Pugilato e grande schermo, un amore infinito che dura da quasi un secolo

di Federico Bardanzellu.

Ring e grande schermo. I registi cinematografici hanno preso spunto, per le loro pellicole, non soltanto dai grandi pesi medi della fine degli anni Quaranta. Anche altri pugili, che si sono succeduti uno dopo l’altro sul trono dei pesi massimi, hanno vissuto storie degne di essere poi immortalate sul grande schermo. Stiamo citando le vicende dei tre campioni del mondo che indossarono la cintura mondiale tra il 1933 e il 1935. Anche se gli esperti e gli appassionati di boxe non li hanno reputati i più grandi di tutti.

Si tratta del gigante friulano Primo Carnera, del pugile-attore Max Baer e del ‘Cinderella Man’ James Braddock. Di seguito le pellicole che hanno narrato la loro storia e non sempre in termini di “finzione cinematografica”. Anzi, ne hanno forse colto la psicologia più di quanto non l’abbiano mostrata sul ring.

Il colosso d’argilla, di Mark Robson (1956): Primo Carnera pianse quando lo vide

Nel 1956 uscì Il colosso d’argilla (The Harder They Fall), diretto da Mark Robson. Il film è ispirato alla vita sul ring di Primo Carnera ma osservata dal punto di vista di Eddie Wills, un PR interpretato da Humphrey Bogart, assoldato dal disonesto manager del pugile. Il “colosso” in questione, tale Toro Moreno, è un argentino tanto imponente quanto ingenuo. Per la sua parte venne scelto il campione di wrestling Mike Lane, alto più di due metri per 125 chili di peso. Proprio come Primo Carnera.

Così come il vero Carnera, Moreno vince per KO dopo pochi minuti una lunga serie di combattimenti truccati. Grazie al battage pubblicitario appositamente allestito da Wills, i fans accorrono in massa ai botteghini per tifare il “colosso”. Il primo a credere nella propria forza è proprio l’ingenuo pugile argentino. Non si accorge di nulla. Nemmeno quando perde alcuni incontri veri, che permettono ai suoi manager di arricchirsi scommettendogli contro.

Oltre a questi particolari, in linea con la vicenda di Primo Carnera, c’è un episodio preso pari pari dalla realtà. È il match in cui Moreno combatte con un pugile di valore, uscito però malconcio da un precedente scontro con il campione del mondo in carica. Il “colosso” mette KO l’avversario che, portato in ospedale, muore. Moreno è sopraffatto dal senso di colpa e desidera abbandonare la boxe per tornare in patria, rinunciando a combattere per il titolo mondiale.

Questo episodio è esattamente ciò che è accaduto nel match combattuto il 10 febbraio 1933 a New York tra Primo Carnera ed Ernie Shaaf. Quest’ultimo era appena stato sconfitto pochi mesi prima da Max Baer, riportando danni cerebrali. Non seppe resistere ai pugni di Carnera, fini KO e poi morì all’ospedale, generando sensi di colpa nel gigante italiano. Nel film, Eddie Wills/Humphey Bogart, onde evitare il ritiro di Toro Moreno, gli dice tutta la verità.

L’ultimo film di Humphrey Bogart

Il “colosso” viene così a sapere che tutti i suoi combattimenti erano truccati. Anche il suo ultimo avversario era stato scelto perché vincesse facilmente e potesse così combattere da favorito per il titolo mondiale. Moreno allora non si ritira ma affronta il suo ultimo e più importante combattimento dando il tutto per tutto. Non vince ma combatte tutte le riprese pur avendo subito la rottura della mascella. Alla fine – come Stallone in Rocky 1 – perde soltanto ai punti ma riscattando il suo onore. Il film termina con la denuncia della corruzione nella boxe da parte di Eddie Wills/Humphrey Bogart. Questi dona addirittura a Moreno il proprio compenso, in quanto i suoi manager avevano anche truccato i conti della “borsa” che gli spettava.

È l’ultimo film girato da Bogart che, proprio durante le riprese, scoprirà di essere afflitto dal male incurabile che lo porterà alla tomba. Forse la sua interpretazione del personaggio, per gran parte del film rassegnata e impotente di fronte al “potere” dei manager pugilistici, fu dovuta all’avanzare del male. Sicuramente è stata assolutamente efficace.

Carnera perse il titolo mondiale contro il citato Max Baer, in un incontro molto simile all’ultimo del cinematografico Toro Moreno. Andò al tappeto nella prima ripresa, slogandosi la caviglia, che poi si rivelò fratturata. Tenne duro in tali condizioni per altre undici riprese, sinché l’arbitro non poté far altro che interrompere il match, assegnando vittoria e titolo al suo avversario.

Rispetto alla vera vicenda pugilistica, nel Colosso d’argilla mancherebbero proprio gli incontri più importanti del campione friulano. Quelli quasi sicuramente non truccati che gli hanno consentito di diventare senza discussione campione del mondo e di difendere vittoriosamente il titolo per ben due volte. Forse per tali “dimenticanze”, quando fu invitato alla prima del film, la ‘Montagna che cammina’ pianse.


