Amico mio: un ritratto di Ugo Tognazzi nel centenario della nascita

di Marzia Procopio

L’ottimista è un uomo che, senza una lira in tasca, ordina delle ostriche nella speranza di poterle pagare con la perla trovata.

A raccontare – al di là dei film che lo hanno posto nel novero dei “mattatori” della commedia all’italiana degli anni d’oro – Ugo Tognazzi, di cui si celebra oggi il centenario della nascita, possono bastare pochi elementi: la passione per la gastronomia, la famiglia allargata, la persistenza del suo nome nella toponomastica del litorale romano. A Torvajanica, frazione di Pomezia, il celebre attore lombardo aveva comprato una casa semplice, subito seguito da alcuni amici, ma con il passare del tempo la fama dei pranzi e delle feste di “casa Tognazzi” si diffuse tanto che l’intera zona fu ribattezzata “Villaggio Tognazzi”; la casa, poi, divenne teatro di epiche sfide tennistiche, seguite da sontuosi banchetti, in occasione del tradizionale torneo di agosto “Scolapasta d’oro”, riservato agli amici dello spettacolo. Amava molto le donne e i suoi quattro figli sono nati da tre diverse relazioni: dalla ballerina britannica di origine irlandese Pat O’Hara ebbe il primogenito Ricky, attore e regista; la relazione finì nel 1961, quando Ugo conobbe sul set de Il mantenuto l’attrice norvegese Margarete Robsahm, che sposò nel 1963 e gli diede Thomas. Quest’ultimo, oggi produttore e regista, solo all’età di 7 anni incontrò per la prima volta il fratello Gianmarco, anche lui attore, che era nato nel 1967 dal matrimonio di Ugo con l’attrice Franca Bettoja, conosciuta nel 1965. La piccola di casa, la regista Maria Sole, nacque nel 1971. È merito di Franca, dicono i figli, aver creato la “famiglia allargata Tognazzi”, con Ricky che era quasi sempre in casa e Thomas che faceva la spola tra l’Italia e la Norvegia per stare con loro.

Ugo Tognazzi era nato a Cremona il 23 marzo 1922 e morì a Roma il 27 ottobre 1990. Negli anni Cinquanta fece molto teatro di rivista davanti alle platee di provincia; la svolta della sua carriera arrivò con Il federale (1961) di Luciano Salce, e tra gli anni Sessanta e gli Ottanta divenne uno dei più noti e amati attori italiani lavorando con registi come Marco Ferreri, Dino Risi e Mario Monicelli. Vinse quattro Nastri d’argento, quattro David di Donatello e la Palma d’oro al Festival di Cannes per La tragedia di un uomo ridicolo (1981) diretto da Bernardo Bertolucci.

A differenza di Gassman e Manfredi, non aveva avuto una formazione accademica: a 14 anni iniziò a lavorare in fabbrica, e a 19, dopo il diploma in ragioneria, divenne impiegato; nel frattempo recitava in compagnie di filodrammatici. Le sue grandi capacità mimiche, i tempi giusti con cui porgeva la battuta e raccontava una scenetta e la voce singolare dalle tonalità stridule ne fecero un attor giovane tra i più apprezzati della nascente rivista di Milano, dove si era trasferito nel 1945. Di questo periodo Tognazzi disse che riconosceva a se stesso molte caratteristiche della mediocrità, e che ciò gli era servito perché il suo personaggio aveva origine sempre nell’osservazione della mediocrità della vita e quindi degli uomini. Portò questa sua capacità anche al cinema, dove iniziò a lavorare dal 1950 in film a basso costo, anche se spesso fortunati al botteghino in quanto costituiti essenzialmente di scenette comiche, con registi che lasciavano largo spazio all’improvvisazione degli interpreti, fra cui Steno e Camillo Mastrocinque, e con attrici e attori che come lui venivano dal teatro leggero: Tina Pica, Lauretta Masiero, Aroldo Tieri, Walter Chiari, Mario Riva, e soprattutto Raimondo Vianello, membro della sua compagnia dal 1951. Questi film assicurarono a Tognazzi una vasta popolarità, che crebbe ulteriormente con la conduzione, sempre in coppia con Vianello, tra il 1954 e il 1960, della rivista televisiva Un, due, tre.

Tra il 1961 e il 1963 arrivò l’occasione che gli cambiò la vita: il regista Luciano Salce (con cui girò cinque film tra cui La cuccagna, 1962) e gli sceneggiatori Castellano e Pipolo crearono per lui tre tipi di uomo borghese che Tognazzi interpretò con una grande ispirazione – il graduato delle brigate nere a cui si chiede di catturare un antifascista e che vuol conquistare il comando (Il federale, 1962), l’uomo di mezza età che si mette in competizione con i giovani e viene sconfitto (La voglia matta, 1962), il marito insoddisfatto del rapporto matrimoniale (Le ore dell’amore, Salce 1963).

Fu con queste produzioni che il Tognazzi drammatico, “nero”, sarcastico emerse nella sua statura attoriale, confermata dal film di Dino Risi La marcia su Roma (1962), da La vita agra di Lizzani (1964) e da quello di Marco Ferreri Una storia moderna: l’ape regina (1963), film per il quale l’attore ricevette il suo primo Nastro d’argento e che meritò a Ferreri, “un pazzo”, la stima assoluta dell’attore, che pure voleva bene ai colleghi “mattatori” Sordi, Mastroianni, Gassman, persino a Nino Manfredi, il più difficile, e stimava e lavorò molto bene con Risi, Scola, Monicelli. Il passaggio definitivo alla commedia di costume, di cui divenne uno dei massimi interpreti, arrivò nel 1963 insieme alla rottura del sodalizio con Vianello.

La svolta de Il federale dipese dal fatto che Tognazzi vi aveva disegnato un prototipo fino ad allora poco presente al cinema: il piccolo gerarca fanatico, esibizionista, astuto abbastanza da sfuggire alle peggiori disgrazie ma non abbastanza per imporre i propri piani; lo stesso fascista che, diventato onorevole di estrema destra, ritroveremo nostalgico, incarognito ma sempre inconcludente nel 1978 in Vogliamo i colonnelli di Monicelli. Il federale fu il primo di una folta schiera di personaggi di tutte le estrazioni sociali che mascherano la propria ipocrisia sotto una simpatia di facciata. Nei due film di Dino Risi I mostri (1963) e Straziami ma di baci saziami (1968), invece, interpreta personaggi grotteschi. Indimenticabile la sua interpretazione del sarto Ciceri presso cui la Marisa di Straziami ma di baci saziami si rifugia; qui ripropone magistralmente fisionomia e arte di Harpo Marx: la sua ordinazione del caffè con il fischio a Ettore Garofolo è memorabile, così come le confessioni allo zio monaco sulle sue défaillance nell’intimità, in una recitazione che gioca sull’ambiguità e anticipa le atmosfere de Il vizietto.

Inquieto e curioso, interessato all’osservazione dei suoi simili, nei quali rivedeva le proprie debolezze, percorso da un’insopprimibile vena anarchica che affiora autoironica nel ruolo di Romeo in Il padre di famiglia (Loy, 1967), eccelse nei film diretti dall’anarchico Marco Ferreri, sarcastiche rappresentazioni del mondo contemporaneo: La donna scimmia (1964), L’uomo dei cinque palloni (1965), Marcia nuziale (1966), La grande bouffe (1973; La grande abbuffata) e Touche pas la femme blanche (1974; Non toccare la donna bianca) furono bloccati dalle commissioni di censura, denunciati alla magistratura, rovinati dai produttori. La stessa curiosità per l’esplorazione degli aspetti nascosti della psiche e la bravura nell’interpretare tipi non ancora frequentati dal cinema italiano di allora (ad esempio, gli omosessuali in Splendori e miserie di Madame Royale di Vittorio Caprioli (1970), e nella serie iniziata con La cage aux folles, 1978, Il vizietto, di Edouard Molinaro), lo spinsero verso ruoli non rassicuranti: in Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli, L’immorale (1967) di Pietro Germi, La bambolona (1968) di Franco Giraldi, La Califfa (1970) di Alberto Bevilacqua, L’anatra all’arancia (1975) di nuovo con Salce, interpreta dei personaggi improvvisamente si accorgono di non poter primeggiare in un mondo che li lascia indietro, mentre le donne capiscono prima e meglio e sanno adattarsi ai mutamenti dei tempi; non a caso, tutti film per i quali ricevette Nastri d’argento o David di Donatello, per la sensibilità e la capacità di incarnare, passando attraverso tutta la gamma tonale ed espressiva, l’ambiguità modernissima dei suoi personaggi.

Nell’arco degli anni ’70 la sua potenzialità sarcastica e dissacrante venne sfruttata a fondo in ben 36 film dove indossa i panni di uomini tendenzialmente benestanti e in preda a crisi di mezza età, borghesi che pensano di poter avere ciò che vogliono con il denaro, dal macellaio di La proprietà non è più un furto (1973, Petri) il tecnico appartenente all’aristocrazia operaia di Romanzo popolare (Monicelli, 1974); dal professore quasi senatore de L’ingorgo (Comencini, 1978) al produttore di film scadenti ma commerciali (La terrazza, Scola 1980).

L’ipocrisia dei personaggi divenne in seguito un segno dei tempi, prima che un dato caratteriale, e caratterizza anche le figure positive affidategli, come il poliziotto de Il commissario Pepe (1969) di Ettore Scola o il magistrato di In nome del popolo italiano (1971) di Risi. Come scrive l’Enciclopedia Treccani nella pagina a lui dedicata, “Il disgusto, o perfino il ribrezzo, che T. riversa sul conformista all’italiana sono evidenti nel professore pervertito di Il professore, episodio di Controsesso (1964) di Ferreri, nel capitano d’industria di Porcile (1969) di Pier Paolo Pasolini, nel poliziotto che pedina e inganna l’invasato di Dio in L’udienza (1972) di Ferreri, nel perfido gobbo che denuncia gli ebrei in Telefoni bianchi (1976) di Risi, nello spudorato Cerquetti di Casotto (1977) di Sergio Citti e, per certi versi, perfino nell’uomo senza qualità di La tragedia di un uomo ridicolo. Un che di asservito distingue anche il comportamento del conte Lello Mascetti, l’animatore del gruppo dedito a scherzi feroci in Amici miei, un personaggio che si colora ancora più di grigio nei due sequels (Amici miei, atto II, 1982, di Monicelli, e Amici miei, atto III, 1985, di Nanni Loy): le gesta dello scapestrato sono sì scanzonate ‒ o così almeno le percepì il pubblico, che decretò il grande successo della serie ‒ ma la sua è un’allegria da naufrago, minata dall’insoddisfazione e corrosa dal tedio di vivere.”

In effetti egli stesso racconta che ebbe delle remore a interpretare, in Amici miei di Mario Monicelli (1975), che viene considerato un capolavoro di comicità, il conte Mascetti, la cui tendenza a scherzare in modo cinico era troppo anche per lui. Eppure è a Mascetti che Tognazzi deve la frase con cui viene ricordato da chi ne conosce poco la filmografia; quando il Vigile Paolini cerca di multare Melandri e Perozzi colpevoli di aver clacsonato, Mascetti estrae dal cilindro la supercazzola, trionfo del non-sense: “Tarapìa tapioco, la supercazzola prematurata con scappellamento a destra come se fosse antani…”, che diviene da quel momento non solo un tormentone nazionale e un “neologismo metasemantico”, una frase cioè priva di senso composta da una serie casuale di parole reali e/o inesistenti, ma un modo di fotografare l’italiano furbo e scanzonato, ma cinico e irridente, che prima imbroglia e poi tenta di farla franca imbrogliando di nuovo con un nuovo tipo di latinorum che inganna senza dire niente interlocutori smarriti. Dai primi anni Settanta, oltre a qualche occasionale rientro in televisione (dove tra l’altro interpretò e diresse i sei episodi della serie FBI-Francesco Bertolazzi investigatore, 1970), tornò in teatro, dove si dedicò alle opere di prosa, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica.

Irridente e ironico, Tognazzi lo era anche nella vita e nel modo di vivere la sua fama: nel 1979, all’indomani della retata del “caso 7 aprile”, l’attore si fece fotografare mentre veniva portato via ammanettato da finti carabinieri, prendendo parte a uno dei più clamorosi scherzi mediatici della storia italiana, ideato dal settimanale satirico Il Male: false edizioni di importanti giornali – Il Giorno, La Stampa, Paese Sera – uscirono con titoli che annunciavano l’arresto dell’attore, accusato di essere il capo occulto delle Brigate Rosse. Per spiegare la goliardata, Tognazzi disse in seguito di aver soltanto voluto, in un’epoca segnata da un clima politico cupo, rivendicare “il diritto alla cazzata”. Non fu la sola volta in cui fece parlare di sé per le sue idee: durante un’intervista concessa a Pippo Baudo nella seguitissima Domenica in, Tognazzi iniziò ironicamente a parlare di liberalizzazione della marijuana e legalizzazione della prostituzione. Con lo stesso spirito libero non evitò di partecipare a film schifati dai benpensanti, come La chiave di Brass o Il petomane di Festa Campanile (entrambi del 1983).

Grande appassionato di cucina (scrisse un libro di ricette intitolato Il rigettario. Fatti misfatti e menù disegnati al pennarello, edito da Fabbri nel 1978, e vari altri), aiutato dalle fide governanti di casa e dall’amico ristoratore Benito, ricercava antichi sapori quando si cimentava sia in cibi genuini sia in pietanze raffinate, scegliendo con cura gli ingredienti e gli utensili, i piatti, le decorazioni, e naturalmente i compagni a tavola. Cucinare era per lui fare cultura, e a Torvajanica e a Velletri adorava preparare cene per parenti e amici: così tanto teneva al loro giudizio che spesso, per farlo rimanere male, si divertivano a dare giudizi negativi: «Dopo aver preparato una cena, la mia più grande soddisfazione è l’approvazione degli amici-commensali. E in questo, tutto sommato, non faccio che ripetere ciò che mi accadeva a teatro e che ora, col cinema, mi viene a mancare: il contatto diretto col pubblico». Nella sua casa di Velletri c’era un enorme frigorifero che, come racconta nella prefazione del libro L’abbuffone, «sfugge alle regole della società dei consumi. (…) È di legno, e occupa una intera parete della grande cucina. Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci. Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia.»

Morì il 27 ottobre del 1990 a Roma. Fu sepolto a Velletri nel modo previsto: non volle che fosse scritto sulla lapide neppure il suo nome. Figlio di quel 1922 che ci ha regalato anche Gassman, Adolfo Celi, Pasolini e Carlo Lizzani, di Tognazzi ci mancano oggi lo sguardo beffardo, l’aria spavalda, la lucidità malinconica e senza sconti di chi ha sempre avuta chiara la fragilità e la debolezza del suo essere solo un uomo:

Nei miei personaggi non c’è un reale pentimento ma c’è la desolazione, la disperazione in certi casi, e comunque un rimanere attonito di fronte alla manifestazione dei propri difetti.


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