La sottile linea rossa, di Terrence Malick (1998)

di Roberta Lamonica

“C’è una sottile linea rossa che separa il sano dal pazzo. C’è una sottile linea rossa che separa il paradiso dall’inferno, la vita dalla morte. C’è una sottile linea rossa che separa il bene dal male, la pace dalla guerra. O meglio, c’era una sottile linea rossa ed ora non c’è più.”

(da “Tommy”, di R. Kipling)
La sottile linea rossa: locandina

La sottile linea rossa: premessa

Il nome “Tommy Atkins” è stato usato per riferirsi a un ‘qualunque’ soldato britannico, già a partire dalla metà del 1700. Un nome generico, per riferirsi a un uomo qualunque in un ruolo specifico.
Durante la Prima Guerra Mondiale i soldati britannici venivano denominati Tommies persino dal nemico. Nella poesia “Tommy” del 1890, Rudyard Kipling narra della celebre battaglia di Balaclava del 1854 durante la guerra di Crimea, di cui un episodio è denominato appunto “la sottile linea rossa”, perché i soldati britannici mantennero posizione e sangue freddo di fronte ai cannoni russi. Oggi l’espressione è utilizzata per evidenziare il coraggio e la resistenza di uomini che eseguono gli ordini, pur consapevoli di andare incontro a morte certa.
Nel suo romanzo “The thin red line”, (La sottile linea rossa), James Jones, come Kipling, si riferisce ad un combattimento specifico. La battaglia è quella sull’isola di Guadalcanal nel 1942 tra l’esercito americano e quello giapponese sul fronte dell’Oceano Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale.

“Tra la cavalleria russa e l’accampamento di Balaclava si scorgeva solo una sottile linea rossa da cui spuntavano punte d’acciaio.”

Terrence Malick, al suo terzo lungometraggio (Badlands e I giorni del cielo, i primi due) dopo un silenzio durato circa 20 anni, realizza un film indimenticabile: movimenti di macchina sinuosi, ellissi temporali affascinanti, la suggestiva colonna sonora di Hans Zimmer, un dialogo incessante tra metafisica, spiritualità e filosofia. Malick si aggiudicò con questo film unico l’Orso d’Oro a Berlino. Le sette nominations ottenute non gli valsero comunque la statuetta come miglior film agli Oscar: vinse Shakespeare in Love, di John Madden. Eppure la convinzione che questo film sarebbe diventato un capolavoro immortale spinse molte star ad accontentarsi di fare anche solo dei camei e alcuni addirittura rinunciarono al compenso, pur di esserci. Prima del montaggio finale – il film durava quasi sei ore – Malick fu costretto a tagliare circa la metà del girato, eliminando del tutto le parti con Billy Bob Thornton, Martin Sheen, Bill Pullman, Lukas Haas, Viggo Mortensen, Gary Oldman e Mickey Rourke. Non si annoverano altri casi del genere nella storia del cinema.

La sottile linea rossa: la compagnia Charlie

Terrence Malick compie un miracolo in questo film: il miracolo di far respirare all’unisono umanità e natura, l’imperturbabile perfezione del silenzio e la delicata perfezione dell’uomo prima della caduta in una simbiosi che trascende i conflitti fratricidi prodotti dalla civiltà e dalla cultura.
Una polifonia di voci e pensieri, un anelito al trascendente, un flusso di coscienza che attraversa tutto il film come un fiume che scorre e che unisce tutti i soldati di tutte le guerre. E’ la Seconda Guerra Mondiale ma potrebbe essere una qualunque altra guerra in qualunque parte del mondo. Una guerra, nessuna guerra, tutte le guerre. Una sottile linea rossa di sangue, di paura, di umanità, di stupore. Un filo invisibile che mantiene in equilibrio l’anima del mondo, il suo abbraccio universale, il pianto sommesso che accompagna il passaggio di anime su esili fili d’erba, sottili e fragili come fili d’erba.

La Natura ne La sottile linea rossa

La sottile linea rossa è un’esperienza; un coro polifonico di una bellezza commovente e poetica; una riflessione affascinante sulla guerra che solo un visionario come Terrence Malick avrebbe potuto fare. Non c’è una parte che vince e una che perde; tutti sono inevitabilmente sconfitti anche prima dei colpi di arma da fuoco sparati solo dopo i primi quaranta minuti del film. Non c’è alcuna soluzione emotivamente ‘facile’; non c’è nemmeno un intrattenimento leggero per il grande pubblico. Il film è, piuttosto, una meditazione filosofica sul male e la sua percezione, sulla Natura e la natura dell’uomo, sulla grazia e i modi in cui si manifesta. Molto più vicino nelle premesse e nelle conclusioni a Orizzonti di Gloria di Stanley Kubrick che a qualunque altro film di guerra, anche i più indimenticabili capolavori come Apocalypse Now, Full Metal Jacket o Platoon, La sottile linea rossa è un film che pone domande a cui è difficile rispondere, o forse proprio impossibile.