L’idolo delle donne (The Prizefighter and The Lady), di W. S. Van Dyke (1933): il match combattuto sul set precede quello sul ring

Il nuovo campione Max Baer, oltre a fare il pugile era anche attore e cantante. Reciterà una parte anche nel Colosso d’Argilla. Ma fu anche il primo che precorse Muhammad Ali/Cassius Clay negli atteggiamenti di sfida e di derisione degli avversari.

Istrionico come pochi altri pugili, Baer si fece passare per ebreo pur essendolo soltanto per un quarto del suo patrimonio genetico. Quando incontrò il tedesco Max Schmeling, infatti, combatté sfoggiando per provocazione un’enorme stella di David sui pantaloncini. Da allora si esibì sempre con la stessa tenuta, avendo capito di essere diventato l’idolo della comunità ebraica newyorkese. Potente, più che a bordo ring, nel campo della produzione cinematografica.

Con Max Baer l’identificazione ring = set cinematografico è perfetta. Anzi – caso forse unico – la finzione precorre la realtà. Un anno prima dell’effettivo svolgersi del match Baer-Carnera, infatti, i due si erano già affrontati sul set de L’idolo delle donne (1933) di W. S. Van Dyke. Baer interpreta la parte di un ex marinaio che lavora come buttafuori di un bar. Lì, viene notato da un allenatore di boxe che diventa il suo mentore. Incontra una cantante di cabaret (interpretata da Myrna Loy) e la sposa. Dopo ripetuti tradimenti, la moglie lo lascia proprio quando deve affrontare il campione del mondo dei pesi massimi. Cioè Primo Carnera, nella parte di sé stesso.

Primo Carnera e Max Baer sul ring cinematografico con Myrna Loy.

Differentemente dal match reale, che sarà combattuto alcuni mesi dopo, l’esito fu un pari che consentì a Carnera di mantenere il titolo. Ciò che più conta, nell’economia del film è che l’ex marinaio, con il proprio coraggio, riuscì a riconquistare la sua donna. Una trama leggera, prettamente hollywoodiana che però si attaglia molto bene al lato istrionico del protagonista. Per tornare al discorso dell’attrazione del cinema verso il pugilato, è appena il caso di notare che L’idolo delle donne fu anche la prima di una lunga serie di apparizioni di Primo Carnera sul set.


Cinderella Man – Una ragione per lottare, di Ron Howard (2005)

Max Baer perse il titolo mondiale dei pesi massimi alla prima difesa contro Jim Braddock. Il risultato giunse talmente inaspettato che la rivista Ring Magazine qualificò il match “Sorpresa dell’Anno 1935”. Per raggiungere il massimo traguardo James Braddock dovette superare difficoltà di ogni tipo. Tanto che, dopo la grande impresa, fu soprannominato il “pugile Cenerentola”. A lui, nel 2005, Ron Howard dedicò il film Cinderella Man – Una ragione per lottare, con Russel Crowe nella parte del protagonista e Renée Zellweger.

Mentre i due precedenti film narrano vicende romanzate, che traggono solo spunto dalla realtà dei fatti, in Cinderella Man è tutto vero. Il protagonista, un giovane irlandese cresciuto nelle strade di New York, dopo aver perso numerosi match è costretto a smettere per essersi fratturato più volte la mano destra. È il periodo della grande depressione e, anche per i pugili – soprattutto di bassa categoria – il lavoro è scarso. Jim Braddock, quindi, per mantenere la moglie Mae (Renée Zellwegger) e i piccoli figli si ricicla come scaricatore al porto di New York. Come Cenerentola, però, non smette mai di sognare di primeggiare al massimo livello.

Probabilmente lassù, oltre che Rocky Graziano, qualcuno amava anche James Braddock. Un altro pugile s’infortuna all’ultimo minuto prima di affrontare il numero due al mondo. Gli organizzatori non trovano di meglio che sostituirlo con Braddock, tanto per mantenere allenato il pugile più forte. Incredibilmente, però, al terzo round Braddock mette fuori combattimento l’avversario. Viene quindi ingaggiato altre volte: vince sempre, contrariamente alle previsioni. Il pubblico comincia a vedere in lui il simbolo del riscatto della gente sfigata e va in visibilio. Finché Braddock è designato a sfidare Max Baer. Il 13 giugno 1935, in una delle più grandi sorprese della storia della boxe, riesce a sconfiggere anche il campione in carica e ad indossare la cintura mondiale dei pesi massimi.

Impeccabile l’interpretazione di Russel Crowe, già aduso ad interpretazioni “gladiatorie”. Ineccepibile anche quella della Zellweger. Il regista Ron Howard ha dimostrato la sua grande capacità soprattutto nella direzione delle maestranze. La New York degli anni Trenta, infatti, è stata ricostruita addirittura in alcuni quartieri di Toronto. Sono state create false facciate di negozi e sono state utilizzate dozzine d’auto e semafori stradali d’epoca. Il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar 2006 e due ai Golden Globe ma, a nostro parere, avrebbe meritato qualcosina di più.


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