La Chiave, di Tinto Brass (1983)

di Carla Nanni

Chi lo definisce un genio, chi un pornografo o semplicemente un impudico, chi dice che le grandi attrici del cinema italiano siano state tutte sue. Sostanzialmente il giudizio su un film di Tinto Brass dipende dallo stato d’animo e dall’occhio con cui lo si guarda. Proprio con La Chiave Brass si lancia nel filone del genere erotico e segna il punto di svolta sulla strada definitiva della sua carriera.


È il 1940 e Teresa gestisce una pensione a Venezia, ha una figlia ventenne con un fidanzato, un marito che ama e che è più grande di lei, inglese, direttore alla Biennale. Una vita perfetta, se non fosse che il rapporto con il marito è stanco e privo oramai di soddisfazione fisica. Il professore lo sa bene e, nonostante la passione per lei non sia spenta, egli non sa come soddisfarla; cosi decide di scrivere un diario su cui appunta le sue fantasie e confessa alla moglie tutte le sue perversioni, i suoi desideri e, nella speranza che lei sia spinta a leggerlo, lascia la chiave del cassetto a terra, in mezzo alla stanza.

Tinto Brass scrive la sceneggiatura, curerà la regia e il montaggio, fa un lavoro d’autore in cui si riconosce una certa scuola francese che negli anni sessanta accoglieva giovani registi e artisti e che proprio Brass frequentò come montatore prima e in seguito come regista. Proprio nel montaggio sta la genialità: sono le immagini e il ritmo (molto più dei dialoghi) a dare vita a un’opera sarcastica, un po’ decadente, scura e amara, che descrive una critica ai costumi e alle ipocrisie della sua epoca, entra nell’intimo di un argomento sempre tabù, come quello della sessualità di una coppia, nella necessità di aprirsi e non avere segreti. Per l’amore e per il piacere di farlo.

La vena sarcastica è tutta nelle mani di Nino (Frank Finlay) che racconta e si racconta, scrivendo sul suo diario di voglie, gelosie e fantasie, incalzato da un inevitabile declino fisico e decidendo, alla fine, di non limitarsi, di non fermarsi anche al rischio della morte. Beninteso che non è una storia d’amore, ma un’indagine a tratti piuttosto cinica su quello che un uomo è disposto a fare per soddisfare le proprie fantasie e tentare di non morire, perdendo ciò che più lo rende vivo, a dispetto della sua cultura, della sua arte, del suo stato sociale: il suo sesso.

“La tua maledetta pudicizia”. La bellezza della Sandrelli sta tutta in quelle espressioni di sconcerto, sorpresa e timore che accompagnano il percorso di Teresa, la scoperta che i propri desideri non vanno sottovalutati, il piacere di trasgredire e il piacere di farlo sapere a suo marito, scrivendo ella stessa un diario e dove il giovane Lazlo (che in principio sembra essere una vittima) diventa una specie di complice dei due, assecondando i desideri del professore e poi quelli di Teresa.

Lei sembra un fiore che si apre di notte. Nonostante il suo corpo venga toccato, guardato, inquadrato e fotografato più volte, senza censure né pudore, l’unica scena veramente erotica è quella in cui lei si soddisfa da sola, lontano dagli occhi di suo marito, dopo un rapporto effettivamente poco gratificante. poco a poco la sessualità di Teresa viene a galla, definendone i tratti e il carattere gioioso, esuberante, consapevole. In quel principio di dualità di Amore e Morte, che viene messo in scena costantemente durante il film, lei è sicuramente la parte dell’Amore, le luci più calde sono su di lei, le sue forme, i suoi desideri richiamano la Vita, mentre nelle scene in cui il professore prende il comando dei suoi sogni e delle sue perversioni, c’è una luce fredda, quasi impersonale, un esaltazione della donna, in quanto tale.

Il personaggio più emblematico di tutto il film, la figlia Elisa – descritta come un pezzo di ghiaccio e ignorata per quasi tutto il film – è invece il punto da dove si dipana il destino dei tre amanti, un personaggio agghiacciante, disturbante, che delinea in certi momenti anche il senso del film stesso: la società che non perdona, gelosa della libertà altrui, della bellezza del piacere, che condanna senza mezzi termini e senza possibilità chi vuole superare i propri limiti.

In La Chiave si riconoscono ancora i propositi sperimentali del regista Tinto Brass, un film dove si riconosce ancora quel “sovversivo, affascinante, provocatorio atteggiamento verso la vita” (cit Helen Mirren). Per apprezzare degnamente un film come La Chiave, allora, non si può prescindere dall’intento del regista di Io Caligola, che è quello di giocare, stupire provocare con l’immagine. Parlando proprio di questo film, Tinto Brass disse: “qualcuno mi chiede come mai son passato dal furore del cinema politico a del furore semplicemente erotico. Lo sbaglio sta proprio nel ” semplicemente”.

Il piacere di credere agli equivoci, agli inganni. Il diletto del tradimento. La golosità della gelosia (come dirà Tinto Brass). La Chiave, è la chiave per leggere un regista che ha capovolto il senso della sessualità, rispetto alle letture che si sono date e si danno tutt’ora, al vivere e ai desideri delle donne.

2 risposte a "La Chiave, di Tinto Brass (1983)"

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  1. Lo vidi praticamente poco dopo che usci’. Stefania Sandrelli ha una innata carica sessuale,intrinseca. Secondo me,in questo film,la fotografia e’ molto curata.Ci sono molte pose della Sandrelli,molto provocanti e stimolanti. Bello il suo passaggio dalla timidezza alla spavalderia,alla scoperta del suo lato intimo nascosto.Sempre bella,in generale,la femmina disinibita con il suo maschio.Quello che tutti i mariti (e non solo) (sotto questo aspetto) desiderano….😊

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