La sottile linea rossa: la meravigliosa fotografia di John Toll

La sottile linea rossa: Trascendentalismo e Natura

Il film si apre sull’immagine di un coccodrillo, un ‘natural born killer’ del mondo naturale che si acquatta in attesa di colpire. La natura sembra essere dapprima pericolo e morte, secondo un ciclo eterno, incurante dell’interferenza o meno dell’uomo. In una delle scene più belle del film un anziano nativo cammina vicino alla fila di soldati senza neanche guardarli. Come un vecchio idolo, l’anziano sembra considerare gli americani come un altro incidente di passaggio nel ciclo immutabile della natura immortale.

“Cos’ è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro se stessa? Perché la terra combatte contro il mare? c’è forza vendicativa nella natura”.

(Witt)

Due AWOL (absent without official leave) della compagnia Charlie, sembrano vivere sospesi nella bellezza di un’isola della Melanesia tra gli abitanti del luogo in una sorta di completa armonia con la natura. Questa armonia ricorda a uno dei due, il barelliere Witt (Jim Caviezel), la madre e il momento della sua morte; la calma e la ‘scintilla’ di serena accettazione che l’ha accompagnata nel trapasso e spera di potersi sentire così, quando sarà il suo, di momento. Sono sull’isola di Guadalcanal, i due soldati, ma non si nomina mai l’omonima battaglia, né il reale obiettivo della compagnia C, né il fatto che siano americani. Non sono i dettagli storici ma le domande esistenziali, che interessano Malick.

Woody Harrelson e Ben Chaplin

Lontano da casa, i soldati cercano il loro modo per dare senso e sopportare l’orrore in cui sono immersi, contemplando la vita mentre meditano sulla loro mortalità. Il dibattito filosofico al cuore del film si riflette nelle due posizioni contrapposte del barelliere Witt e del sergente Welsh (Sean Penn). Witt si potrebbe definire un trascendentalista, uno che crede che l’umanità sia dotata di innata bontà e capacità di amare e che ci sia unità nella Creazione tutta. Malick sembra spostare il ‘paradiso’ del trascendentalismo dal Nord America alla Melanesia, dove bontà e armonia sembrano innescare la ‘quest’ di Witt per l’immortalità. Ma l’immortalità cui anela Witt non va presa letteralmente, – “Non c’è un altro mondo lì fuori dove tutto andrà bene; c’è solo questo” – gli dirà Welsh in uno dei loro scontri verbali – quanto piuttosto come un altro approccio, più empatico e compassionevole, nei confronti della natura e dell’umanità tutta. Witt ha capito che il genere umano e la natura possono coesistere in armonia e che siamo parte della natura proprio come l’erba, l’acqua, gli animali e alberi. Una verità troppo profonda perché Welsh la comprenda: lui, così individualista, sopravvive grazie al distacco emotivo dagli altri e ritiene cinicamente e pragmaticamente che il mondo che abitiamo sia mosso da forze fuori dal nostro controllo, come il potere economico e politico. Malick confronta questi due punti di vista per tutto il film, alternando a scene di battaglia e di sofferenza, i grandi spazi aperti di una natura maestosa e immutabile.

Sean Penn, il sergente Welsh

La sottile linea rossa: Witt e Welsh vs Staros e Tall

Questo contrasto tra il reale è l’ideale e il forte bisogno di una sintesi sono al centro del film. Witt è riuscito a vedere un mondo oltre le barriere che Welsh gli ha posto davanti, oltre i limiti di poteri economici e politici. Un mondo di trascendenza ed equilibrio all’interno del mondo naturale. Il coccodrillo che si presentava simbolo del pericolo rappresentato da una natura misteriosa e vendicativa, in seguito nel film diventa preda dell’uomo, predatore assai più pericoloso e quindi la guerra si raffigura come un crimine contro la natura prima ancora che contro l’umanità stessa.
Le posizioni di Witt e Welsh, ma anche quelle del capitano Staros (Elias Koteas), che ha in carico l’attacco alla roccaforte giapponese e del colonnello Gordon Tall (Nick Nolte) sono chiaramente espresse nel voiceover di Edward Train: “per qualcuno, un uccellino con ali spezzate da una granata é segno di una sofferenza senza risposte; per qualcun altro è motivo di gloria”. Malick sembra presentarlo come un simbolo incomprensibile del bisogno incontrollabile che hanno gli esseri umani di uccidersi l’un l’altro.

“Da dove viene tutto questo male? Come si è innestato nel mondo? Da quali semi o radici è cresciuto?”

(Witt)

Eppure, lungi dall’essere nichilista o senza speranza, il film sembra quasi spiritualmente suggerire che la unica via di salvezza per l’uomo sia elevarsi rispetto ai comportamenti primitivi e trascendere la follia della vita. Witt non riesce a comprendere come si possa fare così tanto male a qualcosa che è stato assemblato così meravigliosamente: una pianta, il sorriso di un bambino, l’acqua del fiume che scorre.

