervallo di 6 minuti circa) con un magone esistenziale, estraniante e alieno. Il senso di un fantasma tanto sopito quanto incombente. Un senso di colpa storicamente consolidato da decenni di guerre mediorientali.

Il personaggio principale è un cattivo persino adorabile, in quanto non si sottrae alla legge, alla coscienza, al suo destino, nemmeno all’evidenza di essere stato condannato non tanto ingiustamente, quanto come capro espiatorio. Fuori dal tavolo gioca a carte scoperte: sa quello che ha fatto e non si dà pena di nasconderlo. Nella sua abitazione invece copre tutto: spigoli, mobili, specchi, così come l’esercito è riuscito a coprire il sistema di orrore che ha prodotto lager come Guantanamo e ha guantanamizzato altre prigioni nei territori occupati afghani e iracheni.

Si è lasciato torturare dall’addestramento per torturatori, e ha trovato la sua abilità: seviziare poveri cristi, umiliarli, abusare del suo potere a stelle e strisce. È molto meno ingenuo del Robert De Niro di Taxi Driver che provava la sua durezza nel bagno con la celebre frase “Stai parlando con me?”. Adesso l’antieroe di Schrader non ha il Vietnam alle spalle, ma le prigioni civili di Abu Ghraib e la lotta al terrore. La sua ingenuità di fondo è aver posato per alcune foto che lo hanno fatto diventare la mela marcia degli Stati Uniti, mentre altre mele vanno in giro a far soldi tenendo discorsi sullo smascheramento delle bugie grazie a nuovi algoritmi di riconoscimento delle espressioni facciali. Tale è il bisogno endemico e salvifico di una nazione marcia, di trovare a tutti i costi le mele cattive per mascherare la marcescenza di tutto il cesto, di tutto il raccolto e del metodo di coltivazione.

Sarà per questo coacervo fantasmatico in cui si cela il sottotesto di una narrazione occidentale tanto egemone quanto falsa, che l’opera è naturalmente un noir. Le serie tv che sono spuntate come funghi per intrattenere il pubblico casalingo dei lockdown non avranno mai l’atmosfera nera, cupa eppure così chiara di queste due ore scarse. Non è un film contro il sogno americano, né sugli incubi, piuttosto sulla ripetizione dello stesso insulso sogno.

È l’America inquieta degli ultimi 30 anni di aggressiva politica estera, della facciata delle missioni di pace, della democrazia, della libertà con il controaltare del neocolonialismo mascherato, dell’omologazione culturale per cui ogni cultura è buona se ci somiglia, della lotta al terrore con mezzi terroristici, col tilt di sopraffazione e di abuso di potere, la disumanizzazione della vittima che disumanizza il carnefice e non ottiene alcun risultato, tranne che una casa arida, dai mobili coperti, silenziati, ovattati. A vent’anni dallo shock mondiale dell’attacco aereo alle torri gemelle (non alla statua della libertà), simbolo del capitale e del volume d’affari finanziario che gratta il cielo senza poterlo vincere.

Il cattivo non solo è addestrato ma si fa pure addestratore di violenza, è un tramandare insegnamenti di tortura, una didattica dell’orrore. C’è solo una reazione possibile alla sete di vendetta, fermarla con altri mezzi. Placarla per simulazione, per teatro ludico, magari sui tavoli da gioco con una vita alternativa, dimenticando quella precedente. Uno spostamento che lo catapulta fuori dal tempo, che sancisce lo scollamento tra il tempo reale e quello proprio. Per questo il protagonista William Tell, un bravissimo Oscar Isaac, può essere definito dai critici bravi un eroe bressoniano. Non si fa mentore di altra violenza, semmai si può fare mentore dell’azzardo. Ma anche qui non ci sarebbe nulla da insegnare, se non la monotonia statistica dell’epoca del rischio.


  • In sala

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