Il profeta, di Jacques Audiard (2009)

di Roberta Lamonica

Il profeta - Jacques Audiard - re-movies
Locandina

Grand Prix della Giuria a Cannes 2009, 9 premi César, Oscar europeo (EFA) a Tahar Rahim, nomination agli Oscar come miglior film straniero, Un Prophète (inspiegabile e con vaghe sfumature xenofobe la traduzione italiana ‘Il Profeta’) è un film secco, spietato, in cui Jacques Audiard, con una messa in scena potente che alterna macchina a mano a riprese fisse a inquadrature chiuse (che Audiard chiama “mano negra”), fa immergere completamente lo spettatore nel mondo che racconta, in cui a scene di estrema durezza, dove la violenza è più suggerita che mostrata, si alternano scene di un lirismo commovente.

L’inizio di una nuova vita per Malik

Una mano, un braccio, gli occhi – due spilli nel buio – la bocca. Suoni diegetici di sbarre che sbattono, una grafia incerta, un senso di vertigini e stordimento. Le sbarre che prima si sentivano, ora si vedono. Una banconota ripiegata su se stessa, una sigaretta e un accendino, dei vestiti lisi, da buttare. Un corredo tutto nuovo, per l’inizio della nuova vita nel carcere degli adulti. E il mondo resta fuori. O forse no. Non ha una storia, Malik, un passato; non ha un amore, un riferimento femminile, una famiglia; se non fosse per il nome nemmeno sembrerebbe avere un’origine così riconoscibile. Una vita accartocciata la sua, come le foglie d’autunno che il suo amico Ryad vede prima di morire o come il paesaggio che Malik vede attraverso i finestrini di un treno, alberi infiammati e squagliati come una pellicola che lascia un vuoto nel girato, come quello, nero, nella vita di Malik.

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Malik a Brencourt

Ma a Brecourt c’è Cesar Luciani, boss della mafia còrsa che dal carcere gestisce impunemente la sua organizzazione. C’è un testimone scomodo da ammazzare, Reyeb (Hichem Yacoubi). Nessuno meglio di Malick, il silenzioso, scostante e “sporco arabo” per ucciderlo, sicario designato cui Luciani non dà troppe alternative. Un sacchetto come sudario e il suo calvario verso la morte e resurrezione come criminale: Malick alla fine si piega e uccide Reyeb, ma il senso di colpa legato a quel sangue fraterno versato, gli fa ‘vedere’ l’uomo che ha ucciso ovunque. Reyeb diventa una specie di spirito-guida, che appare a Malick nel sonno e durante la veglia, facendogli prevedere eventi e situazioni, indicandogli la via e rendendolo un ‘profeta’.

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Malik e Reyeb

L’educazione ‘criminale’ di Malik e il rapporto con Luciani

“L’idea è uscire meno coglione di quando sei entrato”, gli ha detto Reyeb prima di essere ammazzato. E Malik guarda, ascolta, impara. Gli viene insegnato a leggere e scrivere nella scuola in carcere. Impara da solo a parlare il còrso. Ascolta e guarda molto più di quanto parli. Questo lo rende indecifrabile, illeggibile. Per i còrsi è un arabo e per gli arabi è un còrso. Affatto perso nella traduzione, capace di districarsi nella babele di lingue e culture all’interno di Brecourt, Malik capisce come l’istruzione possa essere uno strumento eccezionale di controllo sugli altri. Comincia a tramare nell’ombra, mettendo una fazione contro l’altra. E il baricentro del potere, lentamente si sposta allo stesso modo in cui cambia l’incedere, sempre più sicuro, dei passi di Malik. “Che cosa sei?” – chiede il mafioso intimorito che lo tiene in manette dopo che ha sventato un grave incidente d’auto – “Un profeta?” No, più che un profeta, Malik è il giovane cervo sfracellato contro il parabrezza, il cui spirito indomito si ritira in una selva criminale impenetrabile e buia.

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Niels Arestrup

Urla, dolore, spavento e morte; il corpo, il sangue, i colpi subiti e dati, la reclusione, le pulsioni sessuali represse o svilite, la cella d’isolamento, l’inefficacia di imprigionare in scatole di ferro e cemento i corpi (e le menti) di giovani uomini. E questo giovane uomo non è affatto “un arabo che ragiona con l’uccello”, come sostiene Luciani, ma un arabo che farà uno scatto qualitativo enorme rispetto al suo mentore. Nel momento in cui Luciani resta solo in carcere, perché i suoi accoliti sono stati trasferiti in Corsica, Malick gli confessa che parla còrso. Ciò lo mette in una condizione di parità. Luciani resta spiazzato e tenta di ribadire la propria autorità nell’unico modo che conosce, usando modi violenti e aggressivi, ma iniziando a blandire Malik come mai prima: “Sarai i miei occhi e orecchie”, gli dice, salvo poi vomitargli addosso tutta la sua frustrazione: “Però non capisco, ci volevi fottere? Che cosa ti ho detto l’ultima volta, eh ? Se ti abbuffi è grazie a me, se sogni, se pensi, se vivi è solo grazie a me!”

Audiard dunque colloca all’interno di gruppi con regole e codici rigidi un personaggio apparentemente sradicato, un musulmano per il quale non fa alcuna differenza mangiare il maiale o meno, che non esita a tradire i fratelli. Uno “straniero”, un alieno, sulla carta elemento debole perché non inserito nel sistema ma che proprio in virtù della propria ‘estraneità’ può manipolare e piegare le regole e chi le segue.

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Malik e lo Zingaro

La modernità de ‘Il Profeta’ nel genere carcerario

Spesso accostato ai grandi classici francesi di genere, Un Prophète trasuda modernità perché ribalta la narrazione classica dei prison movies che sono costruiti intorno alla progettazione e la realizzazione dell’unico epilogo ‘eccitante’: la fuga. In Un Prophete, al contrario, l’evasione non è mai contemplata. Un rientro al penitenziario sul filo del rasoio, o un ritardo studiato per far sì che le nuove gerarchie di potere da lui stabilite prendano forma, depongono per una ramificata e osmotica compenetrazione tra il carcere e l’esterno. Il nuovo paradigma del genere, quindi, si focalizza sulla vita carceraria come polo magnetico del potere. La fine della pena per Malick si figurerà dunque come consolidamento della posizione conquistata ‘dentro’ e spostamento del baricentro criminale ‘fuori’.

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Malik (Tahar Rahim)

Malik è una figura interessante da mettere al centro di questa storia senza punti di riferimento temporali: etnicamente ambiguo e pervaso da un’aura vagamente sovrannaturale, quasi religiosa (così come suggerirebbero i capitoli in cui è diviso il film e i chiari riferimenti biblici nonché il titolo stesso del film), diventa l’unico capace di decodificare la Stele di Rosetta del sistema punitivo francese, aggrovigliato nelle falle della comunicazione, dove qui si intrecciano e sovrappongono almeno tre lingue, con quella silenziosa del sangue che sigla gli accordi. Quando Malik ha la possibilità di uscire dal carcere, si ha quasi l’impressione che lui lasci il rumore orrorifico dentro. Alle urla, alle voci confuse, si sostituisce il canto degli uccelli. Ai colori lividi e malati del carcere si sostituisce il bagno di luce della ‘libertà’. Ma la sua libertà è rischiare la vita per fare il corriere e poi portare sulle spalle come l’ebreo con la croce di Cristo, uno dei più stretti compari di Luciani.

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Malik e il bimbo del suo migliore amico

La prigione come centro di un sistema rieducativo ‘globale’

Il potere, in questo codice, è tanto maggiore quanto più silenzioso, dunque. Malick sembra incarnare perfettamente la dicotomia tra il silenzio del potere e il rumore che danneggia tale potere. E in silenzio pianifica il suo ‘nuovo corso’: “Tu ti occupi del quartiere, io della galera”, quasi a ribadire la somiglianza tra la vita dentro e quella fuori.

La prigione, vista da Michel Foucault come mezzo centrale di punizione, diventa parte di una vasta rete, che comprende scuole, istituzioni militari, ospedali e fabbriche, che costruiscono una società panottica per i suoi membri. Questo sistema crea “carriere disciplinari” per coloro che sono rinchiusi nei suoi corridoi. È gestito secondo principi che assicurano che “non può non produrre delinquenti” e per far ciò al suo interno sono inclusi la prigione, la scuola, la chiesa e il laboratorio (industria). E in Un Prophète le argomentazioni di Foucault trovano più di un riscontro. Malik è uno che apprende in fretta. Impara ad uccidere ma, dallo stesso crimine, impara anche che nel carcere c’è una scuola dove possono insegnargli a leggere e a scrivere. Dalla scuola apprende un metodo, grazie al quale impara da autodidatta il còrso: di fatto si procura un’ ‘arma’, che obbliga il capo a tener conto di lui. Dagli arabi impara a capire cosa vogliono, dai Marsigliesi impara a trattare, da un amico, forse, impara il significato di ‘famiglia’, impara a voler bene. Ma il carcere a Malik insegnerà essenzialmente come essere un leader criminale. Comunque un criminale.

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Malik e Luciani

L’accoglienza di Il Profeta all’uscita al cinema

Al momento dell’uscita, fu tutt’altro a fare del film un ‘caso’ anche politico. Come Entre Les Murs (La Classe, 2008), di Laurent Cantet, il film di Jacques Audiard tocca dinamiche razziali e di classe che sono state oggetto di accese polemiche in Francia, in particolare dopo la nomina del conservatore Èric Besson (con il suo programma xenofobo) a ministro dell’Immigrazione: anti-burka, a favore delle quote di immigrazione e dei rimpatri forzati e favorevole al superamento di un test di lingua francese per gli immigrati (gli scolari avrebbero dovuto cantare La Marsigliese almeno una volta all’anno). Le sue politiche lo hanno portato a essere considerato “l’uomo più odiato in Francia” e le cose sono solo andate peggio quando si è scoperto (tipico cliché dei repressi) che aveva una fidanzata segreta musulmana.

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Malik all’aeroporto

Ma cosa ha a che fare questo con Un Prophète? Il commento socio-politico è indiretto ma chiaro: se la prigione è un microcosmo della società, l’aperta ostilità tra i due clan predominanti al suo interno rispecchia “in modo un po’ meno ovattato” il conflitto tra etnie e la loro lotta per l’egemonia all’esterno. Il clan còrso in particolare è minacciato dall’afflusso di prigionieri arabi; il semplice numero rende loro difficile mantenere il controllo. “È una mia impressione o continuano a moltiplicarsi? Scommettiamo che tra un po’ gli danno anche i tappeti? Una volta il cortile era nostro! Menomale che sono un branco di coglioni!”

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Luciani e Malik in una scena del film

Conclusioni

Jacques Audiard ha sempre costruito i suoi film sul carisma del suo protagonista maschile — Mathieu Kassovitz in A Self-Made Hero (1996), Vincent Cassel in Sulle mie labbra (2001), Romain Duris in Tutti i battiti del mio cuore (2005) — e Un Prophète non fa eccezione. Recitato in modo superbo dallo splendido protagonista Tahar Rahim e dall’enorme Niels Arestrup, Un prophete, gode dell’apporto essenziale della colonna sonora di Alexandre Desplat, che diventa fondamentale nella scena finale, quando Malik esce finalmente dal carcere. “Mack the Knife”- (l’originale tedesco di Brecht e Weill è “La ballata di Mackie Messer”) – accompagna infatti la sua uscita. Ad aspettarlo, chi gli ha dato il calore di una famiglia – l’unica che sembra aver mai sentito come tale – e sul suo volto l’imbarazzo di sapere di aver ereditato un regno che difficilmente potrà conciliarsi con un desiderio di sana normalità, di rassicurante invisibilità. Un potente criminale che riesce a illuminarsi di gioia e stupore mentre sulle scale mobili dell’aeroporto sta per affrontare il suo primo volo. Forse per la prima volta bambino. Forse per l’ultima.

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La scena finale del film

🛑 Sì ringrazia il dott. Alberto Scalcon per le felici intuizioni e per la feconda ispirazione

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