Witt è la ‘scintilla’

Le due posizioni di Witt e Welsh sono dunque portate all’estremo in Staros (Elias Koteas) e Tall (Nick Nolte). Per Gordon Tall Staros – il capitano religioso che non vuole perdere i suoi uomini – è un codardo. Lui invece, mosso dall’ambizione sfrenata di avere infine una promozione, vede la natura come crudele e parassitaria.

“Guardi questa giungla. Guardi quelle piante rampicanti come si attorcigliano intorno a quegli alberi ingoiando tutto! La natura è crudele, Staros!”

(Gordon Tall)

È chiaro che una posizione simile non lasci spazio ad alcuna forma di altruismo, la qual cosa supporta perfettamente il suo egoismo. Questa differente attitudine al sacrificio definisce l’arco narrativo del personaggio di Witt: uno vorrebbe sacrificare i suoi uomini, l’altro non vorrebbe sacrificare nessuno. Witt trova una sorta sintesi delle due posizioni, dando la propria vita per i suoi compagni. Quando torna dai melanesiani, quello che gli sembrava un paradiso incontaminato si mostra come un luogo non immune da malattie e morte, vulnerabile alle divisioni e alla sofferenza inerente alla natura. L’idea di immortalità trascendente viene equilibrata dall’accettazione della mortalità immanente e da una prospettiva più realistica sulla ‘natura’ della natura. È a questo punto che tra i suoi commilitoni, ‘la sua gente’, vede segni di amicizia e solidarietà che non aveva colto prima, accecato dalla sua visione ‘altra’ rispetto alla propria realtà esistenziale.

Lo spirito comune è un Amore che trascende le umane debolezze

Malick in questo film bellissimo racconta come la solitudine del singolo, nell’orrore, si stemperi in uno spirito comune, che assorbe in sé tutte le voci, tutte le anime, i sogni, le angosce, le delusioni e la rabbia dell’uomo caduto, fallace e scoperto nella sua fallacia, spaventato e fragile come non mai.

Tall e Staros

La sottile linea rossa ci insegna che la guerra non è altro che una serie di continue atrocità e che quelle atrocità sono percepite allo stesso modo da tutti i soldati, Tommies di tutto il mondo, tutti indistintamente soli e uniti al tempo stesso da un destino crudele; tutti pronti a morire. Quando l’anima di un soldato giapponese morto parla con Witt costringendolo a specchiarsi nella sua identica umanità, lo spettatore realizza che la guerra è devastazione, sofferenza e morte per tutti, oltre ogni confine, sopra ogni parte, al di là di ogni motivazione, al di là dell’amore.

E proprio nella impermanenza dell’amore carnale, nella futilità di trovare un motivo strettamente personale per andare avanti, si può spiegare l’insistenza sulla relazione intensamente intima tra il soldato Bell (Ben Chaplin) e sua moglie Marty (Miranda Otto): “Noi insieme. Un solo essere. Scorriamo insieme come l’acqua. Fino a quando non posso dirti altro da me. Ti bevo”. Le immagini di loro insieme, così surreali, sono parimenti intensamente erotiche ed evocative del legame viscerale con gli altri. A fronte dell’incrollabile fede in un amore puro e incontaminato, una lettera della moglie gli comunicherà come nel mondo reale, a causa di una grande solitudine, lei sposerà un ufficiale dell’aeronautica e quindi vuole il divorzio. La loro separazione alla fine testimonia ulteriormente la transitorietà e il divenire di tutte le cose e il bisogno di trovare una voce che si levi dal particolare all’universale; il bisogno di sapere che tornando a casa (se mai si tornerà a casa) non si sarà soli, qualunque cosa accada, ma ci si sentirà parte di qualcosa di molto più alto.

Miranda Otto


Questo senso di anelito al ‘ritorno a casa’, trova massima espressione in una scena nella jungla che ricalca quella a casa della madre di Witt: una gabbia aperta lì dove prima c’era un uccellino a significare che quella calma, quell’accettazione della morte è vicina. L’incontro con il nemico diventa il luogo di incontro con la propria esperienza dell’immortalità, il luogo in cui connettersi definitivamente con ogni essere vivente. Malick ci mostra come solo dallo stupore possa nascere l’accettazione di un destino e la speranza di una ‘scintilla’ di eterno. Ai limiti del mondo, lontano dal rumore di ciò che egli stesso ha creato, l’essere umano resta stupefatto, sopraffatto dalla mancanza di senso e dalla perdita di tutti i suoi punti di riferimento: quelli del comando, dell’obbedienza, del cinismo e anche della follia; quelli dell’amore, del successo, del potere. Tutti i codici saltano, tutte le regole svaniscono. Rimani tu, solo, con la tua inesplorata umanità e il bisogno di amare. Prima di morire. Magari sorridendo alla morte, sorridendo al miracolo di quella bellezza, di quella scintilla che tu, proprio tu, hai avuto la fortuna di vedere.

La scena finale de La sottile linea rossa

3 risposte a "La sottile linea rossa, di Terrence Malick (1998)"